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domenica, 04 maggio 2008

nessuna garanzia per nessuno?

Proseguo idealmente il post che precede e dal profondo nord mi estendo alla capitale ladrona per scendere fino al dito mignolo e annessi: si è compreso che per ogni dove, in Italia, vince chi propone il pugno duro e il filo spinato contro presunti nemici, ben categorizzati ed assemblati a seconda delle opportunità. Si è compreso non da oggi, in verità, ma dopo le catastrofi nucleari del dopo-voto, l'urgenza di avanzare (per i vincitori) e di ricuperare terreno (per i vinti) in questo campo diventa un'esigenza fisiologica. Frequente e regolare come quella di dare acqua al pianeta. Il nodo dell'insicurezza fisica dei cittadini, da questione alla moda nelle campagne elettorali, va diventando un'acquisizione culturale bipartisan e sempre più metabolizzata.Vediamo in che modo. schiavitù3Se la destra vince le elezioni giocandole sulla paura degli Italiani, sul diffuso senso di sfiducia nella giustizia come antidoto alla violenza e sull'ancor più diffusa sindrome della vulnerabilità, e se la Lega Nord, battendo su questo stesso tamburo, esce trionfatrice dalle urne pur dopo un'impasse non breve e non di piccole dimensioni, e se ancora Alemanno conquista, contro pur ragionevoli dubbi, un Campidoglio che per lunghi anni è stato feudo dello schieramento opposto, rimontando nel volgere di sette giorni senza apparentamenti sull'onda di un sanguinoso (e poco chiaro) fatto di cronaca... Se tutto ciò accade ci sono delle ragioni. E siccome è accaduto, converrà pensarci seriamente.

Esiste una strategia mediatica, senza dubbio. Il risuonare, di notiziario in notiziario, di narrazioni che tendono a dare del nostro Paese un'immagine fosca è costante da parecchio tempo e condiziona la percezione della realtà in un modo così pervasivo da non poter essere sottovalutato. Ma - dobbiamo essere sinceri con noi stessi - non è tutto. Esiste anche un dato reale, che moltissimi cittadini sentono affondarsi addosso e sempre più in profondità. E' reale il coprifuoco metropolitano e lo è altrettanto la deriva violenta dei piccoli centri. Ciascuna di queste situazioni con la propria specificità (chi la nega?), ma tutte concorrenti alla transizione verso un clima di isterismo sociale che, andando avanti di questo passo, diventerà incontrollabile. Cioè: i mezzi di comunicazione lo esasperano di certo, ma il problema esiste. Non c'è una divaricazione così evidente fra la rappresentazione collettiva (ben suggestionata) e quella individuale del livello di garanzia del cittadino rispetto alla sua propria incolumità fisica.
L'inganno è da cercarsi altrove, semmai. Ovvero:

1)  L'insicurezza del cittadino è un'ombra che si estende lungo l'intero orizzonte della sua esistenza: lavoro, famiglia, reddito, tempo e infine vita, di modo che la questione su cui ragioniamo è l'atto finale di un processo capillare, onnicomprensivo. Nella società del mordi e fuggi, dove l'attimo prevale sul lungo termine e il presente è l'unica forma di temporalità consentita, non c'è posto per la prospettiva, e la violenza si declina in tutte le sue sfumature spiegando una potenza disgregatrice dell'esistenza che arriva a riassumere la morte nella dimensione della normalità. Questo vale per i lavoratori che rischiano nelle fabbriche, per i cittadini che rischiano nel mangiare i prodotti di terre contaminate, per i tifosi che rischiano allo stadio, per i genitori che rischiano in casa con i loro figli e viceversa, per i passanti che rischiano in un viale metropolitano dopo il tramonto. Per l'umanità tutta che rischia di finire sommersa in un cataclisma di proporzioni globali causato non dai fondamentalisti islamici ma da un'altra specie di terroristi, non meno pericolosa. E' quindi un inganno (ideologico) porre la questione della sicurezza isolando e universalizzando una sola delle sue molteplici fattispecie, e oltretutto farlo per coprire tutte le altre. Oggi, da destra come da sinistra, il problema - che, come ripeto, esiste - non viene presentato attraverso la ricerca delle sue cause, ma solo attraverso la constatazione delle sue conseguenze. Infatti, quando i colpevoli (più che le cause) vengono individuati, essi sono capri espiatori temporanei: gli extracomunitari, i clandestini, i sovversivi, i malati mentali, talora i magistrati (su cui vorrò tornare). E poiché ciascuna di queste categorie non riesce comunque a sostenere in maniera credibile l'intero peso di un fenomeno tanto complesso e diversificato, allora entra in gioco la subdola direzione dei media, chiamati a dare risalto a taluni fatti piuttosto che ad altri (ricordiamo le vicende relative ai rumeni, di cui qui si è già parlato - vedi i post della serie Irata e Pogrom?). Almeno finché è utile. Ora, non voglio banalizzare né generalizzare a mia volta: è ovvio che questa considerazione avrebbe bisogno di essere argomentata in maniera più puntuale, ma adesso basti avere ipotizzato un nesso che, se si guarda con attenzione, così ipotetico, a mio avviso, non sembra...

