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lunedì, 27 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

 PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 3

obama8Nel mezzo della raccolta di punti di vista non catodici sulla corsa alla Casa Bianca targata 2008, provo ad usare il mio spazio in prima persona come taccuino di appunti, come modo per riflettere a voce alta e fissare qualche straccio di ragionamento in vista di un articolo sull’epopea – in bianco e nero prima che a stelle e strisce – di Barack Obama, che è in fase di preparazione per una rivista. Chi legge abbia perciò la pazienza di seguirmi nell'inorganica espressione di un ancor più inorganico pensiero: sensazioni provvisorie e contraddittorie che forse hanno solo bisogno di essere sparse su un foglio bianco per potersi adocchiare e perfino sposare in discorso dotato di senso...

1. Il fascino di Obama - soprattutto per noi d'oltreoceano - sembra risiedere nel fatto che la sua è una faccia diversa, forse imprevista, nella lunga catena di presidenti bianchi, mascelle sagomate e zigomi sporgenti con cui il potere statunitense ha finora voluto mascherarsi. E' nero, non proviene da una ricca famigliola wasp abituata a darsi tutta - baci e abbracci compresi - in pasto a rotocalchi in cerca di tipologie rassicuranti a buon mercato, parla un inglese dignitoso ed è ingegnere di una retorica maledettamente complessa: insomma, costruito apposta per incarnare il cambiamento. Eppure il vero punto di forza di questa sua storia d’inattese risalite sta nel fatto che essa, a dispetto di una certa verniciatura, trasuda tradizione americana da tutti i pori, e in questa americanità più che consolidata trova la propria prigione. In effetti, è la mitologia hollywoodiana - quella del Paese dei sogni - che si è impadronita della pelle nera di Obama, della sua infanzia negata e dei calzoni lisi che portava da ragazzino, per riproporsi in tutta la sua gretta falsità come simbolo del nuovo che avanza sulle macerie. E' il cliché individualista del self man che si autocostruisce nonostante il ghetto in cui la generosa gran madre America l'ha infilato in un momento di distrazione. E che, quando non è più il poverello dei sobborghi ma la prova provata che il superuomo esiste, ringrazia il suo Paese per averlo reso tale, ed anche per la fogna in cui l'ha fatto nascere. Self sempre fino a che non si oltraggia la dignità nazionale.

2. E sia: fa anche piacere che un afroamericano riesca a diventare volto di una nazione da sempre razzista e segregante, e niente da dire - figurarsi - sul fatto che un proletario assurga al soglio presidenziale, per noi che avevamo detto di volerci mettere una cuoca e l'abbiamo finita con un mafioso alcoolizzato. Se non fosse che, in questo caso, lo stacco non va oltre il simbolico e il simbolo non si fa compiutamente coscienza: come ho già avuto modo di dire, il sistema fagocita le individulità proprio mentre sembra esaltarle alla massima potenza, e tutto quell'universo di rivendicazioni, di idealità, di volontà di rottura diventa feticcio, eterodirezione. Non a caso, a poche settimane dal giorno del giudizio, i consulenti democratici rilanciano il loro candidato nuovo di zecca tramite l'usuratissimo Colin Powell, bieco e squallido figuro dell'amministrazione uscente, che accredita la perfetta continuità fra Bush jr. ("il buono dell'America del passato") e Obama ("il buono dell'America presente e futura") alla faccia dell'urlato change, grido di guerra che ha fatto da leitmotiv a tutta la campagna democratica.  

3. E d'altronde, questo rivoluzionario presidente in pectore - che s'è trovato in sorte di dover recitare la parte del messia proprio quando la cattedrale yankee è travolta e fumante come mai prima - è comunque incapace di vedere la storia se non in termini di sogno americano. Propone il ritiro delle truppe dall'Iraq (dove ognuno vede una disfatta sanguinosa e soprattutto costosa in tempi di vacche anoressiche) ma non esita a definire giusta la guerra in Afghanistan e ad agitare ancora lo spettro di una centrale islamica del terrore sempre più favolistica. Proprio perché anche lui è troppo americano per chiedersi se l'America debba essere o meno la superpotenza globale del terzo millennio, il riferimento unico e omologante attorno al quale far ruotare tutta l'ampia costellazione degli Stati sudditi. Anzi, per Obama come per McCain e come per ciascuno dei loro possibili alter-ego, il problema può semmai essere quello di stabilire quale modello di superpotenza unica sia più giusto che l'America incarni. Il resto è dato di fatto, e la cornice di celebrazioni pseudostoriche di contorno - sul tipo: il grande faro vittorioso contro fascismo (quello di Pinochet?) e comunismo (quello di Hu Jntao?) - lo consolida. Non ci si veda solo un espediente elettorale, perché in realtà questo è il grande limite culturale in cui l'americano medio si riconosce, ed anche il gap che fa dell'americano un americano anziché un comune mortale: il non potersi pensare, anche volendo, se non come il centro del mondo

