Stanze Distanze Transumanze

adiacenze e dintorni
venerdì, 24 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 1

obama_idw_cvrLa ripresa delle attività di StanzeDistanzeTransumanze, dopo un lungo letargo dovuto alle più varie  ragioni, coincide con una quantità di avvenimenti che certamente si faticherà a rincorrere. Del resto, che la realtà sia più dinamica della sua controparte virtuale, credo ostinatamente sia solo un bene. Oltre alle scosse telluriche che stanno facendo cadere a pezzi il già fatiscente edificio dell'istruzione pubblica italiana - su cui si tornerà - è argomento all'ordine del giorno la corsa verso la Casa Bianca, luogo ahinoi sempre più centrale per il villaggio-mondo dell'incipiente millennio. Oggi conteso fra Barack Obama, simpatico ragazzotto della porta accanto e un tantinello "sì ma però" come il suo omologo italico, ed il mefitico, imbalsamato McCaine. Quale dei due sia meglio è arduo dire, perché il sistema sopravanza e schiaccia le individualità, nel grande mare a stelle e strisce, anche quando, come in questo caso, sembra esaltarle al massimo grado. Colin Powell, orrido seguace dell'ancor più tetro presidente (per fortuna) uscente, va a rimpinguare ora la claque di Obama (di quei democratici con la faccia faticosamente ripulita da dieci anni di assenza dalla stanza ovale) e già questo la dice lunga sul travaso costante di volti medesimi in ruoli e appartenenze differenti che caratterizza il think-thank system americano, degno di invidia perfino dal nostro mastellismo. Il luogo del potere è insomma unico, unica l'agenzia che seleziona il personale a prescindere dai colori, ed i non luoghi che essa genera sono troppi e sempre più distanti: con ciò, anche il mito Obama si ridimensiona parecchio, anche se resta una speranza di, seppur lieve, cambiamento che oltrepassi la facciata e la tanto agognata immagine televisiva. Per parte sua, StanzeDistanzeTransumanze prenderà parte al dbattito sulle presidenzali statunitensi, ed in particolare all'avventura del ragazzo nero, forse non così epica come molti la pensano ma degna di interesse, attraverso una rassegna stampa "alternativa" e plurale" su questo personaggio e su ciò che evoca in immaginari qui da noi marginali e controtendenza, a cominciare da quello protestante, interessato a seguirne le vicende anche per l'estrazione evangelica della superpotenza d'oltreoceano.

L'articolo che segue è di Massimo Bubboli ed è tratto dall'ottimo settimanale "Riforma", organo delle chiese battiste, valdesi e metodiste in Italia (www.riforma.it)

obama

LA RELIGIONE DEI CANDIDATI

Knoxville, Tennessee — Il 6 dicembre 2007, Mitt Romney, uno dei candidati alla nomination per il Partito repubblicano, pronunciò un discorso importante sul rapporto tra religione e politica. «C’è chi vorrebbe che un candidato alla presidenza [degli Stati Uniti] spiegasse le dottrine proprie della sua chiesa», disse Romney, «ma nessun candidato dovrebbe diventare il portavoce della sua fede perché, se diventa presidente, avrà bisogno delle preghiere di tutti. […] Quando metto la mano sulla Bibbia e pronuncio il giuramento di rito, quel giuramento diventa la mia più alta promessa a Dio». Quest’ultima frase ricordava il famoso discorso pronunciato da John F. Kennedy nel 1960 quando stava cercando di diventare il primo presidente cattolico. «Se riuscirò a diventare presidente, non favorirò nessuna religione, nessun gruppo, nessuna causa e nessun interesse», aggiunse Romney, «perché un presidente deve servire soltanto la causa comune del popolo degli Stati Uniti».

L’ex governatore del Massachusetts cercò anche di usare quell’occasione per invocare una maggiore presenza della religione nella vita civile: «In questo paese noi giustamente separiamo gli affari della chiesa da quelli dello stato. Nessuna religione dovrebbe guidare lo Stato né lo Stato dovrebbe interferire con il libero esercizio della religione ma, recentemente, la nozione della separazione tra Chiesa e Stato è stata portata da alcuni bel al di là del suo significato originale, nel tentativo di rimuovere dall’ambito pubblico ogni riconoscimento. […] I Padri fondatori hanno proibito il riconoscimento di una religione di Stato, ma non hanno inteso eliminare la religione dalla società. Noi siamo una nazione sottoposta a Dio [«Under God»] e in Dio confidiamo». Consapevole di un diffuso pregiudizio antimormone, Romney non richiamò l’attenzione sulla sua fede particolare ma sulle virtù della fede in generale. Il suo spirito ecumenico sarebbe stato forse più credibile se avesse fatto riferimento non solo a testi del Nuovo Testamento ma anche a encicliche papali, al Midrash o al Libro di Mormon. Questo discorso di Romney, che è stato molto discusso, è soltanto un esempio recente di una tendenza che ha accompagnato tutta la campagna elettorale in entrambi i campi politici. Durante l’interminabile serie di dibattiti, i candidati hanno discusso su quale sarebbe la posizione di Cristo sulla pena di morte e criticato l’evoluzionismo, si sono chiesti se gli Stati Uniti siano una nazione cristiana e hanno affermato che la Bibbia è la parola di Dio.

Un tempo sarebbe stato sorprendente ascoltare affermazioni religiose così esplicite da parte di candidati alla presidenza, ora sono comuni in ogni campagna elettorale. Cosa è accaduto? In un certo senso, si potrebbe indicare il 17 luglio 1980 come data d’inizio di questa tendenza. Quella sera, nello stadio «Joe Louis» di Detroit, Ronald Reagan accettò la candidatura repubblicana alla presidenza: i fondamentalisti e gli evangelicals conservatori, da poco mobilitati in organizzazioni come la Moral Majority, avevano trovato il loro candidato. Nei quattro anni precedenti, questo settore dell’elettorato americano aveva cercato di appoggiare Jimmy Carter che aveva confessato di essere un credente «nato di nuovo» (a quel tempo, la stampa italiana aveva inventato la setta dei «nati di nuovo»!). Ma Carter aveva deluso molti di questi elettori con la sua politica estera poco aggressiva, il suo sostegno della sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade (che aveva dichiarato incostituzionali le leggi statali e federali contrarie al diritto di scelta della donna in tema di aborto) e la sua riluttanza a manifestare pubblicamente la propria fede. Infatti, nei discorsi pronunciati in occasione delle nominations del 1976 e 1980 non fece alcun riferimento a Dio.

La strategia di Reagan fu molto diversa. Alla fine del suo discorso di accettazione della nomination del 1980, dopo una breve pausa, aggiunse alcune frasi al discorso che era stato distribuito alla stampa: «Possiamo dubitare del fatto che soltanto una Divina Provvidenza ha posto qui questa terra, quest’isola di libertà, come rifugio per tutti coloro che desiderano respirare liberamente: ebrei e cristiani che sono perseguitati oltre la Cortina di ferro, i boat people del Sud Est asiatico, di Cuba e di Haiti, le vittime delle carestie in Africa, i combattenti per la libertà in Afghanistan e i nostri concittadini tenuti in ostaggio? » Dopo un’altra lunga pausa, Reagan chiese: “Possiamo dare inizio alla nostra crociata unendoci in un momento di preghiera silenziosa? ” Tutti i presenti chinarono il capo, in silenzio, poi Reagan concluse con le parole “God bless America”, che erano state pronunciate da un presidente una sola volta prima di allora (da Richard Nixon, il 30 aprile 1973, a conclusione del discorso sulla scandalo Watergate).

Come possiamo essere certi che quel momento costituì un punto di svolta? L’analisi di migliaia di discorsi pubblici nell’arco di ottant’anni indica che la politica americana oggi è caratterizzata da una religiosità pubblica frutto di un calcolo politico. L’aumento di riferimenti religiosi nei principali discorsi presidenziali da Franklin D. Roosevelt a George W. Bush è stato esponenziale. Gli ultimi presidenti hanno compiuto molti più «pellegrinaggi» per parlare a incontri religiosi. Ad esempio, dal 1981 i presidenti repubblicani hanno parlato 13 volte alle conferenze nazionali della National Association of Evangelicals o della National Religious Broadcasters Association, 4 volte a quelle dei Knights of Columbus e della Southern Baptist Convention. Clinton non parlò mai a queste organizzazioni conservatrici ma spesso in chiese. In generale, da Reagan in poi i presidenti e i candidati alla presidenza hanno cercato di mettere in evidenza la loro religiosità.

obama2La religione dei candidati è stato un tema dominate durante le primarie. Dal mormonismo di Mitt Romney al cristianesimo afro-americano di Barack Obama, la fede proclamata da ogni candidato è stata esaminata dai mass media. Il risultato più sorprendente è stato che la religione, invece di trasformarsi in un aumento di preferenze, è stata fonte di difficoltà e i candidati hanno dovuto liberarsi da imbarazzanti legami religiosi. Le primarie di questa campagna elettorale sembrano indicare un dato nuovo: la religiosità generica va bene, mentre legami religiosi specifici possono causare gravi danni politici. Infatti, i candidati sono stati ritenuti responsabili non solo per le loro posizioni religiose, ma anche per quelle di chi li sosteneva: la specificità religiosa di Romney lo ha fortemente danneggiato e lo stesso può dirsi per Mike Huckabee, perché se il fatto di essere un pastore battista del Sud ha attirato alcuni elettori, è stato un elemento negativo per molti di più. La polemica innescata dalle affermazioni del pastore Jeremiah Wright hanno costretto Obama a prendere le distanze e persino McCain, che non ha mai parlato molto di religione, ha dovuto rifiutare il sostegno offertogli da due pastori molto noti, Rod Parsley e John Hagee, per i loro commenti su ebrei e musulmani.

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mercoledì, 26 marzo 2008

SENSI DI VUOTO VUOTI DI SENSO

SUL FRATICELLO DI SAN GIOVANNI ROTONDO
SULLA MACABRA USANZA DI RIESUMARE I CORPI (OVVERO PROFANARE I
SEPOLCRI) PER SCOPI LITURGICI


vuoto2Quasi nessuno sembra accorgersi che quest’anno la Pasqua in Italia ha un sapore strano. Dovrebbe essere la festa del sepolcro vuoto, dove ogni fedele, fatto rotolare a fatica il grande masso che ostruisce l’ingresso ai luoghi della verità, scopre la vertigine della vita posta laddove dovrebbe regnare la morte: perché non c’è Pasqua senza il miracolo dei miracoli, ch’è quello della resurrezione, sul cui solido piede, si dice, è venuta fondandosi l’essenza del più puro e primitivo credo apostolico. Che non è, né può essere, venerazione di un corpo sacro, come il buon Gesù ebbe la pazienza di spiegare a Tommaso. Sei contento ora che hai messo le dita sulle mie mani trafitte dai chiodi, dentro il mio costato squarciato dalla lancia? E invece sappi che saranno beati quelli che credono senza vedere! Come avvenne ai primi visitatori del santo sepolcro, in quel mattino che m’ostino a immaginare freddo come il gelo che riapre le ferite: s’alzarono molto presto provvisti degli unguenti necessari a rendere onore al cadavere del Maestro, e se l’avessero potuto fare tutto si sarebbe concluso lì, richiusa la tomba e presto dimenticato l’epigono di un’infinita schiera di profeti ebrei. Invece lì tutto comincia, poiché non si cerca fra i morti colui che è vivente. Perché comincia la scoperta del vuoto – l’unica forma di spazio in cui è possibile creare, sulla quale si può edificare solo a patto che si spenga la paura dell’insondabile, l’angoscia del mistero, della cosa oscura e profonda. Come quel sepolcro in quel mattino. La fede sarà davvero un salto nel buio? Più probabilmente, direi, un passo avanti in direzione del vuoto, per scoprire magari che senza il cimelio a cui aggrapparsi (per dire a se stessi che in fondo tutto è un fatto obiettivo) altro non resta che guardarsi dentro. Il che è un inaudito atto di responsabilità. Un’inveterata convenzione vuole che la nascita della Chiesa coincida con il giorno di Pentecoste in cui centoventi discepoli del Cristo oramai morto e risorto vennero coronati di fiammelle e inondati della potenza dello Spirito Santo. Ed è una convenzione che accampa non a torto le sue ragioni, lo ammetto. Però non riesco a dimenticare che non fu quello il momento in cui per la prima volta gli apostoli si fecero predicatori della buona novella: i vangeli raccontano che, giorni prima di quell’evento, un’imprecisata folla di fedeli s’era radunata su un monte e che il Cristo apparve loro per l’ultima volta. Dopo averli ammaestrati a lungo, finalmente s’alzò in volo e scomparve fra le nuvole. Tutti ne seguirono l’ascensione con lo sguardo e, anche quando non era più visibile, a lungo restarono col naso per aria, nel tentativo di scorgere ancora quella sacra figura, quel corpo che da allora in avanti non sarebbe stato più in mezzo a loro. Fino a che qualcuno non si decise a rivolgere nuovamente il viso sulla terra e cominciò ad incoraggiare gli altri dicendo loro che il Maestro s’era diretto laddove doveva e che tuttavia proprio così si apriva l’epoca nuova della diffusione del suo messaggio. Emancipati dal contatto fisico con Gesù, i suoi seguaci entravano nell’età adulta, e s’assumevano loro l’onore e l’onere di agire. La responsabilità di guardare il presente e di entrarci mani e piedi. “Come l’avete visto salire, così un giorno lo vedrete tornare” disse quel qualcuno, e l’assenza nel presente diventava condizione essenziale e garanzia del ritorno nel futuro, si faceva ragione della speranza, attesa del compimento escatologico. Quello, io credo, fu il momento in cui nacque la Chiesa. Coi primi occhi che non ebbero più bisogno di cercare il corpo, l’icona, né l’urgenza imperativa di scovarla ovunque essa si nascondesse.
Poi tutto questo si sarebbe snaturato. Sotto il patrocinio dei porporati romani – usurpatori di un ruolo e di un insegnamento tradìto – gli occhi dei fedeli si sono riabituati alla ricerca del cadavere, facendo cadavere della fede di un Gesù sempre più ignorato. Si pensi all’atto altamente simbolico con cui quel Gesù volle istituire il rito che avrebbe dovuto perpetuare il ricordo del suo sacrificio, né più né meno di come aveva fatto Mosè la notte in cui trasse gli ebrei fuori dall’Egitto: questo è il mio corpo, disse il Maestro. La mia carne. Fate questo in memoria di me. E invece, dalla dimensione della memoria, si è passati a quella dell’idolatria, dove il pane non è più simbolo, ma corpo. Qualcuno mi spiegherà un giorno come potesse un ebreo anche solo concepire l’idea di mangiare un corpo, di bere sangue: i tabù più roventi che l’etica giudaica abbia mai conosciuto. Ma tant’è, e gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire. Per arrivare infine a questa Pasqua italiana del 2008. Sì, questa Pasqua celebrata all’ombra della riesumazione del cadavere di frate Pio da Pietralcina (uno di quei fenomeni tutti italiani di popolaresca fattura in cui la Chiesa riesce a trovare propri interessi e che asseconda per accreditarsi fra gli umili), ha un sapore davvero strano. E un poco amaro. Il futuro, l’attesa, la fede e la speranza, la sfida del vuoto – vuoto come il sepolcro quel mattino – cedono sotto l’irresistibile bisogno di adorare un corpo senza vita. Di riappropriarsi di quel cimelio che ti dice che la tua fede è contatto dei sensi con la materia, non dello spirito con il dio che ti porti dentro. Eppure Gesù avrebbe detto, come a Tommaso, che sono beati quelli che non hanno bisogno di vedere e toccare un corpo per credere. L’uomo dei nostri tempi, anche quello religioso (alla faccia dei tanti anatemi scagliati contro il materialismo), ha bisogno di segni. Grossomodo la stessa ragione per cui il Messia sovente s’allontanava dalle turbe che lo strattonavano ogni momento perché ansiose di segni concreti, di benefici immediati, di vedere il prodigio ad ogni costo con le palle degli occhi, e che puntualmente se ne tornavano a casuccia ogniqualvolta la manifestazione empirica lasciava il posto all’ammaestramento sulle verità ultime e supreme. Non così sensazionali da insaporire le chiacchiere delle comari, evidentemente, e troppo grandi per poter entrare in quei cervellini bramosi del feticcio, della prova provata, del tastare il prodotto, come si fa nella bottega artigiana, prima dell’acquisto. G.P.

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categorie: chiesa, assenza, apocalisse
venerdì, 25 gennaio 2008

DEL SAPIENTE E DELLA SAPIENZA/ 2

Cioè, la caduta del colosso sovietico è stata paradossalmente, per la Chiesa, una vittoria di Pirro: conpapa il muro cadeva anche il metus hostilis che aveva legato i seguaci di Cristo a quelli di Kissinger, con l'ovvio corollario per il quale ciascuno è andato a cercare l'ulteriore campo del male da prendere a bersaglio ed a presto dove meglio ha creduto e più gli è convenuto. Secondo orbite che sono andate allontanandosi. I bombardieri a stelle e strisce, nel loro vaneggiare di un pericolo fondamentalista in seno all'Islam si sono diretti in Iraq, l'unica avanguardia che la Chiesa poteva vantare in Medio Oriente (giacché, come si sa o si dovrebbe sapere, il regime di Saddam era l'unico in quell'area in cui i cristiani potessero respirare). E il Vaticano invece ha cominciato a dirigere i propri strali proprio contro la superpotenza uscita vincitrice dalla guerra fredda. Insomma, la capitolazione del comunismo era per il vertice cattolico capitanato dal polacco Woityla non solo un obiettivo di bandiera, né la lotta antisovietica era semplice petizione di principio: si trattava piuttosto di riguadagnare influenza e protagonismo nello sterminato bacino dell'est laddove già si percepiva che ad ovest - nel mare magnum statunitense - il terreno stava comunque venendo meno. Gli americani preferivano l'aggrovigliarsi di sette annuncianti la felicità in questo mondo, il dio-multistore dei telepredicatori, lo spettacolismo di facciata e il millenarismo: nel volgere di un secolo in quelle terre papa 5hanno trovato dimora il risveglio carismatico-pentecostale (subito ridimensionato e marginalizzato dai cattolici, non per caso), le sette dei Mormoni (che oggi controllano un intero Stato, lo Yutah), degli Avventisti e dei Testimoni di Jehowah, mentre organizzazioni quali Scientology, al bando in alcuni Stati europei, sono state ufficialmente riconosciute e beneficiano di finanziamenti pubblici. Tutti movimenti, sia ben inteso, non meno conservatori e retrivi del Papa, ma più facili ad adattarsi a quell'ambiente, perché il fanatismo di cui sono portatori è ad uso e consumo delle logiche economiche dominanti e sa allearsi prontamente con le lobby scientifico-tecnologiche che invece hanno tutto l'interesse a tenere lontana la Chiesa di Roma dal loro territorio. Hanno radici culturali più vicine a quelle in cui s'affonda l'ideologia mercantilista e individualista di Clinton o di Bush (entrambi non a caso fedeli di chiese evangelicali). Ecco allora che la battaglia si sposta in Europa. E in un'Europa in cui nessuno - men che meno il Papa - pone veti all'allargamento ad est, a quell'est riconquistato e redento che, appunto, deve fornire il terreno di espansione che altrove viene a mancare. In un'Europa di cui è strettamente necessario riconoscere le radici cristiane, e che bisogna appoggiare quando tenta di divincolarsi dagli interessi statunitensi: di qui l'ultima crociata di Giovanni Paolo II, a fianco dell'Asse Parigi-Berlino, contro la guerra in Iraq (Stato oltretutto laico, come ho ricordato prima). E i tentativi di riverniciatura, ma soprattutto di bombardamento ideologico contro i nuovi potenti, con la celebre trovata del comunismo quale "male necessario". E' qui che la situazione si complica. Perché il tentativo di staccarsi dagli interessi e dalle strategie statunitensi non deve tradursi in avvicinamento alle istanze politiche alternative della sinistra europea. Non deve e non può, ed invece era questa la lettura che stava cominciando a darsi.  Le folle di giovani cattolici, dalle Acli a Pax Christi, stavano trovando un nuovo collante con i movimenti no/new global su cui il tentativo disperato di interlocuzione delle forze politiche di sinistra era forte. Sia pure di una sinistra che, proprio in nome del nuovo bacino d'utenza, era pronta a rinunciare alla lotta per la laicità, ma che pure conservava al proprio interno sacche di resistenza nostalgica non indifferenti. Riemergeva, cioè, in seno alla base della Chiesa il tentativo di dialogare con il presente fuori da schemi arcaici, cioè riemergevano le pericolose tentazioni inoculate nel corpus dogmatico dal Concilio. Quel Concilio di cui Giovanni Paolo II doveva essere l'antidoto. Ecco che, allora, alla sua morte gli subentra il suo più stretto collaboratore, quel Ratzinger che tutto incarna fuorché la discontinuità col predecessore, il quale s'incarica di proseguire il lavoro cominciato operando in primo luogo una correzione di rotta sugli esiti più recenti. Il compito del nuovo Papa è quello di far riguadagnare protagonismo alla Chiesa in funzione antiamericana ma non progressista. Un difficile ma non impossibile equilibrio. Che si prova a costruire attraverso una nuova crociata: il nemico è ciò che lega le istanze di progresso in Europa (comprese quelle positive, almeno a livello culturale) e gli interessi delle multinazionali americane: l'innovazione tecnologica, la ricerca scientifica. E così Ratzinger approda a La Sapienza. O meglio, non vi approda e nel non approdarvi porta a casa un risultato, che è quello di avere creato nuovamente una barriera forte fra i cattolici e le istanze progressive del mondo intellettuale. Media con l'Islam entrando a piedi nudi nelle moschee, ma nonchiesa5 ci riesce, tanto che in Turchia chi stampa Bibbie viene trucidato. Cerca di insinuarsi nel cortile di casa degli States, dove ormai le sette evangelicali spopolano, ma il Brasile gli dà un bel due di picche. Fomenta la rivolta anti-Zapatero in Spagna ma con risultati assai modesti. Però una base di ri-partenza solida gli è rimasta, in Italia, dove tutti i politici corrono al centro, il Partito Democratico non è più in grado di produrre documenti su questioni etiche che non siano pesantemente influenzati dalla componente cattolica (del resto col referendum sulla procreazione assistita la Chiesa aveva già sculacciato a dovere i Ds), e il dissenso degli scienziati rispetto alle bordate antiscientifiche del Papa si traduce in un grandioso Papa-day. Ecco come si fa ad opporsi alla scienza. Con la sapienza.

G. P.

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giovedì, 17 gennaio 2008

HABEMUS PAPAM

DEL SAPIENTE E DELLA SAPIENZA / 1

Di ciò che accade alla Sapienza (il celebre Ateneo romano, non la divinità che i Greci veneravano con il nome di Sophia), uno solo è il fatto che desta scandalo: che il Pontefice non sia bene accetto ovunque e senza condizioni, che non goda dell'assurdo privilegio di disporre a proprio piacimento di ogni situazione e di incombere su ogni Istituzione. Questo è l'intollerabile oltraggio, non altro: nessuna compromissione della vita democratica (che è sì compromessa ma per ben altre  ragioni) e nessun attentato alla libertà d'opinione (del papa, perché a quella di oltre sessanta docenti si può attentare senza scrupoli). Niente di realmente grave, insomma: perciò  mettiamoci un bel punto fermo sopra e lasciamo che  gli oltranzisti di un dio alto un metro e settanta gridino alla lesa maestà, tanto  prima o dopo si stancheranno pure loro. Meglio ragionare, invece, sulla politica che Benedetto XVI ha fin qui portato avanti e che va ora a schiantarsi contro l'inaudito, illiberale atto di libertà di papa 3alcuni intellettuali.

Molti si sono stupiti dell'elezione al soglio pontificio di un figuro austero, conservatore e ben poco empatico come Joseph Ratzinger, specie dopo l'epopea mediatica di Woityla, e forse hanno creduto di vedere una discontinuità fra questo e quello, una sorta di rottura o d'inversione. Quasi sempre, comunque, di involuzione. Invece io ho sempre creduto che la scelta dell'attuale Pontefice sia stata un capolavoro di coerenza. E che, a voler andare oltre la cortina dispiegata da un sapiente uso dell'immagine e dall'accorta gestione dell'emotività delle masse, si potrebbe perfino scoprire che i punti di contatto e di continuità fra questi due pontefici sono tanti. E che in definitiva Woityla e Ratzinger rappresentano due risposte del tutto analoghe ad una stessa esigenza, che è quella di arginare l'onda lunga del Concilio Vaticano II.

Tutti sappiamo che il processo messo in moto dal Concilio fu enorme: prefigurava una Chiesa che si apre al presente, sia pure attraverso i riti e i compromessi con una tradizione soverchiante. Che prende atto delle contraddizioni della modernità e tenta di pronunciare parole vive su temi sociali e culturali. Che offre al fedele la possibilità di sentirsi in qualche misura interlocutore e non solo massa di manovra. Una Chiesa che, in breve, non dà più le spalle al credente ma si lascia finalmente scrutare in volto, e che parla la lingua di chi la ascolta anziché un idioma misterioso. Non un fatto di poco conto. Ma è stata rivoluzione che ha avuto il terribile handicap di viaggiare a due velocità (anzi, direi proprio con una differita che ha finito per paralizzarla): assorbita abbastanza in fretta - e spesso in maniera convulsa - dalle oceaniche folle di credenti, ma mai pienamente metabolizzata dalla più parte del clero che, del resto, non poteva rinunciare senza lotta ad una cassetta degli attrezzi più che collaudata con cui in duemila anni s'era provveduto di potere e privilegi. E anche rimetterci le mani, dentro quella cassetta, per togliere gli arnesi troppo rugginosi e sostituirli con altri freschi di ferramenta, non era missione che molti cardinali avessero voglia di caricarsi sulle spalle in quel contesto storico. Il fatto sta che la prima risposta significativa a quel tentativo fu proprio l'elezione di un Papa - Giovanni Paolo II - che tutto poteva essere fuorché progressista, anche se molti in seguito avrebbero pensato o voluto credere che lo fosse.

Anticomunista per vocazione, egli rappresentava la testimonianza della tragedia umana consumatasi oltrecortina, ma stranamente intratteneva rapporti diplomatici e personali con papa 4Pinochet e Videla (ritenuti evidentemente meno sanguinari di Stalin).  Bastonava violentemente i teologi della liberazione, rei di aver cercato di approfondire la dimensione conciliare nel contesto disperato in cui si trovavano ad operare, appunto. E scomunicava i religiosi impegnati nel governo popolare in Nicaragua. Alla sua ombra cresceva e diventava sempre più potente ed oscura quell'organizzazione tentacolare di stampo massonico conosciuta come Opus Dei, che intanto pubblicava una ricca bibliografia tesa a dimostrare l'inconsistenza storica delle Crociate, ad attenuare non poco il mito dell'Inquisizione e a tacciare come marxista anche il reazionario più inveterato qualora avanzasse dubbi sull'assoluta integrità storica della Chiesa secondo un procedimento comunicativo che poi sarebbe stato ripreso passo per passo da Berlusconi. Non a caso il fondatore di questo astro di fondamentalismo, tale José Maria Escrivà, il cui collateralismo al regime fascista di Franco è pacifico, viene beatificato proprio dal caro Woityla che, nel frattempo, cerca di distogliere l'opinione pubblica dai propri maneggi tutt'altro che edificanti attraverso una serie di diversivi che s'intensificano in prossimità della fine della sua vita. Cioè: mentre l'Opus Dei s'affanna a costruire, sotto il suo beneplacito, una controstoria falsificante, lui si produce in plateali "mea culpa" per le responsabilità storiche del Vaticano. Chiede perdono agli ebrei per l'eventuale connivenza con i regimi antisemiti, ma negli stessi giorni la commissione di storici ebrei e cattolici istituita per l'accertamento di queste responsabilità si scioglie senza aver potuto neanche cominciare i lavori, perché agli studiosi ebrei viene impedito di consultare il materiale utile per gli studi del caso conservato negli archivi vaticani. Chiede perdono per i roghi inquisitori, ma di lì a poco promuove una massiccia campagna di demonizzazione della ricerca scientifica. Entra in luoghi di culto non cristiani per promuovere il dialogo interreligioso, fa mostra di voler intraprendere con decisione il percorso ecumenico, ma ogni volta, puntualmente, precisa che non può esistere salvezza dell'anima al di fuori dei sacramenti amministrati dal clero. Eppure ogni volta, l'effetto prodotto dalla trovata mediatica (e solo da quella) riesce ad oscurare abbondantemente la sostanza dei fatti. Intanto si dà da fare per rafforzare il culto mariano, quello certamente più sentito dagli strati meno colti della base, e mette in piedi un'enorme "fabbrica" per la produzione di santi, beati, icone con cui agganciare la sensibilità involuta ma dilacerata della maggior parte dei fedeli e darle nuovi stimoli attraverso cui poter cristianizzare inveterati residui superstiziosi (il caso di padre Pio è eclatante). Senonché, dopo la caduta del Muro, la situazione, almeno in parte, gli sfugge di mano ed il suo pontificato acquista - involontariamente - connotati politicamente sconvenienti...

(1- segue)

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martedì, 08 gennaio 2008

RIVOLUZIONI TRADITE (AB ORIGINE)

Proseguendo il discorso sulle origini del cristianesimo e le colossali mistificazioni della gerarchia vaticana, posto alcuni brani di un saggio, in verità piuttosto stimolante, di Ugo Cortesi, che è possibile leggere per intero e scaricare sul sito www.homolaicus.com (colgo l'occasione per segnalare l'ottima scelta di materiale che è possibile trovarci). Il primo dei due estratti che riporto riguarda il processo e la condanna di Yesuha ben Yosef (Gesù), mentre il secondo si concentra sul verosimile destino del suo cadavere trafugato subito dopo la sepoltura. L'argomento e le osservazioni di Cortesi mi stimolano ad intervenire con alcune osservazioni personali che verranno postate nei prossimi giorni.
apocalisse7Per capire le ragioni per le quali Yesuha fu condannato a morte c’è da dire che lo stesso era un esseno-nazoreo. Faceva parte di quella religione che in un certo senso osteggiava i vecchi dogmi della religione tradizionale ebraica e non accettava che un popolo, una religione o un potere politico potesse sopraffare un altro popolo, religione o potere politico. Come principio gli esseni non accettavano e contrastavano duramente la prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Addirittura, mentre l’antica religione mosaica permetteva che si potessero possedere gli schiavi, gli esseni invece li acquistavano per dar loro la libertà. Yesuha fra le genti predicava questi insegnamenti, l’uguaglianza fra gli uomini, la semplicità nel vivere, la libertà degli schiavi e dei popoli. In pratica sia per il sinedrio (la congrega dei preti giudaici, capeggiata da Caifa) che per i Romani (potere politico ed invasore), Yesuha era considerato un sovversivo e quindi doveva essere eliminato. E così fu. Con un processo farsa, Caifa, a nome del sinedrio, condannò a morte Gesù e lo pose nelle mani dei romani affinché eseguissero la pena. Pur non ritenendo i vangeli, specialmente quelli canonici, rispecchianti la realtà del tempo, se non altro per le diverse manipolazioni avute nei secoli, mi riferirò egualmente agli stessi perché poi non si dica che non è stata ascoltata la voce "ufficiale" evangelica. Mi soffermo quindi un attimo sul principale motivo della condanna e cioè sulla domanda che Caifa fece a Gesù. Prendo spunto dal vangelo di Matteo:Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio"."Tu l’hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia".
Questo il punto principale dell’interrogatorio, sulla base del quale Gesù fu condannato. Ma è sbagliato, almeno nell’espressione dei vangeli. Nelle prime stesure dei vangeli in aramaico e greco, l’interrogatorio avviene in questo senso. Quando Caifa in pratica gli chiede: "Allora tu saresti il figlio di Dio?". Gesù non risponde "tu l’hai detto!", ma risponde "lo dici tu?". "Tu l’hai detto" è un’ammissione, mentre "lo dici tu" è una disapprovazione. Sta di fatto poi che nei passi del vangelo di Matteo riportati sopra, come del resto negli altri vangeli canonici, c’è una contraddizione. Perché se Gesù avesse ammesso di essere il figlio di Dio avrebbe poi detto: " ... d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio". Perché parla del figlio dell’uomo se avesse veramente asserito in precedenza di essere figlio di Dio? Se così fosse stato, avrebbe invece detto: "D'ora innanzi vedrete il figlio di Dio seduto alla destra del Padre". Ma non lo ha detto. Infatti non ho trovato alcun punto della Bibbia in cui Gesù asserisca di essere il figlio di Dio, ma sempre figlio dell’uomo o figlio del Padre, dove Padre era il padre di tutti gli esseri viventi e quindi tutti erano figli del padre. Figlio di Dio gli è stato attribuito da altri, ma non per sua ammissione specifica e cioè: "Si io sono il figlio di Dio". E perché allora se fu condannato per quella frase ritenuta blasfema nei confronti della religione, ma io ritengo invece irriverente nei confronti di Caifa, fu indicato come re dei giudei e non come figlio di Dio? Riprendo i passi del vangelo di Matteo "Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: " Questi è Gesù, il re dei Giudei". E quindi perché non hanno scritto: "Questi è Gesù, il figlio di Dio" ? Agli storici e ricercatori questo compito.
(...)
Che i resti mortali di Gesù fossero nel Sancta Sanctorum doveva restare segreto anche per alcuni degli apostoli, visto il cambiamento che certuni avevano avuto durante il peregrinare. A ciò pensò Giuseppe d’Arimatea, l’amico che mise a disposizione la sua tomba. Costituì un piccolo gruppo di persone fidate che doveva vegliare su questo segreto e quindi controllare che non vi fosse profanazione di quanto il Sancta Sanctorum accoglieva. Questo piccolo gruppo di persone che dapprima si pensa fossero in numero di sette e successivamente di dodici, fu una delle prime confraternite gnostiche che più che predicare aveva il compito di custodire e quindi non doveva esporsi. Presero il nome di “Savi di Sion” e cioè i saggi illuminati di Gerusalemme. Fra i primi che fecero parte dei “Savi” oltre a Giuseppe d’Arimatea, c’erano pure due apostoli, Giacomo figlio di Zebedeo e Simone lo zelota, e poi Gamaliele ed il giovane Menahem figlio di Giuda il Galileo. Questi dagli insegnamenti di Gesù avevano appreso e condividevano il principio che ogni popolo dovesse essere libero, che era inammissibile la dominazione di popoli sugli altri e che gli schiavi, in quanto uomini, dovevano essere liberati. Per il suo predicare e per sostenere le libertà degli uomini, Giacomo, fu fatto decapitare da Erode Agrippa, nel 42 d.C. perché considerato un sobillatore. (Atti degli Apostoli: 12 - Persecuzione di Erode Agrippa: "In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro"). Menahem e Simone, facevano parte di quella frangia “estremista” esseno-nazorea e furono fra i primi a partecipare alla guerra giudaica contro i Romani nel 66 d.C. Di Menahem si sa che morì nello stesso anno 66, ucciso da una sollevazione popolare. Di Simone si hanno meno notizie, ma si sa che all’inizio della guerra combatté contro il potere costituito dei nobili e del clero dominante, lo stesso che aveva condannato Gesù. Simone morì in battaglia durante la presa di Masada da parte dei Romani. Per quanto riguarda Gamaliele, probabilmente è lo stesso Gamaliele che scrisse un vangelo gnostico appunto chiamato “Vangelo di Gamaliele”, non riconosciuto dalla chiesa. Gamaliele che aveva fatto parte dei “legislatori” del Sinedrio, si convertì agli insegnamenti di Gesù , su predicazioni di Paolo ed aveva pure difeso gli Apostoli di fronte al Consiglio. Riporto anche per lui un passo degli Atti degli Apostoli – Cap. 5 : “Al momento i cristiani possono soltanto ricevere il consenso di Gamaliele, maestro di Paolo e rappresentante in vista dell'ala più progressista dei farisei. La soluzione ch'egli propone ai membri del sinedrio è semplice ma convincente:
1. se il Cristo predicato dagli apostoli è come i due messia Giuda il Galileo e Teuda (che si ribellarono a Roma verso la fine del regno di Erode il Grande), allora non c'è da preoccuparsene, poiché come i discepoli di quelli, alla morte dei loro leader, si sono dispersi, così accadrà dei cristiani;
2. se invece Gesù è più grande dei due leader, sarà il tempo a deciderlo, e se il tempo sarà a lui favorevole, allora significa che il suo messaggio meriterà d'essere preso in considerazione, ma anche in questo caso Israele non avrà nulla da temere, poiché il messaggio degli apostoli non è contro le istituzioni del paese.”
Questo passo, ci da un’ulteriore indicazione. Se Gamaliele aveva due ruoli e cioè quello di “legislatore” del Sinedrio (che in pratica è l’attuale Avvocato) e componente dei “Savi di Sion”, vuol dire che la confraternita aveva un carattere iniziatico. Altra considerazione che è una “conseguenza” sta nel fatto che i nomi Menahem e Gamaliel li si troveranno successivamente legati alle parole sacre e di passo di un’altra confraternita iniziatica: la Massoneria.
Estratti dal saggio LEGGENDA E STORIA DELLE SETTE SORELLE di Ugo Cortesi
 
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categorie: chiesa, religione
domenica, 06 gennaio 2008

ORIGINES

SACRE FAMIGLIE CRESCONO

sacra famiglia2I Vangeli. Questi sconosciuti. Per quanto paradossale possa essere, discutere dei testi sacri del cattolicesimo in un paese fieramente cattolico diventa sempre un fatto anomalo, perfino rivoluzionario. Anche perché qui vorrei far semplicemente parlare i testi, da tutti invocati e gelosamente custoditi in qualche mensola assieme a polverose suppellettili, e da nessuno letti, studiati, conosciuti. Strano credo quello che non suscita nemmeno un poco di curiosità in chi dice di professarlo. Bizzarro impasto di banalità catechistiche, spruzzate di buonsenso quando se ne ha voglia, rispetto delle forme e delega (democratica) del disbrigo delle seccature all'apposita casta dei professionisti della vocazione. Poi ci si meraviglia se aprendoli, quei misteriosi testi, si scopre un Messia un poco diverso da come ce lo hanno fatto immaginare, e che magari si sarebbe fatto grasse risate o avrebbe sputato in entrambi gli occhi a tutti quei fedeli in serie che professano in suo nome idee che mai gli sono passate per la lungicrinita e biondissima capa. Tant'è: in fondo siamo in Italia, e non è un caso.

Non sarebbe male cominciare proprio dalla sua famiglia, blasonatissima da duemila anni, visto e considerato che in questi tempi di diaboliche innovazioni la lobby vaticana sta continuamente col suo fetido alito sul collo di fedeli e non per impedire ai cittadini che non vogliono sposarsi di trovare forme alternative - ma giustamente normate - di relazione familiare. Nossignore, è legge universale nonché ordine cosmico che la famiglia, l'unica forma di famiglia consentita, sia quella che la tradizione cristiana indica e vidima: madre e padre entrambi noti, giuranti fedeltà perpetua dinanzi ad un altare (se poi sulla fronte di uno dei due crescono strane protuberanze ossee, è la vita, e in fondo il Signore perdona tutto dietro accensione ceri ed elargizione questua) e bambinelli a volontà, caso mai sorga il terribile sospetto che non ne sia conseguito esattamente uno ad ogni accoppiamento. Dunque: la famiglia ad ogni costo, cellula fondante della società e fondata su vincoli sacri e perenni. E poi, guardate le commoventi immagini dell'iconografia cristiana, contemplate il divino Gesù beato e adorante fra le braccia della sempre-vergine madre: non è un bel quadretto? Forse. Solo che poi, sempre per il dannato vizio di scorrere le pagine delle sue (ben quattro) biografie canoniche, si scopre che, guarda caso, proprio il Cristo un grande attaccamento alla sua famiglia non doveva averlo.

Stupirà forse che l'immacolata Maria nei Vangeli sia menzionata pochissime volte - e il resto del Nuovo Testamento neanche la cita mai - ad onta dei dogmi di fede che ne hanno fatto l'asse portante della devozione di milioni di individui. E quelle poche volte che compare, poverina, non fa una bellissima figura. Primo episodio: la sacra famiglia al completo si reca al Tempio portandosi dietro un Gesù già dodicenne, ma sulla via del ritorno si scopre che il ragazzo è sparito. Allarmati, i due genitori tornano indietro e s'affannano a cercarlo per ogni dove, finché non lo ritrovano in mezzo ad una congrega di sapienti che, stupefatti, pendono dalle sue giovani labbra. Osano chiedergli spiegazioni e lui li secca senza troppi discorsi: "Che volete? Non lo sapevate che è questa la casa di mio Padre?" Umiliati e offesi i due non ribattono e se lo riportano a casa (immagino che qualche sculaccione ci sia scappato). Secondo episodio: a Cana si celebrano nozze a cui e Gesù e sua madre sono invitati, senonché ad un certo punto viene a mancare il vino e Maria s'accosta al figlio per comunicargli lo spiacevole incidente. Anche qui, lui la fulmina: "Che v'è fra me e te, o donna?" La si legga come si vuole, questa frase, ma a me è sempre sembrata quantomeno scortese. Di certo non una dichiarazione d'amore. Terzo episodio: Gesù ormai celebre ammaestra le turbe in una casa quando qualcuno viene a disturbarlo per dirgli che fuori ci sono sua madre e i suoi fratelli (perché pare avesse dei fratelli, concepiti a quanto sembra non per virtù dello Spirito Santo) che vorrebbero parlargli. E qui Gesù - immagino un po' irritato - risponde: "E chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Chiunque fà la volontà del Padre mio che è nei cieli mi è fratello, sorella e madre". Pure qui, debbo dire, senza troppi riguardi per i vincoli di sangue. D'altronde il Cristo vanamente invocato da folle che neppure lo conoscono è anche colui che disse: "Se uno non lascia padre e madre per seguirmi non è degno di me". Ed ancora: "Io non sono venuto per portare pace ma una spada: i genitori si leveranno contro i figli e questi li faranno morire". Alla faccia della sacralità della famiglia. Il quadretto in fondo non è poi così confortante...

G. P.

 

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categorie: chiesa, famiglia
lunedì, 24 dicembre 2007

Rivoluzioni Tradite

LA CHIESA E L'ALTRA CHIESA

Quei singolari biografi che sono passati alla storia con il titolo di “evangelisti” – nunzi della buona novella – ricordano che il loro maestro scelse come suoi intimi discepoli un modesto numero di popolani e reietti. Eppure moltitudini adoranti lo seguivano per ogni dove, fin quasi a costringerlo alla fuga. E raccontano anche che a quei pochi affidò la missione di predicare ciò che da lui udivano a tutte le genti, perché il verbo che avrebbero dovuto custodire e diffondere lungo il succedersi delle generazioni era destinato a trovare compimento solo in un limite ultrastorico, nella fine di ogni tempo. Era lo stravolgimento totale di ogni convenzione in nome di una superiore norma. Una legge che non era codificabile dagli scribi di un tempio bensì era da incidersi nelle coscienze: gli ultimi sarebbero divenuti i primi, chi avesse cercato di salvare la propria vita l’avrebbe persa, i pubblicani e le prostitute sarebbero stati preferiti ai dottori della legge mosaica nel regno di dio, i deboli sarebbero stati strumenti d’elezione nella preparazione del regno celeste.

 

Quale fondamento avrebbe potuto trovare il profeta nazareno per la diffusione del proprio messaggio? Perché era, questo, un dire che incarnava, sì, le speranze degli oppressi, ma è pur vero che erano inorganiche quelle speranze. Tutto un frastagliato universo arso da sete di rivalsa ma privo di sintesi e, anzi, sovente nutrito di opposizioni irriducibili, che avevano di fronte nientemeno che lo sterminato potere dell’impero. Scrisse Engels che “non vi era assolutamente una via d’uscita comune” per il vasto mondo di diseredati in cui il nascente cristianesimo arruolava i propri adepti: “per tutti, il paradiso perduto era alle loro spalle: per il libero rovinato, la polis di un tempo, città e Stato insieme, fra i cui liberi cittadini si erano annoverati un giorno i suoi antenati; per lo schiavo catturato in guerra, il tempo della libertà prima dell’asservimento e della prigionia; per il contadino povero, la distrutta società gentilizia e la comunanza della terra”.

 

Certo, ben presto gli artefici della nuova religione compresero che, se non vi era uno sbocco politico alle istanze che si pretendeva di soddisfare, ve ne sarebbe stato uno soltanto spirituale, e da qui, in breve, ripescarono quell’oltretomba fatto di premi e pene eterni che il credo ebraico in verità ben poco conosceva, e che le scuole filosofiche ellenistiche avevano cercato di ridimensionare. La trasposizione del riscatto degli ultimi in un orizzonte altro da quello materiale presente.

 

Ma anche questo tassello non era sufficiente a superare la prima e vera contraddizione sotto il cui segno la “grande narrazione” della chiesa sorgeva: il messaggio rivoluzionario del Cristo – per quanto di lui il mito aveva preso a raccontare attraverso le parole anonime di una tradizione spesso eterogenea e contraddittoria – poteva mantenere la sua carica esplosiva (torno a dire: rivoluzionaria) se si voleva trovargli uno spazio di sopravvivenza in condizioni ostili?

 

chiesa1E, d’altra parte, senza l’introduzione di una precisa dogmatica (il che il Cristo pare mai avesse considerato) e della conseguente architettura istituzionale, sarebbe stato possibile garantire alla nuova fede la possibilità di perpetrarsi nei secoli? Bisognava cioè conciliare i contenuti progressisti che si intravedevano nella primitiva predicazione cristiana, e che le andavano favorendo l’adesione di ingenti masse, con la necessità di creare una gerarchia istituzionalizzata (e perciò stesso legalitaria, cioè conservatrice).

 

Forse il Cristo non avrebbe mai fondato una Chiesa, e probabilmente il suo intento era quello di ravvivare l’ormai sclerotizzata professione di fede ebraica. Quante volte i vangeli narrano di come egli si scagliasse contro quei farisei che avevano trasformato in prassi legalistica il vivente, dinamico insegnamento della tradizione? Ma, per una bizzarra ironia della sorte, il suo insegnamento ebbe la medesima sorte, e proprio ad opera di uno di quei farisei da lui così ferocemente accusati. Uno di quelli cui Gesù rimproverava, appunto, di seguire la lettera morta e non lo spirito delle scritture.

 

Quel Paolo di Tarso – poi sommamente omaggiato ed insignito di massima autorevolezza teologica – che in una delle sue numerose epistole quasi si vanta di essere perfetto nell’osservanza della legge mosaica in quanto fariseo e figlio di farisei. Costui, pur convertendosi alla nuova dottrina con il medesimo ardore con cui prima l’aveva osteggiata, vi trasfuse tutta intera la cultura formalizzante e pedante nella quale era cresciuto. La cultura dell’ordine, della disciplina, delle istruzioni minuziose, della regolazione pervasiva e della gerarchia, del fare e non fare (fossero essi modulati sulla base del lecito o dell’utile) e, soprattutto, il rispetto delle istituzioni esistenti, nell’illusione che si potesse evadere dal “secolo” per rinchiudersi in uno status parallelo ed alternativo: tutto ciò sarebbe andato a cristallizzarsi con il tempo in un robusto ed elaborato edificio teologico di cui è lui, fuor di dubbio, il primo vero artefice.

 

Si pensi soltanto alla spontaneità popolaresca con cui i centoventi discepoli riuniti insieme cinquanta giorni dopo la morte del loro maestro – quella ricorrenza della Pentecoste che usualmente si indica come data di nascita della “Chiesa” – si lasciarono pervadere da un forsennato anarchico entusiasmo, senza inibizioni, cominciando a parlare (così raccontano i testi biblici) lingue diverse dalla loro al punto da essere scambiati per ubriachi. E poi si raffronti questa scena con la freddezza con cui l’intellettuale Paolo detta le regole della liturgia sottolineando che Dio ama l’ordine e non la confusione. Balza immediatamente agli occhi la differenza di prospettiva che questi gradualmente sovrappose all’originaria libertà dell’assemblea cristiana. Oppure si ricordi con quale estenuante meticolosità il fariseo Paolo elencava i requisiti che sarebbero dovuti appartenere a coloro che aspiravano all’ufficio di vescovi – ivi compresi l’età, lo stato civile ed un’infinita serie di virtù morali – quando, all’indomani della resurrezione, gli apostoli scelsero il sostituto dell’Iscariota semplicemente tirando a sorte. E così via, ecco infiltrarsi nella ridda sempre più fitta di regole le norme coniugali, la dovuta sottomissione delle donne ai propri mariti e degli schiavi ai propri padroni (con gran sollievo del potere costituito, che vedeva legittimato anche dalla nuova fede dei diseredati lo sfruttamento schiavistico: avrebbe il Cristo mai prescritto questo?). E poi il malcelato invito alla castità, l’obbligo di frequentare le adunanze della nuova chiesa e la sottomissione acritica ai suoi conduttori, per non citare che alcuni punti, in un carteggio fittissimo con cui questo abile organizzatore si teneva in contatto con le varie comunità che sorgevano e costituiva il trait d’union fra loro, preservando la necessaria omogeneità teologica e strutturale.

  

chiesa4E’ vero che egli condannava i convertiti “giudaizzanti” che avrebbero voluto imporre anche ai convertiti non giudei il gravoso fardello delle leggi mosaiche. Ed anche in questo mostrava notevole intelligenza politica: ridurre i cristiani semplicemente ad una delle già numerose sette presenti nel mondo ebraico, che non rinnegavano l’osservanza dell’antica legge ma vi aggiungevano gli insegnamenti di questo o quel maestro avrebbe tarpato le ali alla nascente Chiesa, perché le avrebbe impedito di radicarsi fra i cosiddetti “pagani” e dunque di estendere i propri confini alle larghissime masse di così varia provenienza che non volevano affatto diventare ebree ma che, nondimeno, costituivano un enorme potenziale di massa. Occorreva perciò adattarsi ad un progetto che ormai, avendo come cornice non più l’antico regno d’Israele ma lo sterminato impero di Roma – con l’enorme mutamento di condizioni economiche, politiche, sociali e culturali che ciò aveva comportato – poteva e doveva divenire universale. Ma ciò che non poteva mutare era la patina legalitaria e dogmatica che egli di fatto trasfuse dal fariseismo nel nuovo contesto: quella che, secondo il teologo D. Bonhoeffer costituisce la cifra stessa dell’essere fariseo, ovvero il voler porre dei confini netti fra il bene ed il male (il volere impadronirsi della conoscenza che aveva relegato Adamo ed Eva fuori dell’Eden, il perpetrarsi continuo del peccato originario lungo la storia dell’uomo). Che è poi anche ciò che permise al cristianesimo di strutturarsi in organizzazione di massa, di radicarsi tra i ceti più umili e, alla lunga, di diventare centro di potere. La strada, sul finire del primo secolo dopo la morte del Cristo, era già tracciata e l’avanzata prepotente della nuova religione avrebbe trovato fautori altrettanto zelanti.

  

Così, per dire brevemente, nacque quell’impalcatura la quale, perfezionandosi, arrivò a tradursi in gerarchia rigida e fondata su un sapere dogmatico, capace di giustificare il fine con i mezzi e di avvalersi della potente arma dell’ortodossia per bollare e sovente reprimere quale eretico qualsiasi tentativo di fuoriuscita da quanto stabilito dal magistero costituito – che in tempi più recenti sarebbe stato anche formalmente consacrato infallibile – ma, soprattutto, capace di creare una rete che avrebbe retto in maniera inappuntabile al vuoto di potere creato dalla caduta dell’impero d’occidente sostituendosi ad esso. Così, capo della Chiesa divenne il vescovo residente nel fulcro politico dell’impero. Da qui l’appellarsi alle presunte parole del Cristo che avrebbe voluto fondare la sua Chiesa su Pietro: parole verosimilmente dovute ad una tradizione tarda e non del tutto innocente, se è vero che il concetto di “chiesa” risulta altrimenti sconosciuto al verbo evangelico. E da qui, anche, la nascita della tradizione per la quale Pietro apostolo sarebbe stato vescovo di Roma, mentre è storicamente a dir poco improbabile che egli a Roma sia giunto mai). E così il potere si trovò già pronto il ceppo su cui reinnestarsi all’indomani del collasso imperiale, con il seguito che ognun conosce.

  

mani11E la medesima abilità con cui l’impero aveva radicato il proprio dominio anche culturale, adattandosi fin dove possibile agli usi ed alle credenze delle genti sottomesse, fu propria anche del nuovo centro di potere a guida pontificia. L’intreccio fittissimo di credenze pagane (a cominciare dal calendario delle festività e proseguendo con il mito della nascita del Cristo da una vergine, con l’icona della madre e del bambino, con l’istituzione del culto dei santi protettori e con lo stesso titolo pontificale, per non dire che dei casi più evidenti) garantì alla gerarchia ecclesiastica il radicamento della propria egemonia  pressoché ovunque nei territori e fra le genti dell’impero.

Questa linea di grave (ma politicamente abilissima) deviazione dai propositi originari andò concretandosi nell’espressione ancor oggi maggioritaria della cristianità. Il cattolicesimo. Che rappresenta ancora un poderoso monumento alla conservazione, avvezzo alla gestione del potere per antica abitudine, ma anche frutto di un’impressionante stratificazione millenaria di dogmi, convenzioni e regole che hanno saputo assimilare elementi da tutte le culture con cui sono venuti in contatto. Proprio la voracità con cui la chiesa inserisce nella propria Weltanschauung prestiti culturali della più varia matrice testimonia il suo potenziale egemonico. Ma è soprattutto la capacità di inserire questi fermenti nel calloso lessico delle proprie dogmatiche – per definizione assolute e quindi immobili – sia pure nei tempi lunghi di una farraginosa liturgia, che la rende in grado di mantenersi vitale con sconcertante abilità. Non si può certo dire che essa sia mai stata aperta allo spirito dei tempi, ché una moltitudine di pensatori bruciati nel rogo inquisitorio dimostrerebbe facilmente il contrario. Ma certamente è un attento gendarme del senso comune, che non sempre è in grado di condizionare ma sempre sa interpretare e alla lunga incanalare in lidi di rassicurante normalità.

  

Del resto, lo stesso Gramsci osservava sui Quaderni che l’egemonia ecclesiastica sovente ha rischiatonaufragio1 di spezzarsi sotto la spinta del suo ceto intellettuale il quale mirava a conquiste dottrinali che non sarebbero state digeribili al senso comune (e dunque alla grande massa dei fedeli, presso i quali ancora oggi gli ecclesiastici tollerano mescolanze con la superstizione popolare o residui inveterati di paganesimo), ed ha evitato il pericolo non tentando di innalzare progressivamente il livello delle masse ma, appunto, limitando l’evolversi dell’alta ricerca. Tutto ciò trova il suo fulcro proprio nell’antiquata (ed imperiale) idea dell’esistenza di un magistero che, per antica successione, ha l’inviolabile ed esclusiva autorità sull’interpretazione dei dettami del Cristo ed è dunque depositario unico ed eterno della verità: senza questo assunto totalitario tutta questa costruzione non saprebbe mai reggersi. E’ dunque comprensibile che il principio cardinale della cosiddetta riforma protestante – fenomeno storico scatenatosi con le tesi di Writtemberg pubblicate da Lutero e rispondente anch’esso a precise necessità storiche – abbia scatenato una delle più importanti scissioni nella storia della cristianità. Ed una delle più feroci reazioni da parte del potere vaticano. Il principio del libero esame delle scritture, infatti, sancendo il diritto di ogni fedele ad avvicinarsi al testo sacro (fino ad allora raramente tradotto in volgare e quasi inaccessibile alla grande massa dei credenti) senza la necessità del filtro esegetico dell’apparato clericale, metteva in pericolo l’esistenza medesima della Chiesa nella sua variante cattolica, nel momento in cui consentiva al singolo fedele di divenire soggetto attivo nel dibattito e nella costruzione della propria fede. Elevare il livello delle masse: ciò che appunto i cardinali romani saranno sempre restii ad ammettere. E che lo svilupparsi dei rapporti economici nel secolo sedicesimo rendeva invece ormai possibile (al punto che, sia pure per vie ben più complesse, l’etica protestante sarebbe andata coniugandosi presto con lo spirito del capitalismo). E così anche gli altri due principi essenziali della riforma: la dottrina del sacerdozio universale – che metteva in discussione la divisione rigida fra ministri ordinati e semplici fedeli – andava a sconvolgere l’ordinamento su cui le basi del potere ecclesiastico poggiavano; e l’idea della salvezza per fede e non per meriti, con la virulenta polemica sulla vendita delle indulgenze, toglieva all’apparato vaticano una delle sue prerogative più importanti ai fini dell’esercizio di potere, ovvero la potestà esclusiva di assolvere dai peccati.

 

In verità la riforma luterana rappresenta lo sbocco di una serie di precedenti tentativi relegati ai margini o brutalmente eliminati già durante il medioevo: le eresie catara, patarina e valdese non erano occorse in una fase storica favorevole al punto da poter dare loro lo stesso effetto dirompente. Di esse si può dire che solo quella valdese, originata dalle confraternite sanguinosamente represse dei “poveri di Lione” e dei “poveri di Milano”, e dalla predicazione paziente e clandestina dei “barba”, è riuscita a sopravvivere fino ad esprimere oggi una non secondaria porzione dell’universo protestante, soprattutto in Italia. Universo che si articola in filoni differenti variamente federati, le cui principali espressioni sono, accanto appunto a valdesi e luterani, i metodisti ed i battisti, nati da analoghi movimenti di risveglio spirituale rispetto alle incrostazioni ed alla corruzione della gerarchia ufficiale, i primi avendo le radici nella predicazione di Witherfield ed i secondi nel movimento anabattista inglese a sua volta ferocemente represso.

 

chiesa2Anche quella luterana fu una rivoluzione tradita - come pare sia destino per ciò che proviene dalla predicazione del Nazareno o che a lui in qualche modo s'ispira. Fu a suo modo un ulteriore esempio di trasformazione secolare di un'istanza che nasceva da direttrici spirituali profonde. Ma fu anche un fenomeno che, nel bene e nel male, rompendo il rigido monopolio papista, indusse ad un passo in avanti notevolissimo. Il fatto che oggi, in Occidente, esista un contropotere religioso di una certa entità alle escludenze della teologia cattolica, che esista un filone della ricerca cristiana che ha assorbito fermenti critici fino a concepire la fede come un dialogo sempre ed irriducibilmente aperto, non è cosa da poco.

  

Ora, ciò che attualmente contraddistingue il protestantesimo – o quantomeno quello cosiddetto “storico”, a cui si affianca una serie sterminata di sette fondamentaliste o evangelicali sorte per lo più oltreoceano e propugnanti un’interpretazione ingenua quanto fanatica dei dettami scritturali spesso accompagnata da una buona dose di opportunismo, da una visione del mondo conservatrice e dall’alleanza con settori retrivi della classe politica – è ancora la tendenza a pensare la Chiesa come luogo aperto e dinamico. Come espressione della cultura contemporanea, non timorosa di accettare le sfide che essa propone ed anzi cimentandovisi volentieri anche a costo di balzi in avanti non sempre indolori. E’ stato certo problematico aprirsi ad un ruolo nuovo della donna all’interno della comunità ecclesiale fino ad ammettere il pastorato femminile, o l’avere preso coscienza del fenomeno omosessuale fino ad averlo accolto senza pregiudizi al proprio interno, ma queste conquiste di civiltà ed apertura sono in realtà rese possibili proprio dalla mancanza di vincoli dogmatici, dall’apertura ad un dinamismo teologico senza riserve.

 

L’avere sottratto il testo sacro al monopolio della casta sacerdotale tradizionale, ed il non essersi strutturati a propria volta in ordine gerarchico, ha consentito ai protestanti di sottoporre anche il verbo biblico ad una analisi che in termini moderni diremmo “critica”. Non che essi non ammettano l’ispirazione divina delle scritture. Ma ciò non impedisce loro di constatare che il mezzo attraverso cui la divinità avrebbe deciso di trasmettere il proprio insegnamento al genere umano, cioè appunto la scrittura, essendo inesorabilmente limitato nel tempo e nello spazio non si sottrae ad una doverosa contestualizzazione: non può assurgere a fonte di dogma assoluto. Soprattutto negli ambiti svariati in cui il progresso delle conoscenze umane impone la revisione di idee e non consente appigli tenaci a posizioni che ogni intelletto onesto non può non giudicare anacronistiche. In fondo, se non tramite questa eccezionale apertura, la cultura protestante non avrebbe potuto contribuire allo sviluppo del moderno pensiero filosofico tedesco né contaminarsi con le esperienze della contestazione occidentale, raccogliere i migliori frutti delle culture alternative sviluppatesi prepotentemente nella seconda metà del Novecento. Né sarebbe riuscita a coniugare i propri principi ai fermenti progressivi della contemporaneità, al marxismo o alla psicoanalisi.

 

L’avere inteso il messaggio biblico come asse portante di una fede che vive, e può vivere,nel presente, non necessariamente costretta in un passato artificioso e mitico che s'impone oltre la ragionevolezza come paradigma etico astratto:  tutto ciò è un passo i avanti ragguardevole. Che non implica un’opportunistica velleità egemonica sul reale, ma anzi, si fonda sulla disposizione a trasformare se stessi con piena onestà intellettuale, a cogliere le innovazioni culturali come opportunità di crescita spirituale collettiva. In sostanza resta vivo, nell’altra Chiesa – quella sconosciuta o più spesso misconosciuta in Italia – un nucleo dell’originaria carica rivoluzionaria del messaggio predicato dal falegname nazareno, e vi resta la concezione di una Chiesa che recuperi l’originaria dimensione di assemblea composta di uomini e donne uniti da una medesima ricerca. Che non teme di differenziarsi e di seguire ritmi e talvolta percorsi differenti in ciascuno dei singoli, ove la dimensione comunitaria non sia vincolo ed impedimento per lo sviluppo originale di quella individuale.

  

Non ci si stupisce, dunque, che, laddove non sia storicamente maggioritario (ed in quei casi comunque non perdendo, sia pure tra vistose contraddizioni che la dimensione di massa necessariamente apre, l’originario impulso alla revisione critica di tradizioni talvolta inveterate), il ceppo protestante resti minoritario: non solo – e forse non tanto – a causa della soverchiante egemonia cattolica, che ha radici talmente forti ed antiche da non poter essere eguagliate, ma che comunque non impedisce l’impetuoso crescere di sette fondamentaliste o il diffondersi di filosofie e culti orientali. Forse proprio per l’enorme sforzo compiuto nella direzione dell’essere Chiesa ma non regime, di sperimentarsi in ambiti poco compresi dall’immaginario medio, di formare ad una cultura nuova e non di giustificare e sacralizzare l’esistente: questa potrebbe essere la ragione che ancora confina, per esempio in Italia, l’azione di organismi che pure hanno ormai da decenni acquisito un riconoscimento pubblico da parte dello Stato italiano (come l’Unione delle Chiese valdo-metodiste) alla marginalità.

  

Una condizione forse voluta, poiché quando un’organizzazione non deve divenire strumento di potere le caratteristiche di massa non devono necessariamente essere raggiunte. E probabilmente era proprio questo l’ideale del profeta Gesù, inseguito da moltitudini finché mostrava segni miracolosi e poi prestamente abbandonato. Che infatti aveva scelto di ammaestrare un minuscolo gruppo di soltanto dodici persone, ed a quelle solo mostrarsi negli aspetti più privati ed intimi della sua fragile condizione umana. E con quelli condividere i momenti importanti della sua vita, lontano dal roboare delle masse che, con suo grande sdegno, appunto, lo avrebbero voluto portare a divenire re, come i vangeli narrano. Di un regno che non esisteva né poteva esistere nei sogni di un ingenuo profeta.

 

Gavino Piga

- articolo pubblicato su “Mondo Nuovo” n. 2/2005

postato da oeildecarafa alle ore 14:25 | link | commenti (2)
categorie: politica, chiesa, religione, globalizzazione, filosofia, ragione, protestantesimo, modernità

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