Stanze Distanze Transumanze

adiacenze e dintorni
lunedì, 27 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

 PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 3

obama8Nel mezzo della raccolta di punti di vista non catodici sulla corsa alla Casa Bianca targata 2008, provo ad usare il mio spazio in prima persona come taccuino di appunti, come modo per riflettere a voce alta e fissare qualche straccio di ragionamento in vista di un articolo sull’epopea – in bianco e nero prima che a stelle e strisce – di Barack Obama, che è in fase di preparazione per una rivista. Chi legge abbia perciò la pazienza di seguirmi nell'inorganica espressione di un ancor più inorganico pensiero: sensazioni provvisorie e contraddittorie che forse hanno solo bisogno di essere sparse su un foglio bianco per potersi adocchiare e perfino sposare in discorso dotato di senso...

1. Il fascino di Obama - soprattutto per noi d'oltreoceano - sembra risiedere nel fatto che la sua è una faccia diversa, forse imprevista, nella lunga catena di presidenti bianchi, mascelle sagomate e zigomi sporgenti con cui il potere statunitense ha finora voluto mascherarsi. E' nero, non proviene da una ricca famigliola wasp abituata a darsi tutta - baci e abbracci compresi - in pasto a rotocalchi in cerca di tipologie rassicuranti a buon mercato, parla un inglese dignitoso ed è ingegnere di una retorica maledettamente complessa: insomma, costruito apposta per incarnare il cambiamento. Eppure il vero punto di forza di questa sua storia d’inattese risalite sta nel fatto che essa, a dispetto di una certa verniciatura, trasuda tradizione americana da tutti i pori, e in questa americanità più che consolidata trova la propria prigione. In effetti, è la mitologia hollywoodiana - quella del Paese dei sogni - che si è impadronita della pelle nera di Obama, della sua infanzia negata e dei calzoni lisi che portava da ragazzino, per riproporsi in tutta la sua gretta falsità come simbolo del nuovo che avanza sulle macerie. E' il cliché individualista del self man che si autocostruisce nonostante il ghetto in cui la generosa gran madre America l'ha infilato in un momento di distrazione. E che, quando non è più il poverello dei sobborghi ma la prova provata che il superuomo esiste, ringrazia il suo Paese per averlo reso tale, ed anche per la fogna in cui l'ha fatto nascere. Self sempre fino a che non si oltraggia la dignità nazionale.

2. E sia: fa anche piacere che un afroamericano riesca a diventare volto di una nazione da sempre razzista e segregante, e niente da dire - figurarsi - sul fatto che un proletario assurga al soglio presidenziale, per noi che avevamo detto di volerci mettere una cuoca e l'abbiamo finita con un mafioso alcoolizzato. Se non fosse che, in questo caso, lo stacco non va oltre il simbolico e il simbolo non si fa compiutamente coscienza: come ho già avuto modo di dire, il sistema fagocita le individulità proprio mentre sembra esaltarle alla massima potenza, e tutto quell'universo di rivendicazioni, di idealità, di volontà di rottura diventa feticcio, eterodirezione. Non a caso, a poche settimane dal giorno del giudizio, i consulenti democratici rilanciano il loro candidato nuovo di zecca tramite l'usuratissimo Colin Powell, bieco e squallido figuro dell'amministrazione uscente, che accredita la perfetta continuità fra Bush jr. ("il buono dell'America del passato") e Obama ("il buono dell'America presente e futura") alla faccia dell'urlato change, grido di guerra che ha fatto da leitmotiv a tutta la campagna democratica.  

3. E d'altronde, questo rivoluzionario presidente in pectore - che s'è trovato in sorte di dover recitare la parte del messia proprio quando la cattedrale yankee è travolta e fumante come mai prima - è comunque incapace di vedere la storia se non in termini di sogno americano. Propone il ritiro delle truppe dall'Iraq (dove ognuno vede una disfatta sanguinosa e soprattutto costosa in tempi di vacche anoressiche) ma non esita a definire giusta la guerra in Afghanistan e ad agitare ancora lo spettro di una centrale islamica del terrore sempre più favolistica. Proprio perché anche lui è troppo americano per chiedersi se l'America debba essere o meno la superpotenza globale del terzo millennio, il riferimento unico e omologante attorno al quale far ruotare tutta l'ampia costellazione degli Stati sudditi. Anzi, per Obama come per McCain e come per ciascuno dei loro possibili alter-ego, il problema può semmai essere quello di stabilire quale modello di superpotenza unica sia più giusto che l'America incarni. Il resto è dato di fatto, e la cornice di celebrazioni pseudostoriche di contorno - sul tipo: il grande faro vittorioso contro fascismo (quello di Pinochet?) e comunismo (quello di Hu Jntao?) - lo consolida. Non ci si veda solo un espediente elettorale, perché in realtà questo è il grande limite culturale in cui l'americano medio si riconosce, ed anche il gap che fa dell'americano un americano anziché un comune mortale: il non potersi pensare, anche volendo, se non come il centro del mondo