4. Quindi, assodato che la leadership americana sul mondo è postulato della ragione nera come di quella bianca, senza possibilità di scampo, andiamo a scovare sul terreno del modello di sviluppo interno e di paradigma culturale quali sono le proposte di Obama. Qui, c'è soprattutto un tentativo di spaccare il fronte avversario - che in verità è, ora come ora, qualcosa di simile alla mitraglia contro la croce rossa - in cui i riflessi positivi non mancano. Senza illusioni, ma non mancano. Il fantasma di un nuovo New Deal, da sempre convitato di pietra dell'immaginario post-depressione, viene evocato nei termini vaghi di aiuti ai lavoratori e sistema sanitario urbi et orbi ma cela la visione di un ritorno prepotente dello Stato in economia nel momento in cui anche i repubblicani devono ammettere la necessità di un'inversione di rotta nella traiettoria liberista, pressati come sono dagli sfaceli dei loro grandi elettori-lobbisti. Ciò che il candidato democratico profila è un annacquato riformismo in rosa - neokeynesiano o che dir si voglia - di cui anche il fronte avverso capisce l'urgenza, Paulson in testa, e che fa comodo a tutti non siano gli epigoni di Bush a praticare, non foss'altro che per il rischio che comporta.

5. Così, anche sul versante delle questioni etiche, altro campo di battaglia asperrimo per ogni candidato alla presidenza, Obama scombina le carte di un dibattito che non è né può essere laico in una nazione che di laico non ha nemmeno l'unghia del mignolo. L'elettorato evangelicale e fondamentalista - cioè quella fascia d'opinione pubblica ipnotizzata dai telepredicatori carismatici che vogliono il darwinismo cancellato dai libri di testo, che fanno proseliti a dismisura ogni giorno e che negli anni Ottanta, scendendo per la prima volta in campo nell'agone politico, hanno preferito Reagan a Carter - oggi si ritrova sul groppone la non gradita candidatura di McCain, troppo infido e poco manovrabile. Obama proviene invece dal protestantesimo liberal che già fu del grande Martin Luther King, cioè da una cultura progressista che ha fatto i conti con la propria tradizione e ha sposato le battaglie degli anni Sessanta e Settanta per l'emancipazione degli oppressi, dei neri, delle donne, dei gay. Una cultura ampiamente emarginata, appunto, nel decennio repubblicano che ci si augura stia per chiudersi. Su questi temi, Obama ha tuttavia praticato finora una calcolatissima prudenza, e se ne possono comprendere le ragioni, fuorché in un punto: l'aborto legale e sicuro. Che è poi anche il punto più delicato. Ci si domanda perché insistere in termini chiari su questo tasto quando invece, per esempio, altre tematiche di rilevanza etica avrebbero potuto trovare l'opinione pubblica americana bendisposta anche a nettezze radicali. Forse perché la battaglia antiabortista è stata il cavallo di Troia che - artefice sempre l'immarcescibile Giovanni Paolo II - ha reso possibile, in epoca reaganiana, il patto Molotov-Ribbentropp fra gli evangelicali e i cattolici statunitensi, da sempre nemici. Perché sulla scorta di questa opportunistica alleanza il cattolicesimo più incline alle istanze progressiste (e dunque ad un avvicinamento al vangelo sociale del protestantesimo storico, ma anche alle teologie della liberazione dei vicini sudamericani) ha subito quel drastico ridimensionamento tanto voluto dalla Santa Sede e ha foraggiato i repubblicani nella loro ossessiva lotta al comunismo in cui, ancora una volta, il Vaticano non ha mancato di svolgere il proprio ruolo. Oggi Obama prova a spaccare quell'alleanza e ad isolare una Moral Majority senza più precisi riferimenti politici. Non per caso il suo vice è il cattolicissimo Baden: una tattica lucida e probabilmente vincente. Il resto mi pare ancora così nebuloso e in progress che non m'azzardo a commentare ulteriormente, per ora. Solo un sottofondo di sfiducia che comunque permane. 

