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mercoledì, 23 aprile 2008

NEW ITALIAN EPIC

Posto un estratto dal saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, reperibile integralmente on line su www.wumingfoundation.com Un interessante e originale tentativo di lettura delle nostre lettere contemporanee, su cui credo valga la pena meditare...

noiduesoli36Dopo la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone (soprattutto opinion-makers) parlavano di “nuovo ordine mondiale”. Ordine, chiarezza. La Guerra Fredda finita, la democrazia vittoriosa e qualcuno si spinse fino a dichiarare conclusa la Storia. L’Homo Liberalis era il modello definitivo di essere umano. Si trattava, in parti eguali, di rozza propaganda, allucinazione collettiva e mania di grandeur. Gli anni Novanta non furono soltanto “il decennio più avido della storia” (secondo la definizione di Joseph Stiglitz), ma anche il più illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello “stile di vita occidentale” toccò livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di Versailles durante l’Ancien Régime. Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell’autocompiacimento, perché c’erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell’illusione, o forse nella rassegnazione. Nulla di nuovo poteva più darsi sotto il cielo, e in molti si convinsero che l’unica cosa da fare era scaldarsi al sole tiepido del già-creato. Di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate d’occhio, parodie, pastiches, remakes, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi.

L’11 Settembre polverizzò tutte le statuette di vetro, e molta gente sente il contraccolpo soltanto ora, sette anni più tardi. Lo stesso contraccolpo che descrivemmo in forma allegorica nella premessa a 54. Il compiersi di un ciclo storico. 54 uscì nella primavera del 2002. Quasi in contemporanea giunse in libreria - pubblicato dal nostro stesso editore - Black Flag di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. Black Flag è il secondo capitolo del Ciclo del Metallo, epopea della nascita del capitalismo industriale, che l’autore rappresenta come manifestazione di Ogun, divinità yoruba dei metalli, delle miniere, delle lame, della macellazione. Aprendo il romanzo, scoprimmo che il primo capitolo era al tempo stesso un trompe-l’oeil e un’allegoria molto simile alla nostra. In exergo una frase di George W. Bush sul bisogno di rispondere al terrore, poi l’apertura: le torri in fiamme, cadaveri, persone che vagano per strada coperte di polvere di cemento e amianto. Qualcuno si chiede: “Perché tutto questo?”, qualcuno altro dice: “Nulla sarà più come prima”. Solo che non è l’11 Settembre 2001. E’ l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti, 20 dicembre 1989. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi.

Cinque anni dopo le uscite di 54 e Black Flag, facemmo una nuova scoperta leggendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo di De Cataldo racconta gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli, della fine della “Prima Repubblica” e delle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi. Da poco era uscito anche il nostro Manituana, che narra la guerra d’indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk che la combatterono al fianco dell’Impero britannico, contro i ribelli “continentali”. Due libri in apparenza irrelati: diversi per stile e struttura, diversi gli eventi narrati, diverso il periodo storico, diversa l’area geografica, diverso tutto. Eppure notavamo echi, rimandi, somiglianze. Un comune vibrare. Di che poteva trattarsi? Ci volle un po’, ma alla fine capimmo. Entrambi i romanzi girano intorno al buco lasciato da una doppia morte: la scomparsa di due leader, anzi, due demiurghi, due che hanno creato mondi. In Manituana si tratta di Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, e Hendrick, capo irochese fautore della cooperazione coi bianchi. In Nelle mani giuste i due non hanno nome, tutt’al più antonomasie: il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti e strategie parallele, e “Il Fondatore”, capitano d’industria e fondatore di un impero aziendale. Gli eredi dei demiurghi non sono all’altezza, cercano alleanze impossibili e si scoprono deboli, inadatti. La situazione sfugge di mano, trappole si chiudono e, mentre i maschi falliscono, una donna forte (una vedova: Molly/Maia) apre una via di fuga per pochi. Nel frattempo, il vecchio mondo è finito.

A un livello profondo, i due romanzi raccontano la stessa storia. Nel corso degli anni, esperienze simili - repentine “illuminazioni” che innescavano letture comparate - ci sono state riferite da diversi colleghi. Intanto abbiamo letto, recensito e discusso tra noi molti libri, che pian piano hanno fatto massa, e intorno a quella massa si è creato un “campo di forze”. Sotto la produzione di molti autori italiani degli ultimi dieci-quindici anni vi è un giacimento di immagini e riferimenti condivisi. Dalle trasformazioni che avvengono là in basso (si pensi a materia organica sepolta e compressa che pian piano diventa idrocarburo) dipende il futuro della narrativa italiana. Per lungo tempo si è trattato soltanto di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha preso a strutturarsi. E’ toccato a me tirare le prime somme in cerca di una sintesi provvisoria, e l’ho fatto preparando il mio intervento per Up Close & Personal, workshop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montréal nel marzo 2008. In quel contesto è stata usata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana” o, in breve, “New Italian Epic”. Grazie alla discussione, ho potuto stringere viti e aggiungere esempi. Nei giorni successivi ho parlato del “New Italian Epic” in altre due università nordamericane: al Middlebury College di Middlebury, Vermont, e al Massachusetts Institute of Technology di Cambdrige, Massachusetts. Riattraversato l’Atlantico, ho discusso a fondo coi miei compari di collettivo e messo gli appunti a disposizione di altri colleghi, che hanno espresso i loro pareri. Ho pubblicato sul nostro sito ufficiale l’audio della conferenza di Middlebury, e raccolto impressioni da chi l’ha ascoltata. Nello scrivere il presente saggio ho tenuto conto di tutto questo (...)

In che senso “epico”? L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questinoiduesoli47 libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi. Tale accezione di “epico” si ritrova in libri come Q, Manituana, Oltretorrente, Il re di Girgenti, L’ottava vibrazione, Antracite, Noi saremo tutto, L’angelo della storia, La banda Bellini, Stella del mattino, Sappiano le mie parole di sangue e molti altri. Libri che fanno i conti con la turbolenta storia d’Italia, o con l’ambivalente rapporto tra Europa e America, e a volte si spingono anche più in là.

Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro” e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l’opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti. (...)

postato da oeildecarafa alle ore 23:04 | link | commenti (2)
categorie: racconti, letteratura, storie, globalizzazione, comunicazione, scrittori, modernità

Commenti
#1    28 Aprile 2008 - 10:39
 
cliccando sul link di wuming non mi porta da nessuna parte. sei sicuro che sia giusto l'url?
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#2    04 Maggio 2008 - 21:17
 
hai ragione, michela... infatti ho provveduto a correggerlo. grazie per la segnalazione.
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