Mentre correvano quei meravigliosi anni Cinquanta sotto il cui sorriso l'Italia conosceva la contraddittoria ebrietà dell'ascesa economica - tempi in cui la crisi era alle spalle, non davanti agli occhi come oggi - un brillante Pietro Calamandrei ironizzava su una remotissima e quasi fantascientifica dittatura larvata che avrebbe cominciato la propria opera di pulizia cerebrale dei sottoposti mettendo mano alla scuola. Mi riprometto di indagare in un futuro post quello che definirei "teorema Jules Verne" (sulla capacità del reale di aderire alle previsioni o sulla capacità delle previsioni di condizionare il reale) e per ora lascio la parola al profetico Calamandrei:
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'Aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori - si dice - di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico".
Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it
Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.
Nel 2003, alcuni terroristi vennero messi a morte dal governo cubano. Chi scrive difese allora le ragioni di Cuba, in contrasto con una pletora di no-global umanisti, umanitari e anche un poco coglioni. Sostenevano che non si poteva difendere uno Stato sotto assedio perché tentava di difendersi. Prima il principio, universalmente e astrattamente posto. Poi la realtà, la carne ed il sangue. Non so quanti di loro avrebbero usato gli stessi accenti di disprezzo per un Bush che avesse condannato a morte i dirottatori delle Torri Gemelle. In questo porco mondo solo ad alcuni è permesso difendersi. Ho rinvenuto solo oggi, per caso (sul blog http://perunsogno.splider.com, che ringrazio), questa lettera scritta da una intellettuale cubana proprio in quei giorni e su quei fatti. La leggano i lorsignori schiavi del no logo, frequentatori di locali alla moda e di aule parlamentari. Ci sono persone a cui puoi togliere tutto, ma non la dignità. Passa un'enorme differenza.
Sono un’intellettuale cubana, però prima di tutto maestra di molti giovani cubani limpidi e sognatori e madre di due figli sani e belli. Con la scusa del vecchio proverbio “Chi tace acconsente” mi sono decisa a scrivere. Oggi vediamo intellettuali non solo rispettati ma quasi venerati a Cuba, a poche ore dalla caduta dell’Iraq, in maniera inconcepibile ripudiare provvedimenti presi a Cuba che sembrano loro inspiegabili. Vediamo anche come altri, fra i quali il saggio Heinz Dietrich, ragionino esattamente né più né meno come gli Stati Uniti. Sembra rimanga poco da aggiungere. Però questa umile madre e maestra ha bisogno per la sua pace spirituale di lanciare la propria verità al mondo. Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire vivere in un blocco? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente essere un paese del terzo mondo economicamente collassato e in più sotto embargo, cioè duramente castigato per anni e anni?
Voglio parlare alla maniera delle piccole storie stile Foucault. Un giorno d’estate del 1995 nel pieno della disperazione mi sono seduta e ho scritto questa nota: “Oggi in casa non abbiamo niente da mangiare, né lenzuola, né asciugamani (i panni si sono rovinati dopo essere stati lavati ripetutamente col sale), né sapone, né detergente, né dentifricio, né carta igenica, né lampadine, né fili, né aghi, né matite, né carta, né penne, né cotone, nessun tipo di medicinale, né tè, né alcool, né combustibile, assolutamente niente. Che fare?”
E domando: “ Quelli che ci criticano hanno vissuto un solo giorno delle loro vite un giorno come questo?”
Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire assistere un anziano moribondo di 92 anni con un cancro e non avere niente da dargli da mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere una intellettuale prestigiosa e dover uscire fuori per il quartiere a chiedere un bicchiere di latte per “mio padre che sta morendo”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente dovere andare nei campi a cercar legna per cucinare un poco di brodo per lo stesso moribondo mentre si tengono d’occhio le nuvole perché “se piove, oggi non si mangia”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire appartenere a un équipe medica un 31 dicembre (1997), in un turno di guardia dell’ospedale, con solo sei duralgine per tutta la notte e dover decidere a chi si potranno alleviare le sofferenze e a chi no? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire avere una madre di 84 anni (la mia stessa madre) e non avere niente da darle da mangiare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire dar da mangiare un giorno delle loro vite a otto persone con solo quattro once di fagioli vecchi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire vivere sotto black-out per dodici e più ore ogni giorno in pieno mese di agosto nei Tropici? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non aver niente da dare da mangiare al proprio figlio che è stato malato con un serio rischio di morire (il mio stesso figlio) e riuscire appena a mettere insieme riso e banane per tre mesi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere un'intellettuale e, per lavorare, avere appena un lapis e un poco di carta “riciclata”? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire dare lezioni per dieci anni con lo stesso libro che viene fotocopiato di anno in anno? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire veder morire una persona cara di cancro senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire veder morire un’anziana di dissenteria senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non poter arrivare ai funerali di una persona cara perché non c’era il mezzo di trasporto per arrivare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire avere una persona cara con la febbre a quaranta e nessuna medicina per abbassargliela? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire togliersi il boccone di bocca per darlo al figlio e rimanere senza mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire dover decidere chi può mangiare una coscia di pollo in una famiglia di otto persone dove ci sono bambini e anziani malati? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire non mangiare mai burro, né formaggio, né mele, né pere, né pane buono, né dolci, né bibite, né latte, né yogurt ecc. ecc. per anni? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire doversi togliere le scarpe quando piove perché se ti si rompono non ce ne sono più e domani non puoi andare a lavoro? Sanno quelli che ci criticano con quale consapevole paura noi cubani abbiamo osservato le atrocità perpetrate contro il popolo iracheno? Credono non ci siano familiari? Credono che noi non ne sappiamo abbastanza di ciò?
E ancora, sanno quelli che ci criticano per quale ragione una buona parte del popolo cubano si ostina a sopportare atrocità simili e simili torture psicologiche? Non se lo sono mai chiesto? O qualcuno pensa che i cubani siano masochisti? Allora voglio rispondergli. Fra di noi oggi circola un proverbio che si dice sia arabo: “Beati quelli che possiedono il petrolio perché saranno invasi”. Mi piacerebbe proporgli anche questo: “Beati gli originali, i creativi, i ribelli, i matti, gli innamorati, i disobbedienti, i sognatori, perché anche loro saranno castigati.” E che genere di castigo!
Però continuiamo ad essere matti, innamorati, sognatori, disobbedienti e ribelli perché semplicemente paga. E’ il gran senso della nostra vita. L’unica cosa che ci manca è che ci condannino a morte. Ci hanno fatto così tanto pensare a questo che la morte stessa è arrivata a perdere al sua misteriosa e altissima trascendenza.
In quegli anni terribili qualche alunno mi domandava: “ Non se ne va via professoressa?” No. Non me n’andai perché volevo condividere al tragedia col mio popolo, con i miei figli, con la gente del quartiere, con i miei alunni famelici, con i conoscenti e tutti gli altri. Non me n’andai per una semplice ragione: non volli e non voglio. Per questo bisogna avere un coraggio enorme. Per vivere questo “castigo imperiale” che è Cuba, bisogna essere dei tipi duri e incazzati (mi perdonino, però non c’è altro vocabolo). E’ la pura verità.
Adesso ci raccomandano democrazia e pluripartitismo. Quale democrazia e quale pluripartitismo se si può sapere? Salvador? Venezuela? Che credono, quelli che ci criticano, riguardo ai poveri che oggi possiedono la terra in Venezuela? Che se la lascino sottrarre così? Questo sarà da vedere! Brasile? E che cosa, durante pochi anni di mandato, con le migliori intenzioni, si “potrà” fare con il dramma brasiliano? Daranno il permesso per molte originalità a questa grande economia mondiale? Guatemala? Honduras? Costa Rica? Colombia? Paraguay? Cile? Messico? Uruguay? Argentina? La democrazia ed il pluripartitismo della Spagna? O dell’Europa, della Yugoslavia e del “nuovo Iraq"? Perché, a tutte queste, in stile democratico e pluripartitico europeo, noi, poveri paesi del Caribe, con la nostra storia di piantagioni, di sottosviluppo e di miseria secolare, non ci sogneremmo mai di arrivare, questo è chiaro.
