Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito
per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure
complete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".
Proseguo idealmente il post che precede e dal profondo nord mi estendo alla capitale ladrona per scendere fino al dito mignolo e annessi: si è compreso che per ogni dove, in Italia, vince chi propone il pugno duro e il filo spinato contro presunti nemici, ben categorizzati ed assemblati a seconda delle opportunità. Si è compreso non da oggi, in verità, ma dopo le catastrofi nucleari del dopo-voto, l'urgenza di avanzare (per i vincitori) e di ricuperare terreno (per i vinti) in questo campo diventa un'esigenza fisiologica. Frequente e regolare come quella di dare acqua al pianeta. Il nodo dell'insicurezza fisica dei cittadini, da questione alla moda nelle campagne elettorali, va diventando un'acquisizione culturale bipartisan e sempre più metabolizzata.Vediamo in che modo.
Se la destra vince le elezioni giocandole sulla paura degli Italiani, sul diffuso senso di sfiducia nella giustizia come antidoto alla violenza e sull'ancor più diffusa sindrome della vulnerabilità, e se la Lega Nord, battendo su questo stesso tamburo, esce trionfatrice dalle urne pur dopo un'impasse non breve e non di piccole dimensioni, e se ancora Alemanno conquista, contro pur ragionevoli dubbi, un Campidoglio che per lunghi anni è stato feudo dello schieramento opposto, rimontando nel volgere di sette giorni senza apparentamenti sull'onda di un sanguinoso (e poco chiaro) fatto di cronaca... Se tutto ciò accade ci sono delle ragioni. E siccome è accaduto, converrà pensarci seriamente.
Esiste una strategia mediatica, senza dubbio. Il risuonare, di notiziario in notiziario, di narrazioni che tendono a dare del nostro Paese un'immagine fosca è costante da parecchio tempo e condiziona la percezione della realtà in un modo così pervasivo da non poter essere sottovalutato. Ma - dobbiamo essere sinceri con noi stessi - non è tutto. Esiste anche un dato reale, che moltissimi cittadini sentono affondarsi addosso e sempre più in profondità. E' reale il coprifuoco metropolitano e lo è altrettanto la deriva violenta dei piccoli centri. Ciascuna di queste situazioni con la propria specificità (chi la nega?), ma tutte concorrenti alla transizione verso un clima di isterismo sociale che, andando avanti di questo passo, diventerà incontrollabile. Cioè: i mezzi di comunicazione lo esasperano di certo, ma il problema esiste. Non c'è una divaricazione così evidente fra la rappresentazione collettiva (ben suggestionata) e quella individuale del livello di garanzia del cittadino rispetto alla sua propria incolumità fisica.
L'inganno è da cercarsi altrove, semmai. Ovvero:
1) L'insicurezza del cittadino è un'ombra che si estende lungo l'intero orizzonte della sua esistenza: lavoro, famiglia, reddito, tempo e infine vita, di modo che la questione su cui ragioniamo è l'atto finale di un processo capillare, onnicomprensivo. Nella società del mordi e fuggi, dove l'attimo prevale sul lungo termine e il presente è l'unica forma di temporalità consentita, non c'è posto per la prospettiva, e la violenza si declina in tutte le sue sfumature spiegando una potenza disgregatrice dell'esistenza che arriva a riassumere la morte nella dimensione della normalità. Questo vale per i lavoratori che rischiano nelle fabbriche, per i cittadini che rischiano nel mangiare i prodotti di terre contaminate, per i tifosi che rischiano allo stadio, per i genitori che rischiano in casa con i loro figli e viceversa, per i passanti che rischiano in un viale metropolitano dopo il tramonto. Per l'umanità tutta che rischia di finire sommersa in un cataclisma di proporzioni globali causato non dai fondamentalisti islamici ma da un'altra specie di terroristi, non meno pericolosa. E' quindi un inganno (ideologico) porre la questione della sicurezza isolando e universalizzando una sola delle sue molteplici fattispecie, e oltretutto farlo per coprire tutte le altre. Oggi, da destra come da sinistra, il problema - che, come ripeto, esiste - non viene presentato attraverso la ricerca delle sue cause, ma solo attraverso la constatazione delle sue conseguenze. Infatti, quando