6. Naturalmente anelo a sbagliarmi come il cervo alla fonte, ma preferisco non chiedere al ragazzoobama7 nero qualcosa che so che lui non potrà dare, e rassegnarmi ad assaporare un retrogusto un poco amaro nelle speranze di un mondo che, per inique ma note ragioni, è più interessato al cambio di vertice Usa di quanto non sarebbe plausibile in tempi normali. Sarà (incursione personale) che io mi sento serenamente vetero-europeo fino al midollo e che l'America per me è grossomodo un continente di celluloide, un luogo remoto non solo in virtù del mappamondo. Di questa Babele che non è riuscita ad elevarsi fino al cielo e ha quindi preferito sdraiarsi sulla terra fin quasi a schiacciarla tutta col suo peso, orizzontale come un cadavere, ho sempre percepito l'affannosa decadenza, e nessun momento di gloria, e forse è anche per questo che non m'innamoro di Barack Obama, nonostante l'impazzimento generale, ma neanche riesco a farmelo stare antipatico: perché a dispetto di tutto, anche questa giovane promessa della politica internazionale è troppo americana per poter essere amata o odiata da un demodé come il sottoscritto.

G.P.

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categorie: america, politica, globalizzazione, sinistra, obama
sabato, 25 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008 / 2

Continua la rassegna stampa (accumulo disinibito e disorganico di materiali e opinioni) su come cambia non l'America ma il modo di fare campagna elettorale in America (perfida differenza) e sul vero protagonista mediatico delle presidenziali, Barack Obama. Dalle chiese storiche, spostiamo l'obiettivo verso i bloggers e i tanti pellegrini della rete con l'articolo che segue, scritto all'inizio della campagna elettorale ma non perciò meno interessante ai nostri fini. Il pezzo è a firma dell'acutissima commentatrice Antonella Napolitano (visitate il blog http://svaroschi.blogspot.com) ed è tratto da www.apogeonline.com, dinamico web-zine d'informazione nella e sulla rete.

obama2

La lezione di Obama

Carisma e uso intelligente della Rete: il neo candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha scommesso su un network di attivisti che lo ha sostenuto in modo creativo in ogni possibile canale. E a suon di folle e finanziamenti record, l'outsider ha conquistato la scena anche sui mass media. Inevitabile. Era la parola che fin dal 2007 veniva usata per definire la nomination di Hillary Clinton. Tempo di arrivare alla primavera del 2008 e lo stesso giudizio era più spesso utilizzato a favore del suo principale avversario, Barack Obama. Ora che il senatore afroamericano ha in mano la nomination democratica per le elezioni americane di novembre, è tempo di ragionare su quanto Internet sia un fattore del suo successo inaspettato.

I candidati non hanno più il controllo esclusivo dei messaggi che inviano al pubblico di potenziali elettori: con la diffusione della Rete, chiunque può produrre e diffondere contenuti, erodendo l’esclusiva delle fonti tradizionali. Questo passaggio epocale per la comunicazione politica era in qualche modo dato per acquisito nel messaggio cardine della campagna elettorale di Obama: il cambiamento passa per la possibilità di ciascuno di agire e avere un impatto, confidando nella collaborazione tra le persone. David Plouffe, responsabile della campagna elettorale, ha saputo tradurre questo concetto in una efficace gestione della presenza online del candidato, il cui network permetteva a chiunque di creare un profilo personale, gestire un blog, organizzare attività di sostegno alla campagna e promuovere la raccolta di fondi nella propria rete sociale. Lo staff di Obama ha presidiato tutti i social network più popolari, ma soprattutto ha favorito l’uso degli stessi da parte dei suoi sostenitori. Nel raccontare le primarie, i mass media hanno dato particolare risalto alla straordinaria quantità di donazioni raccolte online da Barack Obama e alla scelta di puntare molto sulla raccolta di offerte di piccola entità. Piuttosto che organizzare pochi appuntamenti con sostenitori molto facoltosi, lo staff di Obama ha puntato su una miriade di eventi e occasioni di incontro in grado di motivare e dare spazio ai tanti piccoli finanziatori disposti a credere nel candidato outsider. L’ampliamento della base ha portato risultati che sono sotto gli occhi di tutti: 270 milioni di dollari raccolti, una cifra senza precedenti.

I sostenitori diventano la notizia

Grassroots, l’azione collettiva che parte dal basso, è una parola che ha una storia importante negli Stati Uniti. Risale alla fine del diciannovesimo secolo, ben prima della nascita di Internet, e ha una connotazione di autenticità, che lo distingue dalle dinamiche gerarchiche istituzionali e di partito. Presuppone un rapporto diverso tra il candidato e il suo sostenitore: il primo è in qualche modo espressione del secondo e vi fa appello per la sua partecipazione attiva in favore della campagna. «La parola grassroots esprime una speranza e pone una domanda. Ritaglia uno spazio per parlare delle persone come attori politici in una comunità, anche se non spiega esattamente come ciò debba accadere», scrive Zephyr Teachout, già consulente per la campagna di Howard Dean, nel 2004. Questo elemento di potenziale indeterminatezza diventa un fattore chiave di successo in un contesto in cui la Rete mette a disposizione la possibilità di miscelare, reinventare, adattare dati e informazioni. Il materiale è nelle mani del singolo individuo, che può utilizzarlo nel modo in cui crede producendo output originali e spesso imprevedibili. Che si tratti di un manifesto o di un video in cui si fa remix tra un discorso di Obama e alcuni spezzoni di un film di Bollywood, la strategia di lasciare libera iniziativa ai sostenitori del candidato è stata un fattore chiave per far circolare la figura di Obama e il suo messaggio, rendendoli popolari.

«Le campagne di successo provocano molto rumore da parte dei sostenitori che parlano del candidato. Questa diventa “la storia” per i mass media», sostiene Patrick Ruffini, consulente repubblicano. Spesso infatti è stata la folla che circondava Obama, negli eventi dal vivo ma anche in Rete, a diventare la notizia per le grandi testate giornalistiche che hanno seguito e raccontato le primarie, più ancora dei suoi contenuti. Una differenza importante, se si considera che il programma di Obama e quello della senatrice Clinton non erano poi molto diversi tra loro.

Il ruolo di YouTube

obama3Da un paio d'anni esiste una categoria di gaffe di politici che prende il nome di macaca moment. Trae spunto da un episodio che vide protagonista George Allen nel 2006: il candidato repubblicano al Senato per lo stato della Virginia definì macaco un videomaker indiano che stava riprendendo un comizio per conto del suo avversario. Il video, inserito su YouTube, scatenò molte proteste per l'appellativo implicitamente razzista. Allen si scusò e affermò di non conoscere il significato della parola, ma l'episodio gli costò tutta la credibilità acquisita come ex governatore dello stato e gli fece perdere un'elezione per cui sembrava il favorito. La sovraesposizione mediatica dei candidati e la possibilità di immortalare momenti potenzialmente imbarazzanti e condividerli in Rete è un pericolo a cui gli staff dei candidati sono molto attenti, specie in competizioni di questa rilevanza.

Ma al di là della capacità di denuncia di episodi sgradevoli, di strumenti come YouTube si trascura spesso il ruolo positivo, ovvero la possibilità di fornire un punto di vista che l’informazione mainstream non è in grado di passare per peculiarità del formato, per mancanza di tempo o per valutazioni legate alla notiziabilità. Un esempio interessante viene da un discorso tenuto da Obama in una sinagoga della Florida: l’incontro ebbe una modesta copertura mediatica e dal racconto che ne fece il New York Times emergeva l’impressione di un’accoglienza tiepida. Un’impressione confutata in breve dai video pubblicati dai sostenitori presenti all’incontro, che testimoniavano di un intervento attento e rilassato, sostenuto da applausi fragorosi, come racconta Micah Sifry, consulente politico e attento osservatore della campagna elettorale 2008, sul blog TechPresident. Quello che ieri non si poteva fare, pubblicare contributi importanti pur nel disinteresse dei mass media, oggi si fa e diventa un elemento di forza non banale nel corso di una campagna intensa e frenetica com'è stata quella per aggiudicarsi la nomination democratica.