Credono, quelli che ci criticano, che noi - questi pazzi, sognatori, ribelli e disobbedienti - siamo stati terribilmente castigati e ci siamo sforzati e sacrificati tantissimo e che adesso lasciamo “armare” una controrivoluzione interna che metta in estremo pericolo la nostra infanzia e la nostra gioventù così? C’è qualcosa che il mondo deve ricordare: noi madri cubane siamo state punite dall’impero fino all’infinito, e fino all’impossibile, noi madri cubane abbiamo dato e anche sacrificato il meglio di noi per una semplice ragione: non vogliamo bambini ignoranti, né mendicanti, né drogati, né trafficanti, né analfabeti, né abbandonati, né assassinati. Non vogliamo bambini senza futuro, senza sorrisi e senza amore. Questo lo capiscono? Cè qualcosa che gli si deve ricordare in questo momento, e per favore non lo scordino mai: la pace, la sicurezza e la felicità attuale dell’infanzia e della gioventù cubana non sono negoziabili. E in nessun modo!
Per caso, dopo tanti e tanti sacrifici e privazioni permettiamo a ottanta individui, che solo Dio sa semmai si sono preoccupati per qualcuno e qualcosa, di attentare alla sicurezza dei nostri figli? Chi e che cosa gli ha dato un diritto simile, si può sapere? Per attentare a ciò, qui devono fare i conti non solo con il Consiglio di Stato, con le forze armate, con gli avvocati e i giudici di Cuba. Devono fare anche i conti (non se lo scordino mai) con le madri e i padri di questo paese.
Tanta ingenuità (di questo pensiamo si tratti) ci ha lasciato sconcertati. Sì, francamente sconcertati. Non hanno visto per caso il mondo intero marciare, gridare, vociferare e sgolarsi contro la guerra: qualcuno li ha considerati per caso? Abbiamo guardato da qui spaventati (terribilmente spaventati) come questo nuovo e fiammante fascismo si è preso gioco dell’umanità intera. Si è preso gioco del Papa e della sacrosanta Chiesa Cattolica. Si è burlato di tutta l’umanità degradandola. Che pensano di questi dettagli quelli che oggi ci criticano? Postmodernismo, fine della storia. Medio Evo? Chi sono quelli che verranno qui a “togliere le castagne dal fuoco” insieme a noi nell’ora delle bombe e delle macchine “intelligenti”?
Riguardo alla dissidenza noi cubani potremmo scrivere un trattato. Qui ce n’è di tutti i tipi. C’è la “dissidenza felice” messa in pratica dai neo-laureati che con l’inchiostro ancora fresco del titolo universitario corrono negli USA (per poi, molte volte, ritrovarsi a caricare sacchi in un magazzino). Ci sono “dissidenti eleganti”, maestri di gran prestigio che tornano a Cuba in inverno a dare lezioni magistrali. Ti salutano con aria da “primo mondo”, trascorrono qualche giorno qui e poi ciao (e i loro alunni abbandonati? poveracci, che ne facciamo di loro?). I “vergognosi”, nascosti dentro le Chiese (pensando agli USA 24 ore al giorno) che però quando il Papa annuncia che non appoggia la guerra abbassano gli occhi perché...questo sarebbe troppo. I “narco dissidenti” che hanno persino prodotto caramelline con droga per i bambini per “abituarli già da ora” (per fortuna già incarcerati). Ci sono i “subdoli”, cioè gli opportunisti dei quali già siamo super annoiati. Le eleganti (chirurgia plastica gratuita). Gli “onorabili” con figli (è chiaro) all’università, che reclamano i migliori medici senza dire mai: “Guarda che non mi devi trattare come gli altri perché sono dissidente”, ma se hanno bisogno di una operazione, fosse anche quella al cuore, nessuno domanda e gliela fanno qui. Questa è però una dissidenza “rispettabile”. Non fa il gioco dell’impero. Non si mettono al SINA per chiedere soldi. Non si lasciano manipolare. Non sono stupidi, perché non vogliono negoziare la tranquillità dei loro figli. E’ una dissidenza che vuol essere “indipendente”, costruire la propria vita, e così costoro hanno fatto. Nessuno poi certamente la nasconde. Ma neanche è utile all’impero, così nessuno parla di loro. Ho imparato a rispettarli perché a molti, in momenti terribili, devo il bicchiere di yogurt per mio padre malato.
Ci sono altri dissidenti dei quali nessuno non parla mai. I “dissidenti di tutti i giorni”. Siamo noi, quelli che abbiamo criticato (in stile brechtiano) fino allo sfinimento, cioè quelli delle “gravi controversie”. Quelli che (come dicono a Cuba) “non capiscono”, i matti, fottuti e poco umili (sì, poco umili) ai quali, abituati a cercare le macchie al sole tutti i giorni, non è mai sembrata sufficiente la bellezza. Quelli che lavorano dal sorgere al tramonto del sole come bestie da soma, quelli che rischiano idee nuove che non sono state o sono state possibili, quelli che rischiano l’ottimismo e finanche la fede in sè stessi. Abbiamo lottato fino all’impossibile (e continuiamo a lottare) per salvare Cuba (la nostra Cuba) dal collasso degli anni Novanta, abbiamo sacrificato tanto lasciando indietro sogni e illusioni per impedire che questi yanquee di merda vengano ad insudiciare la nostra terra e assassinino i nostri figli. Quegli stivali sporchi li abbiamo già conosciuti da bambini, e molto bene. Molto bene.
La penultima ed elementare questione. A noi, gli stessi yanqee, durante tutta la nostra vita,
hanno insegnato una tragica lezione: al più piccolo errore, alla più piccola distrazione, a qualsiasi ingenuità, può essere compromessa la vita di qualunque nostro alunno o qualunque nostro figlio. Abbiamo capito la lezione. Però quelli che ci criticano non lo sanno molto bene, perché, per fortuna, non hanno dovuto sopportare il “castigo”.
Per ultima cosa dico grazie a tutti gli amici del mondo. Prima di tutto agli umili, ma anche a quelli che hanno sempre rispettato questi matti sognatori, ribelli, disobbedienti e “castigati”. A quelli che ancora “si, capiscono”. A quelli che non se ne vanno. A quelli che ci infondono coraggio. A quelli che oltre inviarci panni, scarpe, matite, saponi, libri, trasporti, computer, dollari e medicine ci hanno inviato molto di più: amore, comprensione e un decisivo appoggio reale nelle ore più difficili, come sembrano essere quelle di quest’estate 2003 e tutte quelle che si presume vengano. Per tutti voi siamo ancora qui oggi e continueremo ad esserci.
Prof. Marìa Còrdova, Istituto superiore d’arte, La Avana. Aprile 2003
CONSIDERAZIONI INATTUALI (MA SALUTARI) / 2

A queste intrinseche debolezze non dimentichiamo di aggiungere la gelosa conservazione delle mini-identità nella Sinistra "non moderata": perché a nessuno sfugge che Rifondazione ha proseguito a sgretolarsi in milioni di componenti e sottocomponenti in perenne lotta fra loro e destinate, come le poleis greche, a rovinare tutte insieme, sia pure orgogliosamente, sotto la clava del macedone di turno, mentre Comunisti Italiani e Verdi si attestavano su percentuali di consenso immobili, a dir poco residuali. Una frammentazione che certamente nasceva da una reale diversità di tendenze in seno al mondo comunista, socialista, antagonista: ma quando la diversità non prova neppure a trasformarsi in dialogo e in ricerca, nasce il sospetto che qualche spinta a mantenere leadership personali esista. Sarà stato così anche nel nostro caso? Resta il fatto che neppure l'enorme processo aggregativo del Partito Democratico è riuscito a mettere in allarme i dirigenti - rossi, rosa e arcobaleno - sulla necessità di dare vita ad un processo unitario forte e fondato: la Sinistra l'Arcobaleno nasce dopo un'infinita serie di polemiche che per lo più l'elettore non capisce, e non riesce a tradursi in niente di meglio che una lista elettorale assemblata alla meno peggio, senza alcuna consultazione di base, con alla testa un candidato annunciante il proprio immediato ritiro dopo le elezioni. Un aborto fin dal proprio nascere. Ora le identità sono rimaste integre, e tutti sono contenti. Senza un parlamentare che uno.
