Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito
per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure
complete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".