Un altro esempio: in marzo Obama ha tenuto un importante discorso sulla razza, intitolato A more perfect union. I 37 minuti del video integrale sono stati pubblicati su YouTube e visti più di un milione e mezzo di volte nel corso del solo primo giorno di presenza online. Spiega il giornalista Paolo Ferrandi: «Una volta di più l’innegabile maestria retorica di Obama è stata amplificata dalla distribuzione asincrona della Rete. Senza l’aiuto di YouTube i discorsi di Obama sarebbero ridotti a sound bites e, visto che sono dannatamente complessi, perderebbero buona parte della loro potenza persuasiva». È un’altra testimonianza della innovativa gestione della presenza online del senatore dell’Illinois: i suoi interventi sono pubblicati in versione integrale e sono consultati centinaia di migliaia di volte, un fenomeno in controtendenza se si considera che la stessa Clinton ha inserito video piuttosto brevi, non oltre i tre minuti. Questo diverso atteggiamento di Obama ha avuto un effetto traino molto positivo: «Oggettivamente impressionante l’ondata di reazioni: in termini di estensione, diversificazione e creatività dei contenuti prodotti - quando un tema intercetta il giusto e spesso bizzarro mood della Rete interconnessa è come una valanga che travolge tutto ciò che incontra, inclusiva e apparentemente irresistibile», racconta Antonio Sofi su SpinDoc.

Che cosa resta delle primarie

Barack Obama è stato finora il candidato che ha raccolto meglio e in modo più genuino l'eredità della campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, la prima in cui Internet aveva mostrato il suo potenziale facendo diventare uno sconosciuto il più accreditato candidato alla nomination. Dean non riuscì nel suo intento, ma la capacità di capire le dinamiche della Rete e di organizzare coerentemente la sua campagna– il suo slogan, You have the power, ne era il simbolo – hanno tracciato una strada per consulenti politici e attivisti. Obama ha saputo stimolare i suoi sostenitori a mettersi in gioco in prima persona e a fare rete tra loro: non è stata Internet a rendere la campagna innovativa, ma la creatività dei sostenitori nell’adottare e nell’esprimersi con naturalezza utilizzando tutti gli strumenti forniti dalla Rete. Il carisma e il maggior spessore di Obama hanno permesso che la sua figura non venisse etichettata come quella del candidato di Internet, come successe a Dean quattro anni fa. Ora comincia la campagna elettorale, quella vera. Ci sarà tempo di qui a novembre per capire se Barack Obama potrà diventare il primo presidente degli Stati Uniti portato alla ribalta dalla Rete. Sarebbe, per dirla col suo slogan, un vero cambiamento.

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categorie: america, politica, globalizzazione, sinistra, comunicazione, polis, obama
venerdì, 24 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 1

obama_idw_cvrLa ripresa delle attività di StanzeDistanzeTransumanze, dopo un lungo letargo dovuto alle più varie  ragioni, coincide con una quantità di avvenimenti che certamente si faticherà a rincorrere. Del resto, che la realtà sia più dinamica della sua controparte virtuale, credo ostinatamente sia solo un bene. Oltre alle scosse telluriche che stanno facendo cadere a pezzi il già fatiscente edificio dell'istruzione pubblica italiana - su cui si tornerà - è argomento all'ordine del giorno la corsa verso la Casa Bianca, luogo ahinoi sempre più centrale per il villaggio-mondo dell'incipiente millennio. Oggi conteso fra Barack Obama, simpatico ragazzotto della porta accanto e un tantinello "sì ma però" come il suo omologo italico, ed il mefitico, imbalsamato McCaine. Quale dei due sia meglio è arduo dire, perché il sistema sopravanza e schiaccia le individualità, nel grande mare a stelle e strisce, anche quando, come in questo caso, sembra esaltarle al massimo grado. Colin Powell, orrido seguace dell'ancor più tetro presidente (per fortuna) uscente, va a rimpinguare ora la claque di Obama (di quei democratici con la faccia faticosamente ripulita da dieci anni di assenza dalla stanza ovale) e già questo la dice lunga sul travaso costante di volti medesimi in ruoli e appartenenze differenti che caratterizza il think-thank system americano, degno di invidia perfino dal nostro mastellismo. Il luogo del potere è insomma unico, unica l'agenzia che seleziona il personale a prescindere dai colori, ed i non luoghi che essa genera sono troppi e sempre più distanti: con ciò, anche il mito Obama si ridimensiona parecchio, anche se resta una speranza di, seppur lieve, cambiamento che oltrepassi la facciata e la tanto agognata immagine televisiva. Per parte sua, StanzeDistanzeTransumanze prenderà parte al dbattito sulle presidenzali statunitensi, ed in particolare all'avventura del ragazzo nero, forse non così epica come molti la pensano ma degna di interesse, attraverso una rassegna stampa "alternativa" e plurale" su questo personaggio e su ciò che evoca in immaginari qui da noi marginali e controtendenza, a cominciare da quello protestante, interessato a seguirne le vicende anche per l'estrazione evangelica della superpotenza d'oltreoceano.

L'articolo che segue è di Massimo Bubboli ed è tratto dall'ottimo settimanale "Riforma", organo delle chiese battiste, valdesi e metodiste in Italia (www.riforma.it)

obama

LA RELIGIONE DEI CANDIDATI

Knoxville, Tennessee — Il 6 dicembre 2007, Mitt Romney, uno dei candidati alla nomination per il Partito repubblicano, pronunciò un discorso importante sul rapporto tra religione e politica. «C’è chi vorrebbe che un candidato alla presidenza [degli Stati Uniti] spiegasse le dottrine proprie della sua chiesa», disse Romney, «ma nessun candidato dovrebbe diventare il portavoce della sua fede perché, se diventa presidente, avrà bisogno delle preghiere di tutti. […] Quando metto la mano sulla Bibbia e pronuncio il giuramento di rito, quel giuramento diventa la mia più alta promessa a Dio». Quest’ultima frase ricordava il famoso discorso pronunciato da John F. Kennedy nel 1960 quando stava cercando di diventare il primo presidente cattolico. «Se riuscirò a diventare presidente, non favorirò nessuna religione, nessun gruppo, nessuna causa e nessun interesse», aggiunse Romney, «perché un presidente deve servire soltanto la causa comune del popolo degli Stati Uniti».

L’ex governatore del Massachusetts cercò anche di usare quell’occasione per invocare una maggiore presenza della religione nella vita civile: «In questo paese noi giustamente separiamo gli affari della chiesa da quelli dello stato. Nessuna religione dovrebbe guidare lo Stato né lo Stato dovrebbe interferire con il libero esercizio della religione ma, recentemente, la nozione della separazione tra Chiesa e Stato è stata portata da alcuni bel al di là del suo significato originale, nel tentativo di rimuovere dall’ambito pubblico ogni riconoscimento. […] I Padri fondatori hanno proibito il riconoscimento di una religione di Stato, ma non hanno inteso eliminare la religione dalla società. Noi siamo una nazione sottoposta a Dio [«Under God»] e in Dio confidiamo». Consapevole di un diffuso pregiudizio antimormone, Romney non richiamò l’attenzione sulla sua fede particolare ma sulle virtù della fede in generale. Il suo spirito ecumenico sarebbe stato forse più credibile se avesse fatto riferimento non solo a testi del Nuovo Testamento ma anche a encicliche papali, al Midrash o al Libro di Mormon. Questo discorso di Romney, che è stato molto discusso, è soltanto un esempio recente di una tendenza che ha accompagnato tutta la campagna elettorale in entrambi i campi politici. Durante l’interminabile serie di dibattiti, i candidati hanno discusso su quale sarebbe la posizione di Cristo sulla pena di morte e criticato l’evoluzionismo, si sono chiesti se gli Stati Uniti siano una nazione cristiana e hanno affermato che la Bibbia è la parola di Dio.