E ancora una volta, discutendo del poi, sembra che nessuno si sia reso conto di quanto è realmente avvenuto, tanto che continua la querelle identitaria che ripropone opzioni culturali perdenti. Guardacaso, le stesse finora in campo, senza alcun cenno realmente autocritico (perché non basta tagliare teste se non si cambiano le idee), come se il disastro sia sopravvenuto per una contingenza beffarda, per uno strano scherzo della sorte, per via di qualche errore di manovra. Non per un vuoto pneumatico di fondo. Chi vuole fondare una costituente comunista approfittando dell'ennesima emorragia di militanti da Rifondazione, chi invece vuole mantenere Rifondazione ancora in vita nonostante la virtualità che la contraddistingue da circa due anni, chi pensa ancora di poter organizzare il proprio gruppo di pressione per la prossima occasione elettorale. Questo significa ripartire da zero? A me sembra che significhi continuare a ballarsela sopra cadaveri putrescenti ma può essere che mi sbagli. Del resto, se l'anelito degli autoconvocati di Firenze all'annullamento dei vertici e al sistematico rinnovamento assume il volto di Paolo Ferrero (compagno d'avventure del dimissionario Bertinotti nella sciagurata parabola di Prodi, così come nella raffica di svolte precedente), forse ancora qualcosa che non funziona c'è. E se Ferrero è espressione della cultura movimentista/antagonista che Rifondazione ha metabolizzato andando incontro a continue fratture e ridimensionamenti, nonché ad una impossibilità a reggere l'impegno di governo (per un deficit culturale, come ho prima cercato di dire), il suo inatteso alleato del momento, Claudio Grassi, rimette sul tavolo questioni di identità comunista che si sono dimostrate ancor meno aggreganti e che finiscono con il costruire l'ennesima riserva identitaria, assai simile a quella cui si aggrappano i Comunisti Italiani con le unghie e i denti. Così, mentre la proposta di Sinistra Democratica rimane ancorata ad una visione dei processi che manca di un respiro ideale di fondo (e di fatto non riesce ad organizzare un proprio radicamento nella società), anche la scelta di nicchia degli ambientalisti, che in Italia non possono contare su un retroterra culturale largo e solido, si frantuma fra tentazioni democratiche, velleità antagonistiche, arcipelaghi personali da difendere.
L'ipotesi di una Sinistra riformista forte e radicata, ove trovino casa comunisti, socialisti e
socialdemocratici, che è l'unica oggi praticabile, pare ancora una volta allontanarsi per fare posto alle arcane ritualità della conservazione. Eppure, questo è il momento storico che pone più fortemente l'esigenza del cambiamento di rotta. Anche perché (ed arriviamo ai "compatibili") il percorso che ha condotto il Pds/Ds a divenire Partito Democratico è emblematico del secondo fallimento. Se abbiamo conosciuto una Sinistra "rivoluzionaria" che rivoluzionaria non poteva essere, è altresì vero che sotto i nostri occhi ha preso forma, si è evoluta ed infine auto-annientata una Sinistra riformista che riformista non era. O non era Sinistra, il che, ai fini del nostro ragionamento, non è tanto diverso. L'ipotesi veltroniana di estendere i propri tentacoli al centro è fallita, e non è un fatto da poco, visto che questa era la strategia di fondo sottesa all'operazione Pd. Che questo fallimento possa diventare per noi un'inattesa via di salvezza? Stavolta non c'è tempo per lasciare ai posteri l'ardua sentenza. G.P.
All’indomani della più cocente sconfitta storica che la Sinistra abbia subito in Italia, provo a porre un quesito inattuale. Perché in realtà tutto, in un momento come il presente, è inattuale, comprese le ragioni e i torti, i rei e gli innocenti, e purtuttavia un punto di partenza deve essere rintracciato in questo ammasso di macerie, anche a costo di fare più d’un passo indietro, ché tanto indietro ci ha sospinto la volontà popolare, e senza appello.
Il quesito è questo: siamo davvero convinti che, dalla Bolognina in poi, la partita interna alla Sinistra italiana si sia giocata, o tutt’ora si giochi, sulla doppia opzione riformista e rivoluzionaria? Posta così, sembra una questione perfino banale, ed invece è su questa falsa dicotomia che è venuto a stabilirsi fino a tempi non remoti lo status quo cristallizzatosi nella teoria delle “due sinistre”. Una soluzione che accontentava tutti, da D’Alema a Bertinotti, perché a ciascuno attribuiva una ragione d’esistenza statica, e perciò tanto più comoda. Ovvero: ci illustrarono allora l’esistenza di una sinistra moderata e compatibile, che aveva ormai smarrito l’orizzonte anticapitalista e la bussola della politica di classe, e dal lato opposto di un’altra sinistra, ahinoi minoritaria, che però quell’orizzonte e quella bussola ancora teneva saldamente. Secondo molti, addi-rittura, eroicamente.
Poi però, dove fosse nascosta questa sinistra di classe e rivoluzionaria sarebbe stato sempre più arduo da capire, perché Rifondazione Comunista, la creatura più volte ibridata dopo la sua nascita dalle ceneri del fu Partito Comunista Italiano, di rivoluzionario non aveva che gli slogan, anche perché diversamente non poteva in alcun modo essere. Un secolo intero dovrebbe bastare ad insegnarci che un’organizzazione politica può essere rivoluzionaria solo in una fase rivoluzionaria, cosa che in Italia non si vede almeno dal biennio rosso: un po’ troppo lontano, ora.
Così, le ragioni – giustissime – del lavoro, dei diritti, della pace, di cui questa area era portatrice, stipate in quel contenitore, venivano confezionate in modo tale da essere mortificate, degradate a rivendicazioni reducistiche, petizioni di principio resistenziale, garanzia di una rendita di posizione o poco più. Perché in nulla riuscivano ad influenzare l’ancora poderosa sinistra “compatibile” la quale, intanto, correva sempre più tranquilla verso la propria deriva moderata. Né si tentava in maniera significativa di fermarla, e non per caso. Esistono esempi, direi, perfino clamorosi. Per cominciare, il primo governo Prodi venne appoggiato da Rifondazione attraverso la formula della desistenza, ovvero senza un impegno diretto dei comunisti nell’esecutivo: sarebbe stato davvero così rischioso rinunciare alla nicchia oramai conquistata per cimentarsi nel concreto governo dei processi? Allora sì, a quanto pare, anche se qualche anno dopo, in una situazione ben peggiore, si sarebbe deciso il contrario. Ad ogni buon conto, quel governo venne poi fatto cadere su una questione che certamente non era la più urgente fra quelle poste sul tavolo: perché fare le barricate sulle trentacinque ore (misura tutt’altro che rivoluzionaria, peraltro, a meno che non si voglia dire che la Francia in quegli anni fosse governata dai bolscevichi) dopo che Rifondazione aveva votato una legge finanziaria a dir poco antipopolare, ed il famigerato pacchetto Treu? Forse quella questione acquistava un carattere irrinunciabile perché veniva artificiosamente gonfiata quasi fosse un nodo caratterizzante dello stesso profilo identitario del Partito; cioè, in breve: dimostrato che la non volontà di sporcarsi le mani per tentare realmente di condizionare a sinistra Prodi conduceva senza dubbio all’accettazione prona di misure antisociali, la soluzione prescelta per uscire dall’impasse fu ancora una volta restare nella gabbia, dopo avere ingoiato, a quel punto inutilmente, una buona dose di amarissimo fiele, e ance a costo dell’ennesima scissione.
Giungiamo però al secondo governo Prodi: nessuna desistenza, ma per la Sinistra cosiddetta radicale riuscita ancora peggiore. Sarà irrilevante il fatto che, ancora una volta, Rifondazione abbia rinunciato ad avere una presenza più significativa nel governo in cambio di un ruolo di grande prestigio istituzionale (per Bertinotti più che per il Partito) e di scarsissima efficacia politica? Io non credo, ma certamente ci sono anche altre osservazioni da fare.
Dopo avere provocato la caduta del primo Prodi, favorendo così un ulteriore spostamento al centro dei successivi governi D’Alema e Amato, Bertinotti celebrò quella rottura come il vero atto (ri)fondativo di un percorso politico da svolgersi sotto la rossa bandiera anche se, scrollato via oramai lo zoccolo più duro dei nostalgici, tentava di abbandonare l’opzione culturale della rifondazione comunista per cercare riferimenti diversi, reducistici e resistenziali ma più congeniali al suo istinto disfattista, approdando così ad un modello radicale/alternativo che, nel momento in cui lui vi giungeva, già mostrava i segni di un chiaro declino in tutta Europa, e assemblando malamente propensione movimentista, retorica radicalista, ragioni nonviolente e vagiti anticapitalistici, per poi scontentare più o meno tutti i referenti sociali che lui stesso s’era scelti, i quali non decreteranno mai la crescita prepotente del Partito che, sempre lui, s’aspettava e preconizzava. E proprio nel momento in cui, esaurite le prospettive antagoniste su cui aveva trascinato con grande sicumera i suoi militanti, Rifondazione avrebbe potuto imboccare finalmente la via di un confronto costruttivo con la Quercia (ove entrambi gli interlocutori, abbandonando le rispettive rendite di posizione, potessero rappresentarsi quali facce dell’unica opzione possibile, quella della costruzione di una Sinistra riformista forte e radicata nella società), ecco che di nuovo si scelse la strada dell’affermazione testimoniale di sé come unica possibilità di fuoriuscita dalla crisi, la petizione di principio che vale in sé, anche se destinata alla sconfitta. Rifondazione, in solitario e senza neppure avviare un dialogo preliminare con la Cgil, buttava se stessa e i lavoratori italiani nell’avventura referendaria sull’estensione dell’articolo 18: una battaglia che, così impostata e fatta, non aveva nessuna possibilità di riuscita. La maggioranza dei Democratici di Sinistra si schierava per l’astensione, Cofferati esprimeva tutte le sue pesantissime perplessità. In sostanza, la speranza di dialogo veniva ancora una volta apposta trasformata in frattura, e la sconfitta fu a dir poco clamorosa.
Eppure, il giorno dopo, Bertinotti sulle colonne di Liberazione annunciava che la fase era mutata e con un repentino dietrofront, compagni! decretava che il centro-sinistra era finalmente pronto ad accogliere nel suo seno istanze socialmente avanzate. Quelli che il giorno prima erano stati avversi alla difesa dei diritti dei lavoratori, nel volgere di ventiquattro ore ridiventavano compagni di lotta, sulle macerie di un disastro. Impossibile trovare una strisciolina di coerenza in tutto ciò, ma facile capire che la “sinistra rivoluzionaria/antagonista” era approdata all’ultima spiaggia. E' così che è nata l’alleanza fra Rifondazione ed il centrosinistra che ha riportato Prodi al governo. Dove i cosiddetti “radicali”, nonostante il dire ed il fare del loro principale leader, erano ormai privi di un’opzione culturalmente forte, prigionieri di una convivenza costretta e di una percentuale
elettorale che non avrebbero avuto se quella convivenza non si fosse volenti o nolenti realizzata. E, soprattutto, senza più nulla di valido da dire perché, consumato lo schemino falso ma comodo delle due sinistre (una di governo e una statutariamente d’opposizione), tutte le contraddizioni esplodono d’un colpo. E quella gabbia pseudorivoluzionaria tanto ben fortificata non sa e non può più accogliere una ipotesi riformista forte e flessibile tanto da potersi adattare alle situazioni vive dei vivi processi di direzione politica del paese.
Così, la presenza di quest’area nel governo Prodi si è consumata fra sporadici sussulti rivendicativi (leggasi piazza versus palazzo, stando dall’una e dall’altra parte) e una sostanziale ininfluenza. Perfino in un Senato in cui un solo voto di scarto avrebbe fatto la differenza. Prigionieri della riserva così testardamente costruita. (1-segue)
Illustrazioni di L. Simeoni (www.luigisimeoni.it)
Comunicazione svolta alla prima Conferenza d'Organizzazione del Sindacadu de Sa Natzione Sarda riguardo agli intenti ed ai principi ispiratori dell'Ufficio Studi del Sindacato
Care compagne e compagni,
anch’io voglio in primo luogo esprimere la mia soddisfazione per l’occasione di dibattito che oggi ci viene data. Ogni svolta positiva nelle lotte dei lavoratori e degli oppressi è una sfida che deve essere accolta con responsabilità ed entusiasmo se apre, come credo sia nel nostro caso, una strada di progresso nella conquista di nuovi e più saldi diritti, un avanzamento delle rivendicazioni di giustizia sociale e identitaria del nostro popolo. La Sardegna – la patria – che oggi si stende davanti ai nostri occhi, geme per le contraddizioni proprie e, di più, per quelle che le sono state imposte dall’esterno o, per dir così, dall’alto, in un crescendo di arroganti e devastanti scelte compiute per noi e sulle nostre teste, in nome di interessi diversi ed opposti rispetto ai nostri, di catene sempre più pesanti e difficili da spezzare. E che pure devono finalmente essere spezzate: è questo l’arduo obiettivo che oggi si pone, fra gli altri, anche il nostro Sindacato, nel giorno in cui si presenta ai Sardi quale strumento per la loro emancipazione nazionale e sociale, ed è un fatto importante che, nel prefiggersi questo alto fine, esso voglia investire una parte consistente delle proprie energie nell’attività di studio e di ricerca, nella diffusione delle idee e nell’apertura di un dibattito culturale ampio come quello che intendiamo portare avanti attraverso il nostro Ufficio Studi.
E’ importante perché indica la precisa volontà di non confinare il nostro lavoro ad un groviglio di vertenze singole e isolate, fondamentali, certo, ma sempre e comunque parziali: se fosse questo il solo campo nel quale mirassimo a muoverci, finiremmo con l’essere una delle tante sigle che si ammantano delle parole d’ordine del lavoro e dell’equità per nascondere i consueti opportunismi, saremmo l’ennesima rotella nell’ingranaggio perverso dello sfruttamento. Noi invece miriamo a radicare fra i lavoratori sardi un intero nuovo modo di guardare al mondo, un progetto di società innervato di idee forti che contribuiscano a fare di noi il soggetto attivo e operante della nostra storia. Di noi come popolo che lavora, che pensa e che desidera. Noi non concepiamo il lavoratore come un semplice anello della catena produttiva, ma come persona capace di trovare in sé stessa le ragioni profonde della propria liberazione dalla schiavitù del profitto, né guardiamo alla nazione sarda come ad un mero contenitore di risorse da sfruttare, bensì come ad una terra che tutta ci appartiene, che ha determinato e determina i nostri destini di popolo e sulla quale costruire un sistema di convivenza del tutto nuovo. Partendo dai problemi immediati che ci si pongono davanti, ma con lo sguardo sempre fisso ad un orizzonte di radicale, complessivo cambiamento: per questo la battaglia delle idee non è slegata da quella per il singolo posto di lavoro, ed anzi ne è parte integrante e fondante. E per questo l’attività dell’Ufficio Studi non sarà separata da quella del Sindacato, né collaterale o autonoma, ma ne costituirà una parte a tutti gli effetti, andrà a collocarsi nel vivo e nel cuore del nostro impegno di lotta, poiché non conosciamo altro modo di essere sindacato che non sia quello che mira alla liberazione integrale dell’essere umano, del nostro popolo, che passa attraverso la comprensione globale e profonda, che ogni lavoratore deve acquisire, dei nostri problemi e dei nostri progetti, perché per noi il movimento dei lavoratori ha senso solo se diventa una comunità progettante, oltre gli steccati degli interessi immediati o particolari.
Abbiamo scelto di dedicare l’Ufficio Studi a Nino Gramsci, autentico esempio di rigore di analisi e di passione militante, perché così amiamo ricordarlo, con il diminutivo con cui lo conoscevano quelli di casa, nella sua e nostra Sardegna, perché anche noi lo sentiamo ancora, a settant’anni dalla sua drammatica scomparsa, come uno dei nostri, in quanto sardo, è ovvio, e in quanto capo della classe operaia, indefesso combattente sul fronte dei lavoratori. E non si tratta di una menzione puramente celebrativa: Gramsci, più di ogni altro, ci ha insegnato con le parole e con l’esempio, che non dobbiamo essere individui che vedono i grandi rivolgimenti della storia come meccanismi trascendenti azionati da chissà quale forza metafisica o provvidenziale, che non ce ne dobbiamo stare assiepati nel gran loggione del mondo a fischiare o applaudire una rappresentazione che si trascina avanti secondo logiche sue proprie, chiuse e sondabili soltanto a conti fatti, quando il sipario è ormai calato e ciascuno se ne torna a casa. Più di ogni altro, Gramsci ci ha insegnato che è possibile entrarci, in quella scena, per cambiarne le regole e le storture, che la storia non si muove per l’influsso dei corpi celesti, ma grazie alla forza delle nostre braccia e del nostro ingegno. Che quando capiremo che la peggiore maledizione è proprio quella di volere e sapere essere soltanto spettatori, allora sì che avremo compiuto un grande balzo in avanti.