i colpevoli (più che le cause) vengono individuati, essi sono capri espiatori temporanei: gli extracomunitari, i clandestini, i sovversivi, i malati mentali, talora i magistrati (su cui vorrò tornare). E poiché ciascuna di queste categorie non riesce comunque a sostenere in maniera credibile l'intero peso di un fenomeno tanto complesso e diversificato, allora entra in gioco la subdola direzione dei media, chiamati a dare risalto a taluni fatti piuttosto che ad altri (ricordiamo le vicende relative ai rumeni, di cui qui si è già parlato - vedi i post della serie Irata e Pogrom?). Almeno finché è utile. Ora, non voglio banalizzare né generalizzare a mia volta: è ovvio che questa considerazione avrebbe bisogno di essere argomentata in maniera più puntuale, ma adesso basti avere ipotizzato un nesso che, se si guarda con attenzione, così ipotetico, a mio avviso, non sembra...
2) Il punto è che con questi (giustissimi e sacrosanti) argomenti non si va lontano nella ricerca di consensi, e l'esperienza elettorale più recente lo dimostra. Mi si perdoni la leggera deviazione, ma proprio questo pomeriggio sottoguardavo nel dormiveglia del dopopranzo l'osceno talk-show domenicale condotto dall'allucinante Giletti, dedicato guardacaso al tema della sicurezza e delle inadempienze della magistratura in gravi casi di delitto da prima pagina. Sorvolo sull'impostazione del programma perché ci si potrebbe aprire a parte un capitolo, e mi soffermo su un unico passaggio, credo, significativo: Sansonetti, ospite pure lui, prova a dire che, stante la tragicità degli episodi in oggetto (strage del Circeo, ammazzamenti vari rimasti impuniti, assassini scarcerati per errori delle segreterie dei tribunali etc.) ci si dovrebbe ricordare che non è questo il genere di violenze e delinquenze più allarmante, e che, se si va a vedere, i casi di violenza più clamorosi e frequenti avvengono, per esempio, dentro le mura domestiche e restano impuniti e nascosti non per sviste dei magistrati ma anche - soprattutto - perché nessuno ne parla. Però non ha il tempo di finire il ragionamento che Klaus David gli salta alla giugulare per segnalargli che una posizione del genere, dopo la cocente sconfitta elettorale, è del tutto insufficiente. Che dalle urne è venuta fuori una percezione generale del problema di fronte alla quale non si può continuare a negare o sviare il discorso, se non per ingiustificate prevenzioni ideologiche. E io, spettatore, penso che hanno ragione, in parte, entrambi. Da una parte le ragioni della maggioranza: giuste o sbagliate, pilotate o meno, sarà difficile non tenerne conto, anche perché, come ho detto, esprimono esigenze in certa misura reali. Dall'altra un ragionamento complesso, che richiede levatura intellettuale e non piccole dosi di buona volontà. Ma che finisce inevitabilmente per sembrare uno stratagemma con cui deviare l'attenzione. Con cui sistemare il mondo affinché risponda alle nostre idee (le quali così paiono pregiudizi ideologici). L'arte politica esisterebbe in realtà per rispondere a questa precisa sfida: armonizzare lo sguardo dei più, sempre volto all'immediato, al presente, con quello alto e lungo della strategia, che abbraccia più luoghi e più momenti, che sa mettere in fila cause e conseguenze partendo da un principio per giungere ad un fine. E' un'impresa talmente difficile che si può dire siano stati davvero pochi i benemeriti che ne hanno appena sfiorato la realizzazione, nella storia del genere umano. E tuttavia è questo il banco di prova, non ve ne sono altri. Perciò è con il sentire popolare che dobbiamo misurarci anche quando esso ci dice soltanto che ha paura. E che non gliene frega un beneamato di chi è colpa: a problemi presenti soluzioni presenti (a culo tutto il resto), perché chi ragiona con la pancia reagisce solo al maldipancia; basta un analgesico ed è contento, anche se magari il farmaco spegne il sintomo ma non debella il male. Tale lo stato dell'arte: fingendo di potercene fregare a nostra volta e lanciarci nel cielo terso delle nostre elucubrazioni, rischiamo di non trovare più una pista d'atterraggio. Mai più, e le urne ce ne siano testimoni. Affrontiamo allora la questione per quel di vero che essa pone!
3) Perché, se così stanno le cose, il discorso non ha più valore e la parola perde attrattiva. Il giovane milanese che se torna a casa ad un'ora per altri normalissima rischia di essere accoltellato, la famiglia che non esce di casa dopo il coprifuoco, la giovane violentata all'uscita dalla discoteca, le case sempre più blindate e le persone sempre più costrette in un'inquieta solitudine esistono. Non nella misura demagogica in cui vorrebbero gli operatori dell'informazione, va bene, ma sono realtà. Realtà a cui non puoi rispondere che il nemico non è il teppista che li scippa, lo sbandato che li violenta, l'ubriaco che li uccide - e che invece è colpa di un sistema complessivo che abbisogna di essere sbrogliato con pazienza e dove i responsabili veri non si vedono quasi mai ad occhio nudo etc - perché se glielo dici ti becchi, come minimo, uno sputo in un occhio. Lo so che è sbagliato, ma è così. Gli altri lo hanno capito e fanno le ronde, perché realizzano che essere credibili, nel nostro tempo contratto, significa essere presenti, vicini, carne e sangue di cui avvertire l'energia. E così fanno, a loro modo. Noi invece, che predichiamo tolleranza e talvolta minimizziamo (perché sappiamo, certo, ma minimizziamo fatti reali), che cosa abbiamo fatto per creare nella concretezza dei quartieri, nella "greve" materialità dei luoghi e dei corpi, una tendenza culturale differente? Discorsi alla televisione, e poco altro. Esistono mobilitazioni politiche forti e radicate (politiche dico, perché il volontariato da solo non può farcela) miranti a creare situazioni concrete di collaborazione e solidarietà inter-etnica? Momenti di osservazione e prevenzione della violenza, ovunque e da qualunque parte essa si presenti? Pratiche occasioni di integrazione sociale disseminate in tutti i luoghi a rischio e non
affidate soltanto alla buona volontà dei fedeli di qualche parrocchia? O l'unico modo per evitare che la gente muoia ammazzata per la strada sono le ronde padane e le squadre fasciste? Abbiamo preferito le strutture leggere, i salotti mediatici, le distanze, ed anche questo è il risultato...
4) E alla fine l'insicurezza diventa battaglia contro l'impunità. Non però contro una legge ritenuta insufficiente o contro un provvedimento inefficace, ma contro una persona fisica - ciò che fa sempre più effetto - ovvero, in questo caso, il magistrato. E' scandaloso come in un Paese in cui chi si dichiara evasore delle tasse diventa Presidente del Consiglio, in cui impera la sottocultura dell'aggiramento di ogni regola possibile, in quest'Italietta del tirare a campare, del pressapochismo, del menefreghismo, del si salvi chi può e chi non può è un imbecille, il grido dei politici (e dell'opinione pubblica a seguito) si alzi duro e intenso quando sul banco degli imputati ci finisce un magistrato. Pure, questo delirio - ove si accredita l'immagine di una giustizia sempre inefficiente, mai boicottata dalle interessate pastoie della burocrazia politica - è il luogo comune dove alla destra italiana piace che vada a finire l'isteria collettiva e collettivamente alimentata dell'insicurezza. Dunque torniamo al filo spinato, perché così sembra che d'incanto il cielo ridiventi azzurro.
Immagine di Irene Salvatori (http://ilventoeleombre.splinder.com)
Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it
Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.
Posto un estratto dal saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, reperibile integralmente on line su www.wumingfoundation.com Un interessante e originale tentativo di lettura delle nostre lettere contemporanee, su cui credo valga la pena meditare...
Dopo la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone (soprattutto opinion-makers) parlavano di “nuovo ordine mondiale”. Ordine, chiarezza. La Guerra Fredda finita, la democrazia vittoriosa e qualcuno si spinse fino a dichiarare conclusa la Storia. L’Homo Liberalis era il modello definitivo di essere umano. Si trattava, in parti eguali, di rozza propaganda, allucinazione collettiva e mania di grandeur. Gli anni Novanta non furono soltanto “il decennio più avido della storia” (secondo la definizione di Joseph Stiglitz), ma anche il più illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello “stile di vita occidentale” toccò livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di Versailles durante l’Ancien Régime. Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell’autocompiacimento, perché c’erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell’illusione, o forse nella rassegnazione. Nulla di nuovo poteva più darsi sotto il cielo, e in molti si convinsero che l’unica cosa da fare era scaldarsi al sole tiepido del già-creato. Di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate d’occhio, parodie, pastiches, remakes, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi.
L’11 Settembre polverizzò tutte le statuette di vetro, e molta gente sente il contraccolpo soltanto ora, sette anni più tardi. Lo stesso contraccolpo che descrivemmo in forma allegorica nella premessa a 54. Il compiersi di un ciclo storico. 54 uscì nella primavera del 2002. Quasi in contemporanea giunse in libreria - pubblicato dal nostro stesso editore - Black Flag di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. Black Flag è il secondo capitolo del Ciclo del Metallo, epopea della nascita del capitalismo industriale, che l’autore rappresenta come manifestazione di Ogun, divinità yoruba dei metalli, delle miniere, delle lame, della macellazione. Aprendo il romanzo, scoprimmo che il primo capitolo era al tempo stesso un trompe-l’oeil e un’allegoria molto simile alla nostra. In exergo una frase di George W. Bush sul bisogno di rispondere al terrore, poi l’apertura: le torri in fiamme, cadaveri, persone che vagano per strada coperte di polvere di cemento e amianto. Qualcuno si chiede: “Perché tutto questo?”, qualcuno altro dice: “Nulla sarà più come prima”. Solo che non è l’11 Settembre 2001. E’ l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti, 20 dicembre 1989. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi.
Cinque anni dopo le uscite di 54 e Black Flag, facemmo una nuova scoperta leggendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo di De Cataldo racconta gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli, della fine della “Prima Repubblica” e delle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi. Da poco era uscito anche il nostro Manituana, che narra la guerra d’indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk che la combatterono al fianco dell’Impero britannico, contro i ribelli “continentali”. Due libri in apparenza irrelati: diversi per stile e struttura, diversi gli eventi narrati, diverso il periodo storico, diversa l’area geografica, diverso tutto. Eppure notavamo echi, rimandi, somiglianze. Un comune vibrare. Di che poteva trattarsi? Ci volle un po’, ma alla fine capimmo. Entrambi i romanzi girano intorno al buco lasciato da una doppia morte: la scomparsa di due leader, anzi, due demiurghi, due che hanno creato mondi. In Manituana si tratta di Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, e Hendrick, capo irochese fautore della cooperazione coi bianchi. In Nelle mani giuste i due non hanno nome, tutt’al più antonomasie: il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti e strategie parallele, e “Il Fondatore”, capitano d’industria e fondatore di un impero aziendale. Gli eredi dei demiurghi non sono all’altezza, cercano alleanze impossibili e si scoprono deboli, inadatti. La situazione sfugge di mano, trappole si chiudono e, mentre i maschi falliscono, una donna forte (una vedova: Molly/Maia) apre una via di fuga per pochi. Nel frattempo, il vecchio mondo è finito.
A un livello profondo, i due romanzi raccontano la stessa storia. Nel corso degli anni, esperienze simili - repentine “illuminazioni” che innescavano letture comparate - ci sono state riferite da diversi colleghi. Intanto abbiamo letto, recensito e discusso tra noi molti libri, che pian piano hanno fatto massa, e intorno a quella massa si è creato un “campo di forze”. Sotto la produzione di molti autori italiani degli ultimi dieci-quindici anni vi è un giacimento di immagini e riferimenti condivisi. Dalle trasformazioni che avvengono là in basso (si pensi a materia organica sepolta e compressa che pian piano diventa idrocarburo) dipende il futuro della narrativa italiana. Per lungo tempo si è trattato soltanto di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha preso a strutturarsi. E’ toccato a me tirare le prime somme in cerca di una sintesi provvisoria, e l’ho fatto preparando il mio intervento per Up Close & Personal, workshop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montréal nel marzo 2008. In quel contesto è stata usata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana” o, in breve, “New Italian Epic”. Grazie alla discussione, ho potuto stringere viti e aggiungere esempi. Nei giorni successivi ho parlato del “New Italian Epic” in altre due università nordamericane: al Middlebury College di Middlebury, Vermont, e al Massachusetts Institute of Technology di Cambdrige, Massachusetts. Riattraversato l’Atlantico, ho discusso a fondo coi miei compari di collettivo e messo gli appunti a disposizione di altri colleghi, che hanno espresso i loro pareri. Ho pubblicato sul nostro sito ufficiale l’audio della conferenza di Middlebury, e raccolto impressioni da chi l’ha ascoltata. Nello scrivere il presente saggio ho tenuto conto di tutto questo (...)
In che senso “epico”? L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questi
libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi. Tale accezione di “epico” si ritrova in libri come Q, Manituana, Oltretorrente, Il re di Girgenti, L’ottava vibrazione, Antracite, Noi saremo tutto, L’angelo della storia, La banda Bellini, Stella del mattino, Sappiano le mie parole di sangue e molti altri. Libri che fanno i conti con la turbolenta storia d’Italia, o con l’ambivalente rapporto tra Europa e America, e a volte si spingono anche più in là.
Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro” e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l’opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti. (...)
1. Le sinistre contro la sinistra
E’ ciò che più o meno siamo, in attesa di riuscire finalmente a sapere se e cosa saremo. Freddamente declinati al plurale, perché la contingenza elettorale non fa un progetto, né un simbolo unico basta a dare patenti di unitaria identità. E privi di una prospettiva chiara che ci permetta di stabilire come e dove poter incidere per avviare percorsi di lungo respiro, per fissare mete ed elaborare strategie. Certo, che la strada fosse tortuosa e pressoché infinita l’abbiamo sempre saputo, ma il punto è capire prima di ogni altra cosa se esiste la reale volontà di percorrerla, e più ancora di farlo insieme. Ecco l’interrogativo essenziale. A giudicare da quest’ultimo scampolo di campagna elettorale, si direbbe che i vecchi steccati, le barriere di principio fini a se stesse, l’ideologia infida del pour parler, la retorica identitaria, le logiche spartitorie rappresentino una prigione così dolce che in troppi stentano ad evadere. A partire dal sempre più remoto Olimpo dei capi conclamati per digradare fino all’ultimo vassallo. E invece proprio di un’evasione avremmo bisogno, perché talvolta la fuga è l’unica via per penetrare nel cuore dei processi reali: consueto paradosso. Spezzare le sbarre di una tradizione frammentata e di una memoria che abbiamo consapevolmente tenuto chiusa – ma che da sola si pretende capace di interpretare ogni presente e futuro possibili, trasfondendo anche nell’avvenire un fetore stantio – è il vero passo in avanti. Riconoscendo uno per uno gli ostacoli che ci impediscono di divenire comunità militante, e magari anche chiamandoli con il loro nome.