2) Il punto è che con questi (giustissimi e sacrosanti) argomenti non si va lontano nella ricerca di consensi, e l'esperienza elettorale più recente lo dimostra. Mi si perdoni la leggera deviazione, ma proprio questo pomeriggio sottoguardavo nel dormiveglia del dopopranzo l'osceno talk-show domenicale condotto dall'allucinante Giletti, dedicato guardacaso al tema della sicurezza e delle inadempienze della magistratura in gravi casi di delitto da prima pagina. Sorvolo sull'impostazione del programma perché ci si potrebbe aprire a parte un capitolo, e mi soffermo su un unico passaggio, credo, significativo: Sansonetti, ospite pure lui, prova a dire che, stante la tragicità degli episodi in oggetto (strage del Circeo, ammazzamenti vari rimasti impuniti, assassini scarcerati per errori delle segreterie dei tribunali etc.) ci si dovrebbe ricordare che non è questo il genere di violenze e delinquenze più allarmante, e che, se si va a vedere, i casi di violenza più clamorosi e frequenti avvengono, per esempio, dentro le mura domestiche e restano impuniti e nascosti non per sviste dei magistrati ma anche - soprattutto - perché nessuno ne parla. Però non ha il tempo di finire il ragionamento che Klaus David gli salta alla giugulare per segnalargli che una posizione del genere, dopo la cocente sconfitta elettorale, è del tutto insufficiente. Che dalle urne è venuta fuori una percezione generale del problema di fronte alla quale non si può continuare a negare o sviare il discorso, se non per ingiustificate prevenzioni ideologiche. E io, spettatore, penso che hanno ragione, in parte, entrambi. Da una parte le ragioni della maggioranza: giuste o sbagliate, pilotate o meno, sarà difficile non tenerne conto, anche perché, come ho detto, esprimono esigenze in certa misura reali. Dall'altra un ragionamento complesso, che richiede levatura intellettuale e non piccole dosi di buona volontà. Ma che finisce inevitabilmente per sembrare uno stratagemma con cui deviare l'attenzione. Con cui sistemare il mondo affinché risponda alle nostre idee (le quali così paiono pregiudizi ideologici). L'arte politica esisterebbe in realtà per rispondere a questa precisa sfida: armonizzare lo sguardo dei più, sempre volto all'immediato, al presente, con quello alto e lungo della strategia, che abbraccia più luoghi e più momenti, che sa mettere in fila cause e conseguenze partendo da un principio per giungere ad un fine. E' un'impresa talmente difficile che si può dire siano stati davvero pochi i benemeriti che ne hanno appena sfiorato la realizzazione, nella storia del genere umano. E tuttavia è questo il banco di prova, non ve ne sono altri. Perciò è con il sentire popolare che dobbiamo misurarci anche quando esso ci dice soltanto che ha paura. E che non gliene frega un beneamato di chi è colpa: a problemi presenti soluzioni presenti (a culo tutto il resto), perché chi ragiona con la pancia reagisce solo al maldipancia; basta un analgesico ed è contento, anche se magari il farmaco spegne il sintomo ma non debella il male. Tale lo stato dell'arte: fingendo di potercene fregare a nostra volta e lanciarci nel cielo terso delle nostre elucubrazioni, rischiamo di non trovare più una pista d'atterraggio. Mai più, e le urne ce ne siano testimoni. Affrontiamo allora la questione per quel di vero che essa pone!

3) Perché, se così stanno le cose, il discorso non ha più valore e la parola perde attrattiva. Il giovane milanese che se torna a casa ad un'ora per altri normalissima rischia di essere accoltellato, la famiglia che non esce di casa dopo il coprifuoco, la giovane violentata all'uscita dalla discoteca, le case sempre più blindate e le persone sempre più costrette in un'inquieta solitudine esistono. Non nella misura demagogica in cui vorrebbero gli operatori dell'informazione, va bene, ma sono realtà. Realtà a cui non puoi rispondere che il nemico non è il teppista che li scippa, lo sbandato che li violenta, l'ubriaco che li uccide - e che invece è colpa di un sistema complessivo che abbisogna di essere sbrogliato con pazienza e dove i responsabili veri non si vedono quasi mai ad occhio nudo etc - perché se glielo dici ti becchi, come minimo, uno sputo in un occhio. Lo so che è sbagliato, ma è così. Gli altri lo hanno capito e fanno le ronde, perché realizzano che essere credibili, nel nostro tempo contratto, significa essere presenti, vicini, carne e sangue di cui avvertire l'energia. E così fanno, a loro modo. Noi invece, che predichiamo tolleranza e talvolta minimizziamo (perché sappiamo, certo, ma minimizziamo fatti reali), che cosa abbiamo fatto per creare nella concretezza dei quartieri, nella "greve" materialità dei luoghi e dei corpi, una tendenza culturale differente? Discorsi alla televisione, e poco altro. Esistono mobilitazioni politiche forti e radicate (politiche dico, perché il volontariato da solo non può farcela) miranti a creare situazioni concrete di collaborazione e solidarietà inter-etnica? Momenti di osservazione e prevenzione della violenza, ovunque e da qualunque parte essa si presenti? Pratiche occasioni di integrazione sociale disseminate in tutti i luoghi a rischio e nonirenesalvatori8 affidate soltanto alla buona volontà dei fedeli di qualche parrocchia? O l'unico modo per evitare che la gente muoia ammazzata per la strada sono le ronde padane e le squadre fasciste? Abbiamo preferito le strutture leggere, i salotti mediatici, le distanze, ed anche questo è il risultato...

4) E alla fine l'insicurezza diventa battaglia contro l'impunità. Non però contro una legge ritenuta insufficiente o contro un provvedimento inefficace, ma contro una persona fisica - ciò che fa sempre più effetto - ovvero, in questo caso, il magistrato. E' scandaloso come in un Paese in cui chi si dichiara evasore delle tasse diventa Presidente del Consiglio, in cui impera la sottocultura dell'aggiramento di ogni regola possibile, in quest'Italietta del tirare a campare, del pressapochismo, del menefreghismo, del si salvi chi può e chi non può è un imbecille, il grido dei politici (e dell'opinione pubblica a seguito) si alzi duro e intenso quando sul banco degli imputati ci finisce un magistrato. Pure, questo delirio - ove si accredita l'immagine di una giustizia sempre inefficiente, mai boicottata dalle interessate pastoie della burocrazia politica - è il luogo comune dove alla destra italiana piace che vada a finire l'isteria collettiva e collettivamente alimentata dell'insicurezza. Dunque torniamo al filo spinato, perché così sembra che d'incanto il cielo ridiventi azzurro.

Immagine di Irene Salvatori (http://ilventoeleombre.splinder.com)

postato da oeildecarafa alle ore 21:09 | link | commenti (1)
categorie: politica, globalizzazione, sinistra, razzismo, rumeni, modernità

Commenti
#1    14 Maggio 2008 - 18:57
 
Il popolo è un bambino.
Se vuoi che non si perda nel bosco gli devi dire che c'è il lupo cattivo, l'uomo nero!
I terroristi, l'arabi col barbone, i pirati della Malesia. Ogni tanto insomma bisogna cambiare, fare la rotazione.
Il diavolo, gli zombie, il mostro di Loch Ness, il bocio, i marziani, i fantasmi.
Il popolo è un bambino.
Se gli metti paura ti porta le ciabatte, ti lava la macchina.
Il popolo è un bambino.
Se gli metti paura ti ubbidisce subito.

(Ascanio Celestini)
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