Riguardo alla battaglia culturale del movimento dei lavoratori, egli scriveva: “Male sarebbe se il movimento operaio diventasse campo di preda per la sufficienza di male accorti pedagoghi, se esso perdesse il suo carattere di appassionata milizia per assumere quelli di studio oggettivo e di cultura disinteressata. Siamo una organizzazione di lotta, e nelle nostre file si studia per accrescere, per affinare le capacità di lotta dei singoli e di tutta la organizzazione, per comprendere meglio quali sono le posizioni del nemico e le nostre, per poter meglio adeguare ad esse la nostra azione di ogni giorno. Studio e cultura non sono per noi altro che coscienza teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come potremo riuscire a tradurli in atto”. Io credo che queste parole possano essere assunte oggi, da noi e dal nostro Ufficio Studi, come vero manifesto d’ideali e d’intenti. Lo studio e la cultura debbono creare la lotta, perfezionarla e sostenerla, e nella lotta soltanto può emergere una cultura nuova.
L’obiettivo che più volte ci siamo proposti – quello di risardizzare la cultura e la vita della Sardegna – è molto complicato, dobbiamo ammetterlo, perché le fonti del sapere e dell’immaginario dei Sardi sono state, purtroppo efficacemente, omologate a quelle di una perversa modernità che per noi, più che per altri, si traduce in dominio e in colonizzazione, dove essere colonizzati significa essere espropriati dei nostri saperi, prima ancora che delle nostre risorse. E a questa, che è la più infame delle rapine, si sono prestati la più parte dei nostri intellettuali, che hanno riprodotto per noi una gabbia mentale e culturale per la quale abbiamo perduto la capacità di pensarci con i nostri pensieri e di chiamarci con le nostre parole. L’avere relegato la lingua sarda ai margini della capacità di comunicazione e di relazione dei Sardi ha comportato la perdita di un immenso patrimonio che forse non avremo mai indietro in tutta la sua ricchezza, ha stravolto la nostra autonoma capacità di pensarci nel mondo, ha disorientato il nostro originale modo di vivere, perché ogni idea passa attraverso le parole, e non tutte le parole possono essere tradotte da una lingua in un’altra. Anzi, è proprio quel margine intraducibile, che determina l’essere sardo e non una qualunque altra cosa, che è stato fatto diventare una presenza latente, avvertita dall’istinto ma non mai pienamente conosciuta dalla ragione. Queste sono le prime sbarre da abbattere, e tuttavia, anche la questione della lingua, su cui l’Ufficio Studi si propone prioritariamente di dibattere ed elaborare, non può essere affrontata nella maniera in cui la affrontano oggi le massime istituzioni sarde ed europee. Non basta che la lingua sarda venga riconosciuta come minorità da tutelare o come strumento burocratico, che la sua codificazione passi attraverso l’arbitrio di esperti, talvolta illuminati e talvolta no, se essa non diviene il mezzo del quotidiano, se non si adatta alle nuove frontiere della comunicazione, se non si stabilisce su un processo storico che la renda ancora viva ed efficace nel sentire collettivo, ciò che in nessun laboratorio linguistico potrà mai avvenire.
E così, lo stesso discorso valga per la nostra storia e per ogni altro aspetto della nostra vita materiale, morale, intellettuale. Troppo spesso, nel cercare l’identità di cui siamo stati in gran parte espropriati, abbiamo la tentazione di volgerci verso il mito più che alla realtà, di inseguire un perduto Eden, un’età dell’oro che spesso è prodotto più d’immaginazione che d’altro. Certo, anche questa è una parte importante della nostra ricerca, ed è un sintomo che molto di vivo arde ancora sotto le ceneri, ma non è e non può essere l’unico orizzonte, né la prima fonte della riappropriazione di noi stessi. Le radici servono a far germogliare qualcosa di vivo e di nuovo, altrimenti sono destinate a marcire. La Sardegna deve smettere di essere solo un luogo dell’immaginario, deve liberarsi dello stereotipo entro cui la mantengono ancora scrittori e studiosi, i quali confezionano una terra che non esiste né è mai esistita, ad uso e consumo delle schiere di utenti italiani ed europei, così come loro vogliono che gliela si presenti, dove pare che l’unica nostra cifra sia quella di essere fieramente arretrati, orgogliosamente tagliati fuori dal mondo e dalla storia. Deve uscire dal mito per divenire il luogo della realtà, del conflitto, della contraddizione reale e della sua reale soluzione: solo in questo modo ogni nuova acquisizione, anche storica, linguistica o letteraria potrà divenire una base su cui fondarsi per legittimarsi come popolo davanti a sé e agli altri, se si mantiene non come reperto, ma viva e presente nella materialità dei fatti e delle sfide che l’essere parte del mondo c’impone.
Per questo, l’attività dell’Ufficio Studi acquisisce come priorità di elaborazione e d’intervento l’analisi dei rapporti di produzione e di lavoro nell’Isola, i saperi della terra e del lavoro negli scenari globalizzati, le fonti e le strutture della trasmissione culturale a partire dalla Scuola e dalle Università, i meccanismi attraverso cui si perpetra l’egemonia di culture altre, le possibili prospettive di sviluppo autonomo e autodeterminato nel rispetto delle comunità e del territorio. Io credo che su questioni simili oggi si giochi non soltanto la partita del nostro sviluppo materiale, ma anche quella della nostra emancipazione culturale, della rinnovata scoperta di un’identità forte che ci consente di agire da sardi e da protagonisti. Partiamo, certo, da quello che eravamo, ma per giungere a ciò che possiamo e dobbiamo essere nel duro, spietato giro di boa del nuovo millennio, nelle concrete e determinate situazioni storiche che non si ripetono mai eguali a sé stesse. La nostra identità, la nostra cultura, togliamole fuori dai musei, sui cui scaffali rischiano d’impolverarsi, e passiamole alla prova del nostro presente, ingrato, certo, ma non ancora definitivo.
Quale sia la natura del secondo conflitto iracheno e quali effetti questo evento vada producendo nell’immaginario antagonista.
In tempi di discussioni sulla proroga o meno dell'occupazione in Iraq (vedi appello qui sotto e, possibilmente, firmalo!), non mi sembra futile riportare il testo di una mia comunicazione politica di qualche anno fa, quando si era alle porte di questa sporca guerra e milioni di manifestanti nel mondo tentavano di impedirla. Uscì, in quei mesi, un volume di Sandro Valentini ("Guerra americana e lotta per il socialismo", ed. Città del Sole) di cui il testo che in parte riporto divenne l'introduzione. A rileggerlo ora, non sembra poi così vecchio, purtroppo.
Descrivere la natura e valutare precisamente la portata dell’offensiva militare americana in seguito agli attentati del settembre 2001 è compito che presenta fino da principio una grossa difficoltà: stiamo ragionando di una situazione da cui oggi deriva una “guerra profondamente diversa dalle precedenti”, e cioè un conflitto che si fonda su equilibri che non possono essere letti attraverso i criteri più largamente utilizzati dal secondo dopoguerra ad oggi per interpretare le tensioni internazionali. Ed è un conflitto che neppure può essere assimilato ai vari interventi militari che hanno contrassegnato l’iniziativa americana dopo il 1989.
Ciononostante, viene di continuo e da più parti riproposta una chiave interpretativa delle vicende attuali pericolosamente vicina a quella in base alla quale, almeno in parte, è stato possibile codificare politicamente la “guerra fredda” dell’ultima metà del Novecento. Certo, non ci si stupisce che gli innumerevoli sostenitori del sistema egemone, dopo avere felicemente chiuso i conti con il socialismo – troppo presto in verità, come credo la storia si incaricherà di dimostrare – riconoscano adesso un nuovo spettro che s’aggira a minaccia delle conquiste gloriose del glorioso Occidente: nota in proposito Valentini che l’espressione “guerra al terrorismo”, adoperata abitualmente da G. Bush, contribuisce a creare nell’immaginario fortemente limitato dell’americano medio “un perfetto surrogato di ciò che un tempo rappresentava l’Unione Sovietica, il vecchio «impero del male»”. Stessa fraseologia, dunque, stesso armamentario retorico e medesimi pretesti propagandistici, sebbene questa sia un’associazione del tutto fuorviante per diverse ragioni: ad esempio, perché il blocco sovietico costituiva un’entità territorialmente e statualmente definita, laddove invece le reti terroristiche si diramano ovunque e senza rispetto alcuno dei confini nazionali (non a caso si tenta maldestramente di accreditare l’idea che questo fenomeno così complesso e pervasivo possa essere sconfitto con l’attacco ad una ben precisa serie di Stati, ad un’area geograficamente limitata!).
Si tratta semplicemente di uno fra i molteplici tentativi di inquinamento ideologico che oggi lo “establishment” statunitense apertamente incoraggia, ma è significativo il fatto che, nella misura in cui si propone di assimilare la recente crociata antiterroristica a logiche non più applicabili e purtuttavia profondamente penetrate nelle coscienze e nell’immaginario in seguito alla lunga fase dei “blocchi contrapposti”, si riesce ad aprire contraddizioni ancora lontane dal risolversi nel grande e composito fronte per la pace.
Il sistema scaturito dall’Ottobre bolscevico incarnava – è necessario ribadirlo con forza – la radicale negazione dei valori fondanti dello sviluppo occidentale e la reale speranza di un’alternativa ad essi: cioè, costituiva, a prescindere dalle diverse valutazioni nel merito, un ordine economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente diverso ed opposto a quello borghese. Questa, non altra, era la sostanza della cosiddetta “guerra fredda”: opposizione di un sistema imperialista a un sistema non basato sulla cosiddetta economia di mercato. Ora, riproporre oggi questo schema riesce utile a giustificare l’idea che sia in atto uno scontro fra paradigmi politici e culturali (e di qui, il passo verso lo scontro di civiltà non è scontato ma è comunque breve).
E in verità, da un lato, l’idea di una “controparte” capace di sfidare in forme tanto eclatanti la soverchiante arroganza americana richiama, quasi istintivamente, alla memoria di molti militanti aspettative che soltanto il campo socialista – ma in maniera assai diversa – era riuscito a suscitare e, quindi, genera una sopravvalutazione di quanto è avvenuto in funzione antiamericana e forse, in qualche caso, la tentazione di mitizzare la figura del terrorista con il rischio di rimanere invischiati nella trappola mediatica del “o con gli Stati Uniti o con il regime talebano (o iracheno, e via dicendo)”.
D’altro lato, però, proporre il solito criterio per individuare ragioni e torti, fondandosi sull’antagonismo fra democrazia ed assolutismo – spauracchio spesso agitato anche contro l’Unione Sovietica, che scopre un problema reale ma solo per mistificare la sostanza politica del conflitto accreditando, oltretutto, un modello di democrazia profondamente discutibile, ovvero il nostro – crea notevoli problemi al grande movimento pacifista che comincia ad elaborare proposte alternative ma rimane in parte impigliato nella trama delle sovrastrutture borghesi. Che è ancora influenzato da quell’astratto universalismo che lo fa cadere, per altro verso, nell’aut-aut caro alla propaganda bellicista, come prova, ad esempio, anche il né-né espresso da molti esponenti dell’antagonismo di sinistra in occasione dei recenti fatti cubani – modulo che non fa che riprodurre, sia pure in forma negativa, esattamente quella logica.
Finché si rimane ancorati all’idea secondo cui oggi si fronteggerebbero due diversi modi di concepire la storia e la politica, si rinuncia a comprendere l’autentico carattere degli eventi che si stanno dispiegando: scriveva S. Cararo, all’indomani degli attentati di New York e Washington, che una “diversa percezione delle contraddizioni del mondo reale è rimbalzata e si è evidenziata anche nelle riunioni, nei documenti, nelle sensazioni e nella crisi del composito «popolo di Seattle» o movimento dei movimenti […] Sono circolati luoghi comuni sul fondamentalismo i-slamico, distinguo sempre più profondi e un disagio diffuso a collocare la propria opposizione al modello capitalista e all’imperialismo […] In alcuni casi abbiamo avuto l’impressione di una ri-vendicazione estrema della propria appartenenza al modello occidentale come «topos» universale in grado di contenere comunque anche i germi di «un altro mondo possibile»”. Da allora, certamente molta strada è stata percorsa ed oggi un immenso movimento – tanto grande che persino il New York Times l’ha fatto coincidere con l’opinione pubblica mondiale “tout-court” – ha saputo opporre un chiaro rifiuto “senza se e senza ma” al progetto dell’amministrazione Bush. Tuttavia è ancora piuttosto forte, in alcuni settori antagonisti, la tentazione a vedere nella vittoria americana la positività di una liberazione dal tiranno oppressore – sia pure raggiunta a un inaccettabile prezzo – e del prossimo stabilirsi della democrazia, e ad interpretare l’illegittimità di questa guerra come una eccezione che verrà presto sanata da un primato dell’Onu ancora passibile di rinnovarsi.
Il balzo in avanti che si può e si deve compiere (pena il retrocedere su altri fronti di stringente attualità, come quello della piena solidarietà al popolo palestinese, che farà presto riemergere quei nodi) consiste, insomma, nel passare da un rifiuto della guerra supportato da motivazioni morali, di principio e finanche dal giusto ripudio delle logiche neoliberiste, ad un rifiuto della guerra fondato sulla necessità di un’alternativa di sistema. Ecco, infatti, la vera sostanza di questo conflitto: non più un sistema imperialistico che entra in conflitto con un altrettanto poderoso blocco antimperialista e realmente alternativo, ma un blocco imperialistico che aggredisce – economicamente e poi militarmente – una zona del pianeta politicamente isolata e debole di cui esso stesso ha contribuito a forgiare la fisionomia, e la aggredisce nel momento in cui il pericolo di consolidamento di altre entità politiche e di altri blocchi imperialistici minaccia gli equilibri attuali nello scacchiere internazionale. Uno scontro tutto interno al sistema egemone e comunque funzionale al suo mantenimento: Saddam Hussein, dopo essere stato appoggiato e armato dal “faro delle libertà occidentali” nella sanguinosa guerra con l’Iran, è divenuto pericoloso nel momento in cui ha mostrato di volere favorire il progetto di consolidamento di un nuovo blocco imperialistico – antagonista, certo, ma non alternativo alla potenza statunitense – in Europa (progetto che, peraltro, vedrebbe nel Medio Oriente uno sbocco quasi naturale, dato che quella regione gravita ormai nell’area valutaria dell’euro e che fitti sono i rapporti diplomatici fra i paesi del Golfo persico e quelli dell’Unione Europea, interessata a fare in modo che le proprie multinazionali non vengano rimpiazzate da quelle americane nella gestione delle risorse di quell’importante zona del pianeta).
Analogo ragionamento si potrebbe condurre per i talebani dell’Afghanistan, forgiati nella guerra contro l’Unione Sovietica – anche quella era una “jiahd”, non dimentichiamolo, ma benvista e sostenuta dalla Casa Bianca – allorché l’«intelligence» statunitense creò e finanziò una rete di combattenti islamici i quali, dopo la ritirata sovietica dell’Ottantanove, si sarebbero rivoltati contro chi li aveva armati e foraggiati, rivelando i terrificanti effetti di quel “fanatismo senza radici” indotto dall’Occidente democratico che ormai, dal loro punto di vista, si configurava come il “Grande Satana” da combattere e distruggere (che dire poi dello stesso Osama Bin Laden, emergente figura del collaborazionismo afghano con la Cia nell’ultima fase della “guerra fredda”?): e, guarda caso, anche quel regime divenne odioso ed oscurantista in seguito al venir meno di precisi accordi sulla costruzione del famoso oleodotto che costituiva certamente il principale argomento all’ordine del giorno nel misterioso incontro che il mullah Omar ebbe con alti esponenti della Cia pochi mesi prima del settembre 2001. Sarebbe fin troppo banale ribadire che oggi l’imperialismo occidentale si scaglia contro dei mostri che esso stesso ha generati, se non fosse che questi vengono additati e percepiti, in
una qualche misura, dall’opinione pubblica come estranei a questo sistema, mentre invece ne sono le pedine – anche consapevoli, almeno nelle alte sfere del potere politico – oggi soltanto meno docili di ieri.
E ciò deve essere notato non per mero vezzo dietrologico, ma perché il problema continuerà ad essere all’ordine del giorno (basti pensare che attualmente gli Stati Uniti, mentre s’impegnano a debellare il pericolo terrorista di matrice islamica, sostengono gli integralisti islamici del Tagikistan contro il governo di Rakmonov, accusato di essere eccessivamente spostato a “sinistra”) almeno finché non si riuscirà a realizzare che il paradigma pseudodemocratico di cui gli occidentali si fregiano (anche fra i progressisti e gli antagonisti) in realtà, oltre a difettare fino a raggiungere in certe fasi punte illiberali, può essere mantenuto soltanto in virtù della sua compatibilità con gli interessi dell’imperialismo dominante e a prezzo della negazione delle libertà di molti altri.
(1- segue)
Nel 1996 usciva Linea Gotica, secondo disco dei CSI, la formazione che, fra incertezze e intuizioni, faticosamente risorgeva dalle ceneri dei CCCP. A chiunque s'interessa alle vicende del rock italiano è capitato d'imbattersi in questo lavoro, quasi come per una necessità. E di restare avvolto fra le sue spire sussurranti la necessità dolorosa di ricavarsi uno spazio di confine, un rifugio alle pendici della Storia, ma sempre e comunque in faccia al Mondo. Una linea gotica. Di questo album, in qualche modo storico, Claudio Fabretti e Michele Spezzaferro hanno scritto:
"Dedicato al mito della Resistenza (in particolare quella italiana durante la Seconda guerra mondiale e quella bosniaca di Sarajevo), il disco presenta una ricerca quasi disperata dell'intimità. Una ricerca di profondità che si evidenzia con la quasi totale rinuncia alle percussioni, con il rallentamento di tutti i tempi, con la scelta di una uniformità timbrica data dalle chitarre appena distorte e dalle tastiere, che fanno da piccolo organo, il tutto a fare da tappeto alle parole di Ferretti e ai vocalizzi di Ginevra di Marco, senza mai cercare variazioni improvvise o aperture potenti. Quasi fosse una lunga preghiera. In alcuni frangenti il disco raggiunge una grande intensità, e questo proprio nei momenti in cui questo lungo mantra si avvolge su se stesso prendendo respiro, ad esempio nell'intrico di archi e chitarre in tempo ternario della splendida "Cupe Vampe" (sull'assedio di Sarajevo) o alla fine del disco ("Irata"), nel moto circolare della frase pasoliniana "ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un'irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande"
Un giudizio che in larga parte condivido. Ma niente può evocare la tensione che circola fra i suoni e le parole di questo "miraggio di una piccola patria" meglio del racconto che ne fa Giovanni Lindo Ferretti, una delle anime che l'hanno sognata. Quella che ha affidato alla musica le parole. Ve lo propongo per intero, qui di seguito.
Linea Gotica è un disco di chitarre elettrificate: anche alle tastiere, al basso, alla voce è prima consigliato, poi imposto, di adeguarsi. A conti fatti è questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono.
Una grande casa colonica in Val d'Orcia e tutto intorno a vista d'occhio grano maturo, milioni di chicchi che si sfiorano, si battono e ribattono, un accompagnamento tenue e sommesso, profondo e potente. Sui crinali, sui colli l'imbrunire evidenzia i paesi: Pienza, San Quirico, Castiglione, Campiglia, Abbadia San Salvatore, Radicofani. In faccia freschi e scuri i boschi dell'Amiata e oltre, per chi sa che c'è, la Maremma. La voglia e la necessità di raccontarci, riflettere, essere catalizzatori e diffusori di energie vitali, cosa possibile alla musica, nel cuore dell'Italia a metà degli anni '90. Senza aver preparato niente, ognuno a suo modo pronto. Ci sono due testi che aspettano però, in qualsiasi direzione si muove la musica sono pronti ad imporsi.
di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema
livida trema
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
s'alzano i roghi al cielo
s'alzano i roghi in cupe vampe
brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l'aiuto degli altri
s'alzano gli occhi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
s'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura
cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l'ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d'ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà
Lo stato delle cose, il punto di partenza, la Jugoslavia. Ancora una volta l'Europa dimostra, più che la propria incapacità, la propria inconsistenza al di là di un sistema di produzione e consumo. produci consuma crepa, cantavamo 10 anni fa irridendo la triade imperante; qualcosa è cambiato e non in meglio da queste parti: si consuma di più, si produce in meno sempre in meno, si crepa molto di più e in malo malissimo modo.
Anni di guerra feroce sulle rive del mare Adriatico, morti, feriti, orrore. Anni di viltà, di disinteresse o di alti interessi, di un qualche tornaconto anche enorme.
L'Europa che vuole contare, quella che fa i conti e con cui bisogna farli, in questo secolo con le leggi razziali e la conseguente distruzione della sua componente ebraica si è macchiata di un abominio che la guerra e la Resistenza hanno potuto farci credere se non perdonato almeno fortemente scontato. La Jugoslavia è qui a ricordarci che non è vero. Da questa eterna cloaca di sangue, spirito, interessi economici sgorga continuamente il nostro peggio e il nostro meglio e non riusciamo a porvi rimedio. Chi non sa farsene una ragione può sempre porre fine ai suoi giorni. Si perderà il peggio e anche il meglio e poi, dove crede di andare?
Lo sguardo pensieroso, stanco di eccessive complessità s'ingrezza, si semplifica, tende al lineare. favoriti i documenti si parte, poco il bagaglio, essenziale:
sogni e sintomi
del bisogno d'essere scaldato, d'essere nutrito
del bisogno nostro di essere consolati
frutto di una innocenza remota
imbastardita
stretta di carne accattivante
nessuno può permettersi rimpianti
nessuno può permettersi rimpianti mai
che i sogni siano sintomi
che i sogni siano segni
sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni
che
parole sussurrate che stanno appiccicate in gola
e possono strozzare meglio soffiarle
parole pronunciate che stanno conficcate in gola
e possono far male meglio lasciarle
parole comandate che stanno conficcate in gola
e possono strozzare meglio sputarle
come un animale che non sa capire
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale che non sa cos'è il dolore
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale che non può capire
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale nel tempo di morire
cerco un posto che non si può trovare
come un animale nel tempo di morire
mi accontento di un posto in cui sostare
come un animale nel tempo di morire
che i sogni siano sintomi che i sogni siano segni
sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni che...
Esce insopprimibile l'attitudine punk che non rinuncia ad attaccare uno stile appena codificato e già insopportabile nel suo revival, quindi rallenta la velocità, abolisce la batteria, canta sottovoce, apre alla psichedelia eppure è punk, determinato dalla consapevolezza del "no future". Il resto è un mucchio di vestiti brutti e scomodi, spazzatura, questo era il suo valore, la sua bellezza. Adesso, 20 anni dopo, con la spazzatura fanno la TV, i giornali, le campagne elettorali e quei vestiti li vendono a caro prezzo, quanto agli atteggiamenti la nostra nuova classe dirigente a parte non saper pogare deve essere uscita da un corso per corrispondenza di Malcolm Mc Laren. Questi sì che trasformano la merda in oro, Alchimisti vergognatevi!
Nella confusione tra sogni e sintomi, punk e moda, media e spazzatura, pogare e pagare.
...e ti vengo a cercare
per ricomporre, a modo nostro, una unità. Una canzone italiana tra le più belle, da un Battiato che ci onora della sua attenzione e della sua simpatia e con la sua voce chiude, d'incanto, questa voglia d'amore, questa necessità. Poi ci sono le chitarre a ripartire a individuare lo spazio di movimento, a decidere il tempo. La voce si lascia risucchiare, le parole poche galleggiano
memoria parla consolante
succedono le età
succedono le età meravigliose
che non c'è età assoluta
altro vi fu e sarà e quanto
e in quale forma
qui la luce si ritrae e l'aria è satura dell'eco di lamenti
scorteccio le parole
aride schegge secche adatte al fuoco
è l'instabilità che ci fa saldi ormai
negli sgretolamenti quotidiani
Problemi molto gravi fra le creature, gravi problemi con il Creatore, innamorati della creazione. Non c'è fantasia possibile che valga un'alba blu, anche se genererà una giornata di merda:
aspetta chi è aspettato
che sia compiuta l'attesa di chi attende
non sono strutturato in modo di poter reggere per molto tempo ancora
sotto la calma apparente
un assordante frastuono
dissonanze chiassose e confuse
armonie affannate sconnesse
leggere increspature agli orli
ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più
alimenare catena implacabile
pause tranquille atte alla digestione
intransigenze mute
rabbiose devozioni
ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più
ho dato al mio dolore la forma di abusate parole
lasciando perdere attese e ritorni
ho aperto gli occhi dall'orlo increspato
ho visto l'alba blu
Ci sono poi le giornate molto particolari che hanno un rapporto speciale con l'alba che le ha generate:
25 aprile 1995 Lemizzone di Correggio R. E.: concerto di Materiale Resistente:
Alba la presero in duemila il 10 ottobre
la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944
anche la disperazione impone dei doveri
e l'infelicità può essere preziosa
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio
geniali dilettanti in selvaggia parata
ragioni personali una questione privata
la facoltà di non sentire
la possibilità di non guardare
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti
luogo della memoria pomeriggio di festa
giovane umanità antica fiera indigesta
cielo padano plumbeo denso incantato incredulo
un canto partigiano al Comandante Diavolo
non temere il proprio tempo è un problema di spazio
non temere il proprio tempo è un problema di spazio
geniali dilettanti in selvaggia parata
ragioni personali una questione privata
la facoltà di non sentire la possibilità di non guardare
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti
la mia piccola patria dietro la Linea gotica
sa scegliersi la parte la mia piccola patria
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti
occorre essere attenti occorre essere attenti
e scegliersi la parte dietro la Linea gotica
Comandante Diavolo Monaco Obbediente
Giovane Staffetta Ribelle Combattente
la mia Piccola Patria dietro la linea gotica
sa scegliersi la parte

Materiale Resistente è ora un CD, un libro, un film, acquisiteli: ognuno fa quello che può nell'arco dei millenni. Mai sentito nominare alcuni dei Nomi di Dio così tanto come in questi ultimi anni. Dalla Jugoslavia al Nord Africa, dal Medio e Vicino Oriente alle Americhe povere e ricche e più si chiama in causa Dio più aumenta il livello del dolore, delle atrocità, della violenza. Come è possibile che "Colui che tergerà ogni lacrima dai loro occhi" li stia facendo annegare nelle lacrime?
Millenni di Patto millenni di Legge millenni d'Osservanza
millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio
millenni di sangue versato a concime
millenni di imperi e regimi millenni di regni di dio
millenni di Parole Sante millenni nel Nome di Dio
che non so dire
Generatore
che pare amare ogni ingiustizia in faccia al sole
troppi tiranni in terra, in cielo
Millenni di Patto millenni di Legge millenni d'Osservanza
millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio
millenni di sangue versato a concime
millenni di imperi e regimi millenni di regni di dio
millenni di Parole Sante millenni nel Nome di Dio
millenni di regni di dio
Millennio del signore, sesto
o secondo che finisce
o secondo che avanza
Urlo da lama
Santa Mattanza
non sono scrupoloso al riguardo di dio
è a nostra immagine e somiglianza
non sono scrupoloso al riguardo di dio
è a nostra immagine e somiglianza
Sia chiaro: ciò non farà di me un anticlericale, di tutte le sette la più sciocca, anche se di questi tempi la meno pericolosa. Non si interrompe questa emozione, anzi giù dall'enormità dei millenni tocca un'ora della giornata e rilancia. Tutti quelli che, bambini, sono cresciuti sotto lo sguardo di Dio, respirando la religione domestica e parrocchiale sanno, se vorranno ascoltarla, di cosa si suona si canta. Sono le braccia calde contro il gelo del firmamento che, nell'adolescenza, minano da sempre la credibilità della nostra morale religiosa conciliante con tutto, con il potere in maniera addirittura scandalosa, ma non con il nostro corpo, come se l'essere carne e sangue e nervi possa essere ridotto a una casualità insignificante e futile e da reprimere, disprezzare, avvilire.
Tutti gli altri dovrebbero vedere "Maciste all'inferno" perché questa è la rielaborazione di una parte didascalica di quella colonna sonora che occasionalmente eseguiamo in giro
Eccola l'ora delle tentazioni
è questa l'ora delle tentanzioni
il vento il fuoco una porta che sbatte
pensieri parole
posso tutto ciò che voglio
voglio tutto ciò che posso
rosa è una rosa una rosa è una rosa
mistica rosa rosa carnosa
sfiorisci bel fiore
ORO oro e piaceri e paradisi mussulmani
La Casa La Chiesa a Modo e per Bene
la casa la chiesa a modo e per bene campana che suona
la notte che viene cattolico decoro cattolico decoro
cattolico decoro cattolico decoro la luce si spegne
scaldano le braccia del peccato scaldano il freddo
del firmamento che è fredda la notte
è fredda la notte
Le chitarre, ovvio, si infilano anche qui. Luogo inadatto, consono a voce e pianoforte; brevi accenni di violino compaiono seducenti come un jingle pubblicitario appena l'atmosfera si apre e restano lì come leggero disturbo pronte a trasformarsi in pseudo zampogne cornamuse pur di ribadire la propria necessità. Hanno ragione.
Sempre più spesso penso pensieri che non mi piacciono e la mia confusione si amplifica in quella di chi mi sta vicino. Della inadeguatezza di questo debole pensiero, debolissimo, più capace di capire un Etrusco aspettando l'imbrunire in una pozza calda della val d'Orcia che di capire, pur dandosi da fare, i propri contemporanei. Coltivo allora il mio lato animale. Dopo migliaia di anni di mutuo rapporto, è possibile avere dagli animali addomesticati informazioni sostanziali sull'uomo?
Vi racconterò una storiella, quasi due.

-è croata, dall'oriente, al levar del sole-
era la prima volta che, bambino, vedevo una cavallina grigia; gli altri cavalli che conoscevo, bai o morelli, erano Bardigiani o Maremmani. Croati o Furlani (friulani), così i vecchi montanari delle mie parti chiamavano dei cavalli grigi o roani, cavalli adatti alle mulattiere alla vita di montagna. Di loro non ho più sentito parlare fino a quest'estate. Una piccola notizia, due righe in un articolo, si raccontano nuove strane leggende.
"sul fronte dell'assedio a Sarajevo un piccolo gruppo di cavalli croati requisiti dai militari si è suicidato gettandosi in un burrone". Questa non è una leggenda, credetemi, è un insegnamento, sicuramente adatto a pochi, ma quei pochi potranno farne tesoro.
Tancredi è un giovane cavallaccio, nato in casa e ben allevato, sempre rotto e rovinato ovunque per troppa energia che non sa ancora controllare. Io l'allevo, semibrado, lui allevia le mie tristezze e mi insegna lo sguardo animale, che ha l'anima ma non puù approfittarne, sul mondo. Lo sguardo lineare di chi può solo subire il verificarsi degli avvenimenti storici e li subisce avendo a disposizione per sopravvivere un codice genetico che, date certe condizioni di vita, può diventare coscienza individuale, ma senza poterne trarre profitto.
io e Tancredi
somiglia il mio vedere all'occhio dei cavalli
cieco da distorsione nell'immediato fronte
fondo e pungente ai lati in connessioni ardite
preda dello sgomento
facile allo spavento
ma docile e tranquillo e temerario e ardito
al giusto carezzevole necessario contatto
ricorda questo incedere il passo dei cavalli
pesante e travogente leggero e titubante
e testardo e ribelle paziente e strafottente
capace di volare e pronto a incespicare
ma docile e tranquillo e temerario e ardito
al giusto carezzevole necessario contatto
e testardo e ribelle paziente e strafottente
disposto a stramazzare se l'occasione vale
A volte è difficile sapere se sono io o è lui a pensare certi pensieri, a volte, è sicuro, è un'entità che ci contempla entrambi. Chi pensa chi? Risposta non c'è o forse chi lo sa... l'atmosfera è psichedelica, d'altra parte ai privilegiati del mondo cosa resta da fare se non allargare l'area della coscienza?
-ma non hai un po' di coscienza?- ce l'hanno anche le chitarre che, quasi da sole, si cantano anche un pezzetto di Pasolini citato a memoria
l'incombere umorale degli affetti del sangue
l'incombere umorale delle idee delle istanze
l'insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé
non tornerò mai dov'ero già
non tornerò mai a prima mai
l'incombere umorale delle idee delle istanze
l'incombere umorale degli affetti del sangue
potessi dirti quello che nemmeno posso scriverti esiterei
nel farlo
oggi è domenica domani si muore
oggi mi vesto di seta e candore
oggi è domenica domani si muore
oggi mi vesto di rosso e d'amore
...ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande......
Pasolini è una buona compagnia per finire. Così fuori luogo e così parte in causa. Per come va il nostro mondo tutti quelli che denunciano il degrado umano contribuiscono, malgrado loro, ad aumentarlo, e questo "malgrado" è tutto ciò che resta alla nostra buona coscienza.
buon anno, ragazzi.
Giovanni Lindo Ferretti