Un tempo sarebbe stato sorprendente ascoltare affermazioni religiose così esplicite da parte di candidati alla presidenza, ora sono comuni in ogni campagna elettorale. Cosa è accaduto? In un certo senso, si potrebbe indicare il 17 luglio 1980 come data d’inizio di questa tendenza. Quella sera, nello stadio «Joe Louis» di Detroit, Ronald Reagan accettò la candidatura repubblicana alla presidenza: i fondamentalisti e gli evangelicals conservatori, da poco mobilitati in organizzazioni come la Moral Majority, avevano trovato il loro candidato. Nei quattro anni precedenti, questo settore dell’elettorato americano aveva cercato di appoggiare Jimmy Carter che aveva confessato di essere un credente «nato di nuovo» (a quel tempo, la stampa italiana aveva inventato la setta dei «nati di nuovo»!). Ma Carter aveva deluso molti di questi elettori con la sua politica estera poco aggressiva, il suo sostegno della sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade (che aveva dichiarato incostituzionali le leggi statali e federali contrarie al diritto di scelta della donna in tema di aborto) e la sua riluttanza a manifestare pubblicamente la propria fede. Infatti, nei discorsi pronunciati in occasione delle nominations del 1976 e 1980 non fece alcun riferimento a Dio.

La strategia di Reagan fu molto diversa. Alla fine del suo discorso di accettazione della nomination del 1980, dopo una breve pausa, aggiunse alcune frasi al discorso che era stato distribuito alla stampa: «Possiamo dubitare del fatto che soltanto una Divina Provvidenza ha posto qui questa terra, quest’isola di libertà, come rifugio per tutti coloro che desiderano respirare liberamente: ebrei e cristiani che sono perseguitati oltre la Cortina di ferro, i boat people del Sud Est asiatico, di Cuba e di Haiti, le vittime delle carestie in Africa, i combattenti per la libertà in Afghanistan e i nostri concittadini tenuti in ostaggio? » Dopo un’altra lunga pausa, Reagan chiese: “Possiamo dare inizio alla nostra crociata unendoci in un momento di preghiera silenziosa? ” Tutti i presenti chinarono il capo, in silenzio, poi Reagan concluse con le parole “God bless America”, che erano state pronunciate da un presidente una sola volta prima di allora (da Richard Nixon, il 30 aprile 1973, a conclusione del discorso sulla scandalo Watergate).

Come possiamo essere certi che quel momento costituì un punto di svolta? L’analisi di migliaia di discorsi pubblici nell’arco di ottant’anni indica che la politica americana oggi è caratterizzata da una religiosità pubblica frutto di un calcolo politico. L’aumento di riferimenti religiosi nei principali discorsi presidenziali da Franklin D. Roosevelt a George W. Bush è stato esponenziale. Gli ultimi presidenti hanno compiuto molti più «pellegrinaggi» per parlare a incontri religiosi. Ad esempio, dal 1981 i presidenti repubblicani hanno parlato 13 volte alle conferenze nazionali della National Association of Evangelicals o della National Religious Broadcasters Association, 4 volte a quelle dei Knights of Columbus e della Southern Baptist Convention. Clinton non parlò mai a queste organizzazioni conservatrici ma spesso in chiese. In generale, da Reagan in poi i presidenti e i candidati alla presidenza hanno cercato di mettere in evidenza la loro religiosità.

obama2La religione dei candidati è stato un tema dominate durante le primarie. Dal mormonismo di Mitt Romney al cristianesimo afro-americano di Barack Obama, la fede proclamata da ogni candidato è stata esaminata dai mass media. Il risultato più sorprendente è stato che la religione, invece di trasformarsi in un aumento di preferenze, è stata fonte di difficoltà e i candidati hanno dovuto liberarsi da imbarazzanti legami religiosi. Le primarie di questa campagna elettorale sembrano indicare un dato nuovo: la religiosità generica va bene, mentre legami religiosi specifici possono causare gravi danni politici. Infatti, i candidati sono stati ritenuti responsabili non solo per le loro posizioni religiose, ma anche per quelle di chi li sosteneva: la specificità religiosa di Romney lo ha fortemente danneggiato e lo stesso può dirsi per Mike Huckabee, perché se il fatto di essere un pastore battista del Sud ha attirato alcuni elettori, è stato un elemento negativo per molti di più. La polemica innescata dalle affermazioni del pastore Jeremiah Wright hanno costretto Obama a prendere le distanze e persino McCain, che non ha mai parlato molto di religione, ha dovuto rifiutare il sostegno offertogli da due pastori molto noti, Rod Parsley e John Hagee, per i loro commenti su ebrei e musulmani.

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categorie: america, politica, chiesa, religione, globalizzazione, sinistra, comunicazione, protestantesimo, obama

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