2. La società civile contro i partiti politici
Cosa sia l’una e cosa l’altra delle due opzioni è spesso difficile da dire. Per esempio, si fa qualche fatica a stabilire cosa e chi rappresentino, entrambe, anche se ormai pare che la politica non si debba più misurare sulla rappresentazione di istanze definite, bensì di fluide convenienze da verificarsi giorno per giorno fra i banchi del grande ipermercato globale. Però sembra che né gli uni né gli altri sentano il travaglio della loro autoreferenzialità.
Quelli che orgogliosamente si dichiarano società civile hanno buon gioco a farsi paladini dell’universo mondo – mai quantificabile anche perché spesso sarebbe imbarazzante provarsi a farlo – contro le sporche dinamiche di palazzo della cui estraneità fanno la propria vera ragione morale. Anche se poi vai a scoprire che quasi tutti codesti capipopolo sgomitano per un posto in una lista (se possibile di partito) e che il loro universale messaggio di fraternità, tradotto in cifre, spesso è poco più che un prefisso telefonico, alla faccia delle evocate masse alla finestra. E i partiti, intanto, sopravvivono sullo scheletro di strutture dannatamente residuali e, poiché misurano il consenso prevalentemente in termini di voti – e quelli finora, pochi o molti che siano, in qualche modo li raccolgono, almeno quanto basta per eleggere il barone di turno, ché in caso contrario la tragedia
scoppia davvero – si limitano a puntate episodiche e fuggevoli sul territorio. Magari a intercettare, quando ne scorgono l’opportunità, le correnti di superficie per poi abbandonarle prontamente una volta raggiunto l’obiettivo di rendersi visibili o poco più. Nessun dibattito che non sia funzionale al mantenimento di equilibri interni ed altre simili, tristi miserie.
Eppure, per quell’assurdo luogo comune che imperversa negli immaginari postmoderni (e con tanta nostalgia della perduta modernità), anche qui bisogna giocoforza individuare l’impero del bene e quello del male. Anche se, pure in questo caso, non esiste la metà dei buoni né quella dei cattivi, nessuno nasconde armi di distruzione di massa o forse, quel che è peggio, alla fine tutti ne abbiamo dappertutto e le une non sono più simpatiche delle altre. Sono toni duri, certo, ma se non ci liberiamo di questa pesante vocazione parolaia alla diversità (da cosa e da chi?), e non ammettiamo che la realtà è un poco più complessa di quello schemino binario che abbiamo diligentemente tracciato sui nostri taccuini, sarà difficile partire. Perché è uno schema falso, un diaframma illusorio che serve unicamente a conservare nicchie ad agibilità e responsabilità (volutamente) limitata, dall’una parte e dall’altra. Non esiste una società di puri legittimati a parlare e conclavi di empi che possono solo ascoltare e cospargersi il capo di cenere. Esistono pezzi di società, espressioni di volontà personale e collettiva con pregi e difetti analoghi che, pur organizzandosi diversamente e ponendosi obiettivi di varia natura, possono costituire un luogo comune di confronto ed azione attraverso la preziosa arte della mediazione. Ma senza pregiudizi privi di costrutto. Magari, con l’assunzione di responsabilità comuni.
2. La piazza contro il palazzo
O meglio, del come e del perché prenderlo, il palazzo. Perché in fin dei conti tutti sperano di poter in qualche modo influire sui processi politici, di cui i luoghi istituzionali non rappresentano proprio l’ultimo anello. E non fingiamo di non saperlo, per favore. Chi snobba la politica istituzionale ritenendola una dimensione irrimediabilmente inagibile, e magari chiosando che è inutile fare politica dentro i palazzi (specialmente quando nessuno lo candida), poi non si lamenti se non arriva niente di buono da quei palazzi, e faccia la cortesia di costruirsi i propri spazi autonomamente così come in autonomia s’è costruito le premesse, senza nulla rivendicare da chi egli stesso non ha voluto come interlocutore. Chi invece quella dimensione intende interrogare, sfidare, forse anche aggredire, abbia anche il coraggio di misurarsi con le sue regole. Dove il pugno sbattuto sul tavolo e l’isterismo infantile del tutto e subito non esistono proprio. Dove è necessario negoziare, mantenere degli equilibri o produrne di nuovi, giocare di pazienza, intuito, astuzia, e talvolta anche portare a casa risultati parziali. O non portarne affatto. La pars destruens – grossomodo la piazza – è necessaria ed importante, per mille e mille ragioni, solo se si accompagna alla pars costruens, ovvero la proposta positiva che s’insinua nei meandri del potere e riesce in qualche modo, piccolo o grande, a contaminarne gli spazi. Solo che queste due cose pare non possano coniugarsi: come la società civile è destinata ad essere altra cosa dal ceto politico, così le istanze che essa fa avanzare “fra la gente” hanno in sorte di non poter mai incontrare i flussi decisionali che si tramutano in legge sugli alti scranni.
3. Il dentro contro il fuori
E perché questo avviene? Forse, anche in questo caso, non è così semplice individuare la metà sana (il fuori) e quella malata (il dentro), e forse l’epidemia è più generalizzata di quanto non si pensi. Cioè: i partiti hanno mani grondanti la lordura schifosa del compromesso con il potere. Verissimo, nella grande maggioranza dei casi. I partiti hanno ormai la finalità di produrre e riprodurre una casta dedita solo alla cura di interessi parziali (leggasi: personali). Anche questo è vero per molti. Ma la cosiddetta società civile, standosene ben fuori con orgoglio, dove è più facile essere massimalisti – tanto è un massimalismo che nella petizione di principio spesso si esaurisce, senza nessuna conseguenza, un po’ come quello di Veltroni e compagnia quando sono all’opposizione – e modulando
le proprie istanze solo sulle proprie possibilità e non anche su quelle dell’interlocutore, non finisce forse con l’autorizzare questo allontanamento? Il dialogo deve tenere conto delle esigenze di tutti i dialoganti, sennò è una mera pantomima. Infatti. Una sceneggiata in cui c’è chi per ruolo protesta e chi per ruolo fa finta di dolersi della protesta. In modo che ciascuno incarni la propria funzione per sempre. Guai quando la piazza si avvicina al palazzo, ma guai anche quando il palazzo si avvicina alla piazza! In entrambi i casi ci sono contraddizioni che scoppiano, non solo oltre la cortina. Perché non accettare – tutti – che esplodano? Cioè, fare un passo indietro, cioè in avanti, e decidere di essere militanti che sfidano la politica, anziché teatranti che fingono di averla ciascuno sulla punta delle dita? G.P.
Nel 2003, alcuni terroristi vennero messi a morte dal governo cubano. Chi scrive difese allora le ragioni di Cuba, in contrasto con una pletora di no-global umanisti, umanitari e anche un poco coglioni. Sostenevano che non si poteva difendere uno Stato sotto assedio perché tentava di difendersi. Prima il principio, universalmente e astrattamente posto. Poi la realtà, la carne ed il sangue. Non so quanti di loro avrebbero usato gli stessi accenti di disprezzo per un Bush che avesse condannato a morte i dirottatori delle Torri Gemelle. In questo porco mondo solo ad alcuni è permesso difendersi. Ho rinvenuto solo oggi, per caso (sul blog http://perunsogno.splider.com, che ringrazio), questa lettera scritta da una intellettuale cubana proprio in quei giorni e su quei fatti. La leggano i lorsignori schiavi del no logo, frequentatori di locali alla moda e di aule parlamentari. Ci sono persone a cui puoi togliere tutto, ma non la dignità. Passa un'enorme differenza.