4. Quindi, assodato che la leadership americana sul mondo è postulato della ragione nera come di quella bianca, senza possibilità di scampo, andiamo a scovare sul terreno del modello di sviluppo interno e di paradigma culturale quali sono le proposte di Obama. Qui, c'è soprattutto un tentativo di spaccare il fronte avversario - che in verità è, ora come ora, qualcosa di simile alla mitraglia contro la croce rossa - in cui i riflessi positivi non mancano. Senza illusioni, ma non mancano. Il fantasma di un nuovo New Deal, da sempre convitato di pietra dell'immaginario post-depressione, viene evocato nei termini vaghi di aiuti ai lavoratori e sistema sanitario urbi et orbi ma cela la visione di un ritorno prepotente dello Stato in economia nel momento in cui anche i repubblicani devono ammettere la necessità di un'inversione di rotta nella traiettoria liberista, pressati come sono dagli sfaceli dei loro grandi elettori-lobbisti. Ciò che il candidato democratico profila è un annacquato riformismo in rosa - neokeynesiano o che dir si voglia - di cui anche il fronte avverso capisce l'urgenza, Paulson in testa, e che fa comodo a tutti non siano gli epigoni di Bush a praticare, non foss'altro che per il rischio che comporta.

5. Così, anche sul versante delle questioni etiche, altro campo di battaglia asperrimo per ogni candidato alla presidenza, Obama scombina le carte di un dibattito che non è né può essere laico in una nazione che di laico non ha nemmeno l'unghia del mignolo. L'elettorato evangelicale e fondamentalista - cioè quella fascia d'opinione pubblica ipnotizzata dai telepredicatori carismatici che vogliono il darwinismo cancellato dai libri di testo, che fanno proseliti a dismisura ogni giorno e che negli anni Ottanta, scendendo per la prima volta in campo nell'agone politico, hanno preferito Reagan a Carter - oggi si ritrova sul groppone la non gradita candidatura di McCain, troppo infido e poco manovrabile. Obama proviene invece dal protestantesimo liberal che già fu del grande Martin Luther King, cioè da una cultura progressista che ha fatto i conti con la propria tradizione e ha sposato le battaglie degli anni Sessanta e Settanta per l'emancipazione degli oppressi, dei neri, delle donne, dei gay. Una cultura ampiamente emarginata, appunto, nel decennio repubblicano che ci si augura stia per chiudersi. Su questi temi, Obama ha tuttavia praticato finora una calcolatissima prudenza, e se ne possono comprendere le ragioni, fuorché in un punto: l'aborto legale e sicuro. Che è poi anche il punto più delicato. Ci si domanda perché insistere in termini chiari su questo tasto quando invece, per esempio, altre tematiche di rilevanza etica avrebbero potuto trovare l'opinione pubblica americana bendisposta anche a nettezze radicali. Forse perché la battaglia antiabortista è stata il cavallo di Troia che - artefice sempre l'immarcescibile Giovanni Paolo II - ha reso possibile, in epoca reaganiana, il patto Molotov-Ribbentropp fra gli evangelicali e i cattolici statunitensi, da sempre nemici. Perché sulla scorta di questa opportunistica alleanza il cattolicesimo più incline alle istanze progressiste (e dunque ad un avvicinamento al vangelo sociale del protestantesimo storico, ma anche alle teologie della liberazione dei vicini sudamericani) ha subito quel drastico ridimensionamento tanto voluto dalla Santa Sede e ha foraggiato i repubblicani nella loro ossessiva lotta al comunismo in cui, ancora una volta, il Vaticano non ha mancato di svolgere il proprio ruolo. Oggi Obama prova a spaccare quell'alleanza e ad isolare una Moral Majority senza più precisi riferimenti politici. Non per caso il suo vice è il cattolicissimo Baden: una tattica lucida e probabilmente vincente. Il resto mi pare ancora così nebuloso e in progress che non m'azzardo a commentare ulteriormente, per ora. Solo un sottofondo di sfiducia che comunque permane. 

6. Naturalmente anelo a sbagliarmi come il cervo alla fonte, ma preferisco non chiedere al ragazzoobama7 nero qualcosa che so che lui non potrà dare, e rassegnarmi ad assaporare un retrogusto un poco amaro nelle speranze di un mondo che, per inique ma note ragioni, è più interessato al cambio di vertice Usa di quanto non sarebbe plausibile in tempi normali. Sarà (incursione personale) che io mi sento serenamente vetero-europeo fino al midollo e che l'America per me è grossomodo un continente di celluloide, un luogo remoto non solo in virtù del mappamondo. Di questa Babele che non è riuscita ad elevarsi fino al cielo e ha quindi preferito sdraiarsi sulla terra fin quasi a schiacciarla tutta col suo peso, orizzontale come un cadavere, ho sempre percepito l'affannosa decadenza, e nessun momento di gloria, e forse è anche per questo che non m'innamoro di Barack Obama, nonostante l'impazzimento generale, ma neanche riesco a farmelo stare antipatico: perché a dispetto di tutto, anche questa giovane promessa della politica internazionale è troppo americana per poter essere amata o odiata da un demodé come il sottoscritto.

G.P.

postato da oeildecarafa alle ore 02:23 | link | commenti
categorie: america, politica, globalizzazione, sinistra, obama

Commenti

Chi sono

Utente: oeildecarafa
Nome: oeildecarafa
un visionario in cerca di voce DISCLAIMER: questo Blog non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non è un prodotto editoriale ai sensi della Legge n. 62/2001.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Partecipano

www.kilombo.org

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte