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giovedì, 05 giugno 2008

proposte decrescenti

Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

descrescita3

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito

per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure decrescitacomplete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".descrescita3

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categorie: politica, comunismo, globalizzazione, sinistra, apocalisse, modernità, mondezza
domenica, 04 maggio 2008

nessuna garanzia per nessuno?

Proseguo idealmente il post che precede e dal profondo nord mi estendo alla capitale ladrona per scendere fino al dito mignolo e annessi: si è compreso che per ogni dove, in Italia, vince chi propone il pugno duro e il filo spinato contro presunti nemici, ben categorizzati ed assemblati a seconda delle opportunità. Si è compreso non da oggi, in verità, ma dopo le catastrofi nucleari del dopo-voto, l'urgenza di avanzare (per i vincitori) e di ricuperare terreno (per i vinti) in questo campo diventa un'esigenza fisiologica. Frequente e regolare come quella di dare acqua al pianeta. Il nodo dell'insicurezza fisica dei cittadini, da questione alla moda nelle campagne elettorali, va diventando un'acquisizione culturale bipartisan e sempre più metabolizzata.Vediamo in che modo. schiavitù3Se la destra vince le elezioni giocandole sulla paura degli Italiani, sul diffuso senso di sfiducia nella giustizia come antidoto alla violenza e sull'ancor più diffusa sindrome della vulnerabilità, e se la Lega Nord, battendo su questo stesso tamburo, esce trionfatrice dalle urne pur dopo un'impasse non breve e non di piccole dimensioni, e se ancora Alemanno conquista, contro pur ragionevoli dubbi, un Campidoglio che per lunghi anni è stato feudo dello schieramento opposto, rimontando nel volgere di sette giorni senza apparentamenti sull'onda di un sanguinoso (e poco chiaro) fatto di cronaca... Se tutto ciò accade ci sono delle ragioni. E siccome è accaduto, converrà pensarci seriamente.

Esiste una strategia mediatica, senza dubbio. Il risuonare, di notiziario in notiziario, di narrazioni che tendono a dare del nostro Paese un'immagine fosca è costante da parecchio tempo e condiziona la percezione della realtà in un modo così pervasivo da non poter essere sottovalutato. Ma - dobbiamo essere sinceri con noi stessi - non è tutto. Esiste anche un dato reale, che moltissimi cittadini sentono affondarsi addosso e sempre più in profondità. E' reale il coprifuoco metropolitano e lo è altrettanto la deriva violenta dei piccoli centri. Ciascuna di queste situazioni con la propria specificità (chi la nega?), ma tutte concorrenti alla transizione verso un clima di isterismo sociale che, andando avanti di questo passo, diventerà incontrollabile. Cioè: i mezzi di comunicazione lo esasperano di certo, ma il problema esiste. Non c'è una divaricazione così evidente fra la rappresentazione collettiva (ben suggestionata) e quella individuale del livello di garanzia del cittadino rispetto alla sua propria incolumità fisica.
L'inganno è da cercarsi altrove, semmai. Ovvero:

1)  L'insicurezza del cittadino è un'ombra che si estende lungo l'intero orizzonte della sua esistenza: lavoro, famiglia, reddito, tempo e infine vita, di modo che la questione su cui ragioniamo è l'atto finale di un processo capillare, onnicomprensivo. Nella società del mordi e fuggi, dove l'attimo prevale sul lungo termine e il presente è l'unica forma di temporalità consentita, non c'è posto per la prospettiva, e la violenza si declina in tutte le sue sfumature spiegando una potenza disgregatrice dell'esistenza che arriva a riassumere la morte nella dimensione della normalità. Questo vale per i lavoratori che rischiano nelle fabbriche, per i cittadini che rischiano nel mangiare i prodotti di terre contaminate, per i tifosi che rischiano allo stadio, per i genitori che rischiano in casa con i loro figli e viceversa, per i passanti che rischiano in un viale metropolitano dopo il tramonto. Per l'umanità tutta che rischia di finire sommersa in un cataclisma di proporzioni globali causato non dai fondamentalisti islamici ma da un'altra specie di terroristi, non meno pericolosa. E' quindi un inganno (ideologico) porre la questione della sicurezza isolando e universalizzando una sola delle sue molteplici fattispecie, e oltretutto farlo per coprire tutte le altre. Oggi, da destra come da sinistra, il problema - che, come ripeto, esiste - non viene presentato attraverso la ricerca delle sue cause, ma solo attraverso la constatazione delle sue conseguenze. Infatti, quando i colpevoli (più che le cause) vengono individuati, essi sono capri espiatori temporanei: gli extracomunitari, i clandestini, i sovversivi, i malati mentali, talora i magistrati (su cui vorrò tornare). E poiché ciascuna di queste categorie non riesce comunque a sostenere in maniera credibile l'intero peso di un fenomeno tanto complesso e diversificato, allora entra in gioco la subdola direzione dei media, chiamati a dare risalto a taluni fatti piuttosto che ad altri (ricordiamo le vicende relative ai rumeni, di cui qui si è già parlato - vedi i post della serie Irata e Pogrom?). Almeno finché è utile. Ora, non voglio banalizzare né generalizzare a mia volta: è ovvio che questa considerazione avrebbe bisogno di essere argomentata in maniera più puntuale, ma adesso basti avere ipotizzato un nesso che, se si guarda con attenzione, così ipotetico, a mio avviso, non sembra...

2) Il punto è che con questi (giustissimi e sacrosanti) argomenti non si va lontano nella ricerca di consensi, e l'esperienza elettorale più recente lo dimostra. Mi si perdoni la leggera deviazione, ma proprio questo pomeriggio sottoguardavo nel dormiveglia del dopopranzo l'osceno talk-show domenicale condotto dall'allucinante Giletti, dedicato guardacaso al tema della sicurezza e delle inadempienze della magistratura in gravi casi di delitto da prima pagina. Sorvolo sull'impostazione del programma perché ci si potrebbe aprire a parte un capitolo, e mi soffermo su un unico passaggio, credo, significativo: Sansonetti, ospite pure lui, prova a dire che, stante la tragicità degli episodi in oggetto (strage del Circeo, ammazzamenti vari rimasti impuniti, assassini scarcerati per errori delle segreterie dei tribunali etc.) ci si dovrebbe ricordare che non è questo il genere di violenze e delinquenze più allarmante, e che, se si va a vedere, i casi di violenza più clamorosi e frequenti avvengono, per esempio, dentro le mura domestiche e restano impuniti e nascosti non per sviste dei magistrati ma anche - soprattutto - perché nessuno ne parla. Però non ha il tempo di finire il ragionamento che Klaus David gli salta alla giugulare per segnalargli che una posizione del genere, dopo la cocente sconfitta elettorale, è del tutto insufficiente. Che dalle urne è venuta fuori una percezione generale del problema di fronte alla quale non si può continuare a negare o sviare il discorso, se non per ingiustificate prevenzioni ideologiche. E io, spettatore, penso che hanno ragione, in parte, entrambi. Da una parte le ragioni della maggioranza: giuste o sbagliate, pilotate o meno, sarà difficile non tenerne conto, anche perché, come ho detto, esprimono esigenze in certa misura reali. Dall'altra un ragionamento complesso, che richiede levatura intellettuale e non piccole dosi di buona volontà. Ma che finisce inevitabilmente per sembrare uno stratagemma con cui deviare l'attenzione. Con cui sistemare il mondo affinché risponda alle nostre idee (le quali così paiono pregiudizi ideologici). L'arte politica esisterebbe in realtà per rispondere a questa precisa sfida: armonizzare lo sguardo dei più, sempre volto all'immediato, al presente, con quello alto e lungo della strategia, che abbraccia più luoghi e più momenti, che sa mettere in fila cause e conseguenze partendo da un principio per giungere ad un fine. E' un'impresa talmente difficile che si può dire siano stati davvero pochi i benemeriti che ne hanno appena sfiorato la realizzazione, nella storia del genere umano. E tuttavia è questo il banco di prova, non ve ne sono altri. Perciò è con il sentire popolare che dobbiamo misurarci anche quando esso ci dice soltanto che ha paura. E che non gliene frega un beneamato di chi è colpa: a problemi presenti soluzioni presenti (a culo tutto il resto), perché chi ragiona con la pancia reagisce solo al maldipancia; basta un analgesico ed è contento, anche se magari il farmaco spegne il sintomo ma non debella il male. Tale lo stato dell'arte: fingendo di potercene fregare a nostra volta e lanciarci nel cielo terso delle nostre elucubrazioni, rischiamo di non trovare più una pista d'atterraggio. Mai più, e le urne ce ne siano testimoni. Affrontiamo allora la questione per quel di vero che essa pone!

3) Perché, se così stanno le cose, il discorso non ha più valore e la parola perde attrattiva. Il giovane milanese che se torna a casa ad un'ora per altri normalissima rischia di essere accoltellato, la famiglia che non esce di casa dopo il coprifuoco, la giovane violentata all'uscita dalla discoteca, le case sempre più blindate e le persone sempre più costrette in un'inquieta solitudine esistono. Non nella misura demagogica in cui vorrebbero gli operatori dell'informazione, va bene, ma sono realtà. Realtà a cui non puoi rispondere che il nemico non è il teppista che li scippa, lo sbandato che li violenta, l'ubriaco che li uccide - e che invece è colpa di un sistema complessivo che abbisogna di essere sbrogliato con pazienza e dove i responsabili veri non si vedono quasi mai ad occhio nudo etc - perché se glielo dici ti becchi, come minimo, uno sputo in un occhio. Lo so che è sbagliato, ma è così. Gli altri lo hanno capito e fanno le ronde, perché realizzano che essere credibili, nel nostro tempo contratto, significa essere presenti, vicini, carne e sangue di cui avvertire l'energia. E così fanno, a loro modo. Noi invece, che predichiamo tolleranza e talvolta minimizziamo (perché sappiamo, certo, ma minimizziamo fatti reali), che cosa abbiamo fatto per creare nella concretezza dei quartieri, nella "greve" materialità dei luoghi e dei corpi, una tendenza culturale differente? Discorsi alla televisione, e poco altro. Esistono mobilitazioni politiche forti e radicate (politiche dico, perché il volontariato da solo non può farcela) miranti a creare situazioni concrete di collaborazione e solidarietà inter-etnica? Momenti di osservazione e prevenzione della violenza, ovunque e da qualunque parte essa si presenti? Pratiche occasioni di integrazione sociale disseminate in tutti i luoghi a rischio e nonirenesalvatori8 affidate soltanto alla buona volontà dei fedeli di qualche parrocchia? O l'unico modo per evitare che la gente muoia ammazzata per la strada sono le ronde padane e le squadre fasciste? Abbiamo preferito le strutture leggere, i salotti mediatici, le distanze, ed anche questo è il risultato...

4) E alla fine l'insicurezza diventa battaglia contro l'impunità. Non però contro una legge ritenuta insufficiente o contro un provvedimento inefficace, ma contro una persona fisica - ciò che fa sempre più effetto - ovvero, in questo caso, il magistrato. E' scandaloso come in un Paese in cui chi si dichiara evasore delle tasse diventa Presidente del Consiglio, in cui impera la sottocultura dell'aggiramento di ogni regola possibile, in quest'Italietta del tirare a campare, del pressapochismo, del menefreghismo, del si salvi chi può e chi non può è un imbecille, il grido dei politici (e dell'opinione pubblica a seguito) si alzi duro e intenso quando sul banco degli imputati ci finisce un magistrato. Pure, questo delirio - ove si accredita l'immagine di una giustizia sempre inefficiente, mai boicottata dalle interessate pastoie della burocrazia politica - è il luogo comune dove alla destra italiana piace che vada a finire l'isteria collettiva e collettivamente alimentata dell'insicurezza. Dunque torniamo al filo spinato, perché così sembra che d'incanto il cielo ridiventi azzurro.

Immagine di Irene Salvatori (http://ilventoeleombre.splinder.com)

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categorie: politica, globalizzazione, sinistra, razzismo, rumeni, modernità
mercoledì, 23 aprile 2008

NEW ITALIAN EPIC

Posto un estratto dal saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, reperibile integralmente on line su www.wumingfoundation.com Un interessante e originale tentativo di lettura delle nostre lettere contemporanee, su cui credo valga la pena meditare...

noiduesoli36Dopo la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone (soprattutto opinion-makers) parlavano di “nuovo ordine mondiale”. Ordine, chiarezza. La Guerra Fredda finita, la democrazia vittoriosa e qualcuno si spinse fino a dichiarare conclusa la Storia. L’Homo Liberalis era il modello definitivo di essere umano. Si trattava, in parti eguali, di rozza propaganda, allucinazione collettiva e mania di grandeur. Gli anni Novanta non furono soltanto “il decennio più avido della storia” (secondo la definizione di Joseph Stiglitz), ma anche il più illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello “stile di vita occidentale” toccò livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di Versailles durante l’Ancien Régime. Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell’autocompiacimento, perché c’erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell’illusione, o forse nella rassegnazione. Nulla di nuovo poteva più darsi sotto il cielo, e in molti si convinsero che l’unica cosa da fare era scaldarsi al sole tiepido del già-creato. Di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate d’occhio, parodie, pastiches, remakes, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi.

L’11 Settembre polverizzò tutte le statuette di vetro, e molta gente sente il contraccolpo soltanto ora, sette anni più tardi. Lo stesso contraccolpo che descrivemmo in forma allegorica nella premessa a 54. Il compiersi di un ciclo storico. 54 uscì nella primavera del 2002. Quasi in contemporanea giunse in libreria - pubblicato dal nostro stesso editore - Black Flag di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. Black Flag è il secondo capitolo del Ciclo del Metallo, epopea della nascita del capitalismo industriale, che l’autore rappresenta come manifestazione di Ogun, divinità yoruba dei metalli, delle miniere, delle lame, della macellazione. Aprendo il romanzo, scoprimmo che il primo capitolo era al tempo stesso un trompe-l’oeil e un’allegoria molto simile alla nostra. In exergo una frase di George W. Bush sul bisogno di rispondere al terrore, poi l’apertura: le torri in fiamme, cadaveri, persone che vagano per strada coperte di polvere di cemento e amianto. Qualcuno si chiede: “Perché tutto questo?”, qualcuno altro dice: “Nulla sarà più come prima”. Solo che non è l’11 Settembre 2001. E’ l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti, 20 dicembre 1989. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi.

Cinque anni dopo le uscite di 54 e Black Flag, facemmo una nuova scoperta leggendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo di De Cataldo racconta gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli, della fine della “Prima Repubblica” e delle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi. Da poco era uscito anche il nostro Manituana, che narra la guerra d’indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk che la combatterono al fianco dell’Impero britannico, contro i ribelli “continentali”. Due libri in apparenza irrelati: diversi per stile e struttura, diversi gli eventi narrati, diverso il periodo storico, diversa l’area geografica, diverso tutto. Eppure notavamo echi, rimandi, somiglianze. Un comune vibrare. Di che poteva trattarsi? Ci volle un po’, ma alla fine capimmo. Entrambi i romanzi girano intorno al buco lasciato da una doppia morte: la scomparsa di due leader, anzi, due demiurghi, due che hanno creato mondi. In Manituana si tratta di Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, e Hendrick, capo irochese fautore della cooperazione coi bianchi. In Nelle mani giuste i due non hanno nome, tutt’al più antonomasie: il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti e strategie parallele, e “Il Fondatore”, capitano d’industria e fondatore di un impero aziendale. Gli eredi dei demiurghi non sono all’altezza, cercano alleanze impossibili e si scoprono deboli, inadatti. La situazione sfugge di mano, trappole si chiudono e, mentre i maschi falliscono, una donna forte (una vedova: Molly/Maia) apre una via di fuga per pochi. Nel frattempo, il vecchio mondo è finito.

A un livello profondo, i due romanzi raccontano la stessa storia. Nel corso degli anni, esperienze simili - repentine “illuminazioni” che innescavano letture comparate - ci sono state riferite da diversi colleghi. Intanto abbiamo letto, recensito e discusso tra noi molti libri, che pian piano hanno fatto massa, e intorno a quella massa si è creato un “campo di forze”. Sotto la produzione di molti autori italiani degli ultimi dieci-quindici anni vi è un giacimento di immagini e riferimenti condivisi. Dalle trasformazioni che avvengono là in basso (si pensi a materia organica sepolta e compressa che pian piano diventa idrocarburo) dipende il futuro della narrativa italiana. Per lungo tempo si è trattato soltanto di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha preso a strutturarsi. E’ toccato a me tirare le prime somme in cerca di una sintesi provvisoria, e l’ho fatto preparando il mio intervento per Up Close & Personal, workshop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montréal nel marzo 2008. In quel contesto è stata usata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana” o, in breve, “New Italian Epic”. Grazie alla discussione, ho potuto stringere viti e aggiungere esempi. Nei giorni successivi ho parlato del “New Italian Epic” in altre due università nordamericane: al Middlebury College di Middlebury, Vermont, e al Massachusetts Institute of Technology di Cambdrige, Massachusetts. Riattraversato l’Atlantico, ho discusso a fondo coi miei compari di collettivo e messo gli appunti a disposizione di altri colleghi, che hanno espresso i loro pareri. Ho pubblicato sul nostro sito ufficiale l’audio della conferenza di Middlebury, e raccolto impressioni da chi l’ha ascoltata. Nello scrivere il presente saggio ho tenuto conto di tutto questo (...)

In che senso “epico”? L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questinoiduesoli47 libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi. Tale accezione di “epico” si ritrova in libri come Q, Manituana, Oltretorrente, Il re di Girgenti, L’ottava vibrazione, Antracite, Noi saremo tutto, L’angelo della storia, La banda Bellini, Stella del mattino, Sappiano le mie parole di sangue e molti altri. Libri che fanno i conti con la turbolenta storia d’Italia, o con l’ambivalente rapporto tra Europa e America, e a volte si spingono anche più in là.

Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro” e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l’opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti. (...)

postato da oeildecarafa alle ore 23:04 | link | commenti (2)
categorie: racconti, letteratura, storie, globalizzazione, comunicazione, scrittori, modernità
sabato, 22 marzo 2008

ARCOBALENI

Nel mezzo di questa rovente (ma solo sottotraccia) campagna elettorale, guizzo di nuovo all’interno del dibattito riportando l’editoriale del n. 49 del mensile “Le nuove ragioni del socialismo” diretto dal compagno Emanuele Macaluso, e una mia personale risposta alle tesi che il compagno vi porta avanti e che io non condivido affatto…

 

“Le nuove ragioni del socialismo” n. 49 - Ai compagni della Cosa rossa.

 

Questo editoriale vogliamo dedicarlo alla cosiddetta “sinistra radicale” e più particolarmente al nostro compagno e amico Fausto Bertinotti che ha avviato una riflessione sul comunismo, sul socialismo, sul ruolo stesso del suo partito, senza tuttavia essere ancora arrivato a una conclusione convincente. Cominciamo con il ricordare a noi stessi che nel 1944, quando Togliatti sbarcò a Napoli e mise le prime pietre miliari del partito nuovo, disse che il Pci non avrebbe fatto come la Russia. Lo disse chi, con Bordiga, Gramsci Terracini, Tasca e altri, aveva fatto la scissione di Livorno con la parola d’ordine «faremo come la Russia»: cioè la rottura rivoluzionaria attraverso il partito leninista. Nel dopoguerra, invece, Togliatti non solo non fece alcuna rivoluzione o insurrezione, ma volle il partito di massa, «presente in tutti i gangli della società», nelle istituzioni e nel Parlamento. Non mise da parte la cultura leninista ma, nei fatti e negli effetti prodotti nella storia del Paese, quel partito, addestrato alle lotte di massa e parlamentari per attuare la Costituzione democratica e le riforme, operò col gradualismo tipico dei partiti riformisti europei. La doppiezza togliattiana, su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, non fu quella di giocare la carta della democrazia e delle riforme preparando l’insurrezione e la rivoluzione. Queste sono sciocchezze. La doppiezza risiedeva nel rapporto con l’Urss, dove la catena del capitalismo si era spezzata dando così forza – si diceva – anche a chi voleva arrivare al socialismo con la democrazia. Questa strategia restò sostanzialmente immutata con Longo e Berlinguer, anche quando le critiche all’Urss assunsero il carattere dello strappo. La storia però ha dato una sentenza: quella strategia era sbagliata e ha provocato anche guasti seri. Il sistema del socialismo reale è crollato e il comunismo oggi si incarna nel capitalismo selvaggio della Cina e nella dittatura castrista a Cuba. I partiti socialisti che, con posizioni e politiche diverse, hanno condizionato e contribuito a riformare il capitalismo, dal governo e dall’opposizione, hanno vinto il grande duello del secolo scorso. Anche nei confronti del Pci, che per molti versi fu un partito “diverso”, riformista e gradualista. La polemica di questi ultimi anni, da parte di chi ha dato vita a questa rivista, è stata rivolta nei confronti di chi voleva rifondare il comunismo (come hai fatto tu, caro Fausto) e di chi voleva andare “oltre” il socialismo e oggi è approdato in un Partito democratico senza riferimenti al socialismo e alla sinistra. Ci chiediamo, e chiediamo a te Fausto, dal momento che non è più in discussione la rivoluzione, che la violenza comunque usata è, come dici tu, un disvalore e va bandita, che la via democratica è considerata strategica e senza alternative da tutta la sinistra, la quale è, in questa fase, tutta al governo, quali sono le ragioni per cui questa stessa sinistra non è unita e parte della famiglia socialista radunata nel Pse? Nel socialismo europeo convivono partiti che hanno storie e politiche diverse, ma stanno insieme perché hanno scelto la democrazia come terreno di lotta per affermare diritti che tendono a dare a tutti pari opportunità e uguaglianza, e perché mirano a costituire una forza alternativa alla conservazione. Le ricette possono essere diverse, da Blair (o Brown) a Zapatero ma i loro partiti delineano alternative di governo e non alternative di società, il cui futuro è legato alla dialettica politica e sociale. Il socialismo del XXI secolo sarà soggetto e frutto di questa dialettica. L’idea della Cosa rossa avrebbe senso se si ponesse come alternativa rivoluzionaria al capitalismo e anche al riformismo. Se questa alternativa si concretizza nelle manifestazioni di Diliberto con gli ambasciatori di Cuba, della Bolivia e del Venezuela, nel fatto che in ogni momento difficile per il nostro contingente in Afghanistan – dove opera come parte della Comunità internazionale e dell’Onu – si pretende di abbandonare il campo, nel chiedere sempre “più uno” nelle rivendicazioni sociali, francamente non si tratta di una strategia rivoluzionaria ma di una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale. Ci sono momenti, nella storia di un partito in cui occorre il coraggio di mettere in discussione se stessi. Mussi e i suoi compagni, rifiutando giustamente di confluire nel Pd l’hanno fatto separandosi da compagni con cui in passato hanno condiviso tutto. Ma poi si sono collocati in un limbo, in attesa di tempi migliori. E quei tempi sembra che ormai siano scanditi solo dalla formazione della Cosa rossa. Rifondazione riflette ma non tira le conclusioni che dovrebbe perché teme qualche rottura. E intanto in Europa si collega politicamente e organizzativamente ai partiti comunisti piccoli e ininfluenti e al gruppo di Lafontaine, che con la sua scissione ha solo indebolito la Spd senza costruire una alternativa credibile. In Italia la sinistra che non si identifica nel Pd se non sarà socialista, se non troverà nel Pse la sua collocazione europea è destinata o all’emarginazione (il Pd avrà alleanze variabili) o a essere forza complementare al Pd. La competizione con questo partito per la guida dei processi politici si può giocare solo dalla frontiera del socialismo democratico. Cari compagni, riflettete.

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togliatti1Gavino Piga, militante comunista, a “Le nuove ragioni del socialismo”, ma anche ai Compagni della Cosa Rossa e a tutti coloro che adorano gli orologi e non conoscono il tempo.

Sì, per un attimo solo, riportiamole davvero indietro le lancette di quell’orologio. Ma non per sapere come sarebbe andata se Togliatti si fosse armato di un mitra anziché di penna e calamaio: quella sarebbe l’ennesima bieca riproposizione di un alibi dietrologico, strumento buono per chi ama elevare il senno di poi a giudice supremo di ciò che oramai giace sepolto sotto le macerie della storia e di cui tutto si può dire perché nulla può sentire. Proviamo a fare invece un’operazione più rischiosa, anche più sporca se si vuole, che ci filtri l’oggi nascosto nell’allora attraverso l’analisi delle ragioni, prima che delle conseguenze (le quali sono anch’esse, in ultima istanza, ragioni di conseguenze successive).

Il Migliore, sbarcato a Napoli dopo la gloriosa epopea della Resistenza, disse che i comunisti italiani non avrebbero fatto come in Russia: questa, che per il compagno Macaluso è memoria, per noi tutti è Storia, e nessuno la può mettere fra parentesi. Non si trattò semplicemente di una necessità imposta da circostanze che pure esistevano, ed erano ben più grandi di quello che in progresso di tempo sarebbe divenuto il più grande partito rivoluzionario dell’Occidente: fu piuttosto un’autonoma scelta strategica che affondava le proprie radici sulla meditata constatazione che la rivoluzione è un processo. E che, come tutti i processi, può essere guidato in maniere differenti e può anche non consumarsi tutto nel rantolo affannato dell’evento, dell’oggi o mai più, dell’ora x a cui legare le ragioni e le sorti di un’esistenza intera. Ma non per questo l’idea della trasformazione radicale – rivoluzione – dell’esistente cessa di esistere: anzi, essa viene così tolta a quel remoto orizzonte dove il sol dell’avvenire è molto più cristiano che non materialista. Smette di essere il mitico luogo del desiderio, la fatidica parusia millenaria che prima o dopo gli eventi ci consegneranno quale premio per le nostre fatiche, dove il redentore verrà a prendere i suoi per condurli in un altrove fatto di gioia eterna mentre coloro che non sono stati costanti nell’attesa, magari cedendo alle tentazioni carnali del compromesso con il presente secolo, verranno sospinti nel regno del pianto e dello stridor dei denti. La rivoluzione, nella misura in cui viene percepita come percorso, cioè appunto nella sua processualità, esonda dai confini dell’ora che nessuno sa, dilata indefinitamente i tempi e gli spazi dell’agire collettivo, esce dal futuro per cominciare nel presente, si toglie l’orologio dal polso per abbracciare la vastità vertiginosa del tempo. La rivoluzione diviene un continuo oggi, e tutti coloro che lo vogliono possono trovare le modalità e le forme per farne parte, non per vocazione ma, in certo senso, per  missione. Ecco, forse se questo concetto, allora, non fosse rimasto appannaggio delle dirigenze politiche ma fosse stato trasmesso integralmente all’immaginario composito dei milioni di militanti (che ancora per un pezzo avrebbero continuato a tenere il carro armato nel garage in attesa del giorno del Signore), forse si sarebbe potuto produrre quel mutamento culturale capace di superare l’antropologia già callosa – come giustamente la definisce Bettizza – dell’homo bolscevicus. E di adattare il mito alle dimensioni tutte umane della realtà.  Ma qui torniamo nella trappola dietrologica. Resta il fatto che così non fu e, poiché sull’Olimpo le nascite sono ben più frequenti delle morti, dal mito del “uno-due-cento-palazzi-d’inverno”, così caro ai compagni dei campi e delle officine, se ne genera un altro, quello della doppiezza. Perché se non riesci a spiegare ai tuoi che si trapassa da un sistema nell’altro non per forza in un determinato giorno da segnare sul calendario e trasformare in anniversario, però si può comunque arrivare dove si vuole, allora devi far credere loro che la tua strategia è in realtà solo una tattica, un modo per fregare gli avversari, e finisci con il diventare un Papa, riverito ed obbedito finché si tiene i segreti di Fatima ben chiusi nel cassetto. E quando i fedeli se ne accorgono, transitano senza soluzione di continuità dalla militanza all’opportunismo e, del resto, cosa ci si aspetta che facciano? Se un compagno, per quanto sincero esso sia, è abituato a percepire la rottura rivoluzionaria nei termini semplici dell’assalto al Parlamento o della guerriglia sui monti, e si rende conto che per quell’opzione non c’è spazio, senza tuttavia rendersi conto che di spazi se ne possono schiudere altri, le alternative restano in buona sostanza due: o strappa la tessera del Partito da cui si sente preso in giro per iscriversi magari alle Brigate Rosse, oppure se la tiene in tasca e si adatta, ma sempre nella maniera semplice e distorta in cui può farlo, alle nuove logiche. Che interpreta come logiche di pura e mera gestione dell’esistente, fors’anche improntate a principi più nobili di quelli democristiani, ma di certo non più orientate all’alternativa di società. Semmai ad alternative di governo, come voi dite. Ma se l’alternativa di società deve essere frutto della dialettica politico-sociale, come ancora dite voi, qual è il ruolo del politico in questa dialettica? Può essere che esso si riduca soltanto al temporeggiare finché, ancora una volta miracolisticamente, il socialismo del XXI secolo non emerga quale Venere dall’acque del greco mar? Già una volta fu così che le riforme di struttura divennero riforme e basta. Ecco il gradualismo, il riformismo, anche se talvolta il sostantivo non è perfetto sinonimo di sostanza. Le conseguenze nascono anche da un mancato accesso alle ragioni, soprattutto se la ragione regredisce costantemente a mitologia, appunto. O, nel migliore dei casi, a religione, ed anche in fatto di adesione solo formale alla parrocchia del quartiere gli italiani sono campioni insuperabili.

Dobbiamo commettere anche oggi il medesimo errore? Perché anche nelle righe del vostro editoriale, compagni, io leggo l’estenuata contrapposizione fra rivoluzione anticapitalistica e partecipazione ai processi di governo e amministrazione dell’esistente, ed ancora la trovo netta come se non esistesse nulla in mezzo. Neppure una possibilità di interrogarsi, di progettare strategie di alternativa dal respiro un po’ più lungo, di compiere un percorso che può avere caratteri rivoluzionari anche nel necessitato ripiegamento su altrettanto necessitati minimalismi. Troppo facile e poco vero è l’affidarsi ancora alla divina provvidenza per camminare domandando senza sapere se e in quale luogo s’andrà ad approdare. E se la tragedia dell’est ci ha insegnato qualcosa, è che la tattica non deve mai prendere il posto della strategia: questo dovrebbero ricordarlo coloro che si accingono ad aprire il vaso di Pandora della cosa rossa – o arcobaleno che dir si voglia – ma anche quanti giustamente li accusano di portare avanti una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale, e poi però cercano nell’adesione al socialismo europeo il rifugio in cui attendere qualche lieto evento. Per questo io credo non fosse assurdo, all’indomani della Bolognina, rilanciare in Italia un progetto comunista: perché quelle ragioni, criptate nei decenni attraverso una ritualità che oggi appare perfino grottesca ma che non era affatto casuale, non solo restano a scapito delle conseguenze (crollo dell’Unione Sovietica compreso), ma sono forse perfino attuali. E da rilanciare per l’ennesima volta, anche sotto le insegne, per molti di noi un po’ desuete, dell’arcobaleno. Perché anche la coscienza rivoluzionaria, passando attraverso il crogiuolo degli eventi, ha imparato a declinarsi attraverso molte e molte sfumature.

 

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domenica, 27 gennaio 2008

PERCHE' NON POSSIAMO DIRCI RIVOLUZIONARI

Secondo alcuni perché non esiste più l'Unione Sovietica, secondo altri perché esistono (in televisione ma pare anche nel mondo reale) i coniugi Costanzo. Effetti collaterali. In realtà, capiremmo forse qualcosa di più se provassimo a partire da noi, individui che vedono i grandi rivolgimenti della storia come meccanismi trascendenti azionati da chissà quale forza metafisico/provvidenziale e da cui è sempre meglio tirarsi fuori, assiepati in un loggione a fischiare o applaudire una rappresentazione che si trascina avanti secondo logiche sue proprie, chiuse e sondabili soltanto a conti fatti, quando il sipario è ormai calato e ciascuno se ne torna a casa. La nostra maledizione è proprio quella di volere e sapere essere soltanto spettatori, davanti ai drammi di questo mondo così come davanti allo schermo televisivo. Ci chiamano - e perciò ci chiamiamo - cittadini, perlopiù senza sapere cosa significhi questa parola. I Greci usavano il termine "polites" per indicare l'uomo della "polis": colui che appartiene alla città e, nel medesimo tempo, la città gli appartiene. Colui che accetta di legare il proprio destino a quello di una collettività organizzata di cui si sente intimamente parte perché non riesce a vedere un altrove in cui poter essere ciò che è. L'essere cittadino - l'essere animale politico - è un aspetto non divisibile, non alienabile dal suo essere uomo, e la polis non dilaga, non esonda, si tiene entro uno spazio che è e deve essere limitato: a misura d'uomo, appunto. Ma noi non siamo figli del polites greco, e il nostro essere cittadini è tutto declinato alla romana: è quello del "civis" di un impero che non è più fondato su una comunanza intrinseca, su una ragione identitaria irrinunciabile che coinvolge il fondamento stesso dello stare al mondo e nel mondo di ognuno. varlotta1Scriveva Cicerone che lo Stato è ciò che appartiene al popolo, ma non qualunque aggregato di persone è popolo, bensì soltanto quello in cui i singoli accettano le stesse leggi e riconoscono di avere interessi comuni: un pragmatismo che urterà la nostra sensibilità così evoluta, ma solo perché in fondo è portatore di una verità che fa coriandoli di certe maschere con cui amiamo ornarci il viso. Ci si domanderà perché genti sanguinosamente ridotte alla sottomissione politica ed economica,  annesse talvolta brutalmente al variopinto mosaico di conquiste della grande potenza assetata di espandersi oltre il giusto e la misura, chiedessero a gran voce la cittadinanza romana. Domanda un poco ingenua cui andrà data una risposta semplice: il concetto di cittadinanza non è qui più gravato dal fardello della responsabilità nei confronti del proprio mondo politico, non è un invito a decidere della storia propria, ma semplicemente l'elargizione unilaterale di un sistema di garanzie. Essere cittadino è un beneficio, non un dovere. E' un dono da subire e da sfruttare, non una responsabilità che chiama alla partecipazione e all'azione. Ancora oggi questo è l'unico modo di essere cittadini che conosciamo, o che vogliamo conoscere: essere parte di un sistema, al di là della retorica patriottarda che in Italia è ancora recente tanto da essere vissuta in maniera macchiettistica ed episodica, è annessione ad un altrui di cui non possiamo riconoscere le profonde radici, ma questo non importa purché siano ben visibili le contingenti convenienze. Convenienze reali per pochi e illusorie per i più, ma anche questo è un nodo che sa farsi marginale dove il dominio dell'immaginario si avvale di strumenti sofisticati. Siamo cittadini in virtù di un malcelato "do ut des" in cui finiamo col perderci, ma evidentemente ancora non abbastanza, e la deresponsabilizzazione su cui si erige il nostro trovarsi in (più che essere in) un'entità nazionale è l'ennesima catena posta ai piedi dello spettatore che se ne sta seduto e zitto di fronte ad una scena in cui altri agiscono per lui. Ahimè, ben felice che lo facciano, finché gli passeranno negli intervalli quel tanto di sbobba carceraria che gli serve per non crepare.

 Nell'immagine: "Polis n.1" di F. Varlotta, da www.francescovarlotta.com/monografia

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categorie: politica, globalizzazione, sinistra, polis, modernità
domenica, 13 gennaio 2008

Pietro Citati: RADDOPPIAMO LO STIPENDIO AI PROFESSORI (www.repubblica.it)


scuola2Sono così vecchio, che i professori della mia giovinezza avevano studiato ai tempi della Riforma Gentile. Non vorrei sopravvalutarla. Né vorrei sopravvalutare l'insegnamento dei miei professori di ginnasio e di liceo: conoscevano male le letterature straniere, e avevano la pessima abitudine di discutere interminabilmente le opinioni di Benedetto Croce su Dante o Leopardi o Ariosto. Ma ce n'erano alcuni straordinari. In primo luogo, meravigliosa conoscenza del greco e del latino, tanto che Giorgio Pasquali sosteneva che i migliori filologi classici provenivano dalle cattedre dei licei.

Poi alcuni avevano un modo d'insegnamento che, in parte, si è perduto. Oggi la letteratura è studiata soprattutto come storia della cultura. Allora, i professori più intelligenti parlavano di Dante o Petrarca o Ariosto o Leopardi come se fossero una parte essenziale della vita quotidiana di ogni ragazzo. Vivevamo in loro e per loro. Uno dei miei professori discorreva di Machiavelli e di Guicciardini con tale passione e divertimento, che noi ne discutevamo tornando a casa e poi ne parlavamo a pranzo con nostro padre e nostra madre, come se tutti i problemi della vita moderna fossero illuminati dal Principe e dai Ricordi.

Molti maestri, e soprattutto maestre, erano meravigliosi: molto più bravi di quelli ai quali De Amicis innalzò un monumento nel Cuore. Appena aprivano bocca, tutto diventava chiaro, limpido, luminoso: i numeri si addizionavano, moltiplicavano e dividevano per conto loro: i verbi irregolari non avevano più misteri; la storia diventava un romanzo d'avventure. Avevano un grande dono comunicativo: uno spirito materno maggiore, probabilmente, di quello che esprimevano a casa; e le violente o pacate tirate d'orecchie, e i rapidi colpi di bacchetta sulle mani, venivano accettati senza ribellione.

Nei piccoli paesi, ogni maestra insegnava a due o tre classi, districandosi non si sa come in quel fantastico garbuglio. Ciascuna aveva un linguaggio e un timbro: tanto che si poteva ritrovare nelle voci dei bambini la voce delle insegnanti. E poi, la bellezza delle calligrafie (io scrivo orribilmente): tondi perfetti, linee slanciate, filettature, eleganze neogotiche. Credo che la perdita della bella calligrafia e dello studio delle poesie a memoria sia stata, come diceva Italo Calvino, una delle principali sconfitte dell'età moderna.

Tutti sapevano che gli stipendi delle maestre e dei professori non erano alti. Ma, in generale, era una cosa dimenticata. Nemmeno i più altezzosi borghesi o aristocratici di Torino ricordavano che gli educatori dei loro figli erano pagati meno dei loro autisti, e che le professoresse non frequentavano le grandi sarte. Esisteva l'inconscia convinzione che i professori non appartenessero a nessuna classe sociale: ma ad uno strano regno, dove né danari né vestiti né vacanze costose avevano importanza.

Sulla condizione dell'insegnamento nei licei, non posso che rinviare ad un libro preciso e piacevole di Paola Mastrocola, che possiede un'esperienza molto più diretta della mia. Ci furono periodi relativamente decorosi. Quello, per esempio, nel quale l'insegnamento nelle medie e nei licei fu assunto, quasi esclusivamente, dalle donne: lo stipendio era basso, ma integrava quello del marito; e poi rimaneva tutto il pomeriggio libero da dedicare ai figli. Ma questo interludio non fu lungo. Presto il Ministero elaborò una quantità mostruosa di materiale burocratico o semiburocratico e paraburocratico - riunioni, commissioni, moduli, discussioni, aggiornamenti, delirii - che distrussero i bei pomeriggi liberi, nei quali passeggiare o giocare con i figli.

Per il resto, la storia della scuola elementare, delle medie e dei licei negli ultimi trent'anni è quella di un rapido disastro. Le cause furono innumerevoli: le conseguenze del voto politico negli anni dopo il 1968; la riforma della scuola elementare, che vide la dissennata suddivisione tra i maestri (come se un solo maestro non fosse capace di insegnare sia aritmetica sia italiano); l'immissione, per motivi politici, di moltissimi pessimi insegnanti; la conseguente mancanza di posti per i giovani laureati; la confusione del Ministero; la stolidità dei programmi e dei non programmi di studio. A un ragazzo di quindici anni bisogna far leggere Delitto e Castigo, che lo sconvolge e travolge, non la per lui incomprensibile Coscienza di Zeno. A questo si aggiunse l'influenza rovinosa di alcuni libri di testo, compilati da professori universitari di tendenza strutturaliste: i quali imposero ai ragazzi di imparare a memoria gli attanti e la diegesi di Gérard Genette, invece di invitarli a comprendere la bellezza e il significato della letteratura.

Tutto questo ha portato alla degradazione della classe degli insegnanti. Cinquant'anni fa, era una non-classe, rispettata anche se non temuta. Oggi, gli stipendi miserabili hanno prodotto una sotto-classe, una specie di sottoproletariato, che possiede a malapena il danaro per vestirsi e nutrirsi, ma non per comprare un libro, sia pure in edicola. Ricordo con strazio la visione di una classe di professori, qualche anno fa: quei golfini spelacchiati, quei vestiti lisissimi. So di dire una cosa banalissima: oggi, quando la sorte della civiltà occidentale è affidata alla specializzazione, un buon liceo e una buona università sono assolutamente necessari. Invece, l'Italia ha perduto la precisione della sua vecchia cultura agricola, quando si sapeva potare un olivo e innestare una vigna. Quasi tutti lavorano in modo confuso ed approssimativo, come se la sorte del mondo non dipendesse dal dono di piantare un chiodo nel punto giusto.

Non è più possibile continuare a pagare i professori delle medie e dei licei, che devono tornare ad essere un'élite, con gli stipendi di oggi. Gli stipendi vanno almeno raddoppiati, e via via aumentati nel corso del tempo. Gli economisti mi risponderanno che i soldi non ci sono: questa proposta porterebbe a una spaventosa catastrofe, a una disastrosa inflazione. Ma so ugualmente bene che, in Italia, quando bisogna sprecarli, i soldi ci sono sempre. Se risparmiassimo sulla rasatura delle guance dei senatori, i profumi e i dopobarba dei deputati, le tinture dei capelli ahimè biancastri delle senatrici, le bare degli assessori veneti, i cuochi e i camerieri del Parlamento, i gelati dell'onorevole Buttiglione, gli stipendi delle stenografe siciliane, i premi letterari (in gran parte finanziati dalle Regioni), la politica estera del presidente Formigoni, potremmo accumulare una ricchezza immensa.

(3 luglio 2007)

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categorie: scuola, modernità
sabato, 05 gennaio 2008

GRAMSCI SUR LA RIVE GAUCHE / 3

 

Quindi Gramsci non è affatto rimasto orfano a sinistra, né è stato disconosciuto e ripudiato dai suoi eredi. Ed è altrettanto falso che il suo pensiero sia stato invece messo a frutto dalla destra americana ed europea. Riguardo a questo tema - come ripeto, il più pericoloso e scivoloso che si possa toccare oggi - le tesi portate avanti dal senatore Bulgarelli sono grossomodo le seguenti:

a) A differenza che a sinistra, "a destra l'opera di Gramsci è stata letta nel contesto giusto, che non è quello della teoria sistemica bensì quello dell'estrapolazione di concetti, da sviluppare poi alla luce di contaminazioni successive". Cioè, la geniale intuizione degli intellettuali borghesi consisterebbe nel trattare il pensiero gramsciano non per quello che è e che vuole essere, cioè una teoria generale e sostanzialmente unitaria della società e della trasformazione, ma come un assemblaggio intercambiabile di idee che può essere scomposto e da cui si può attingere allegramente questo o quello strumento, a piacere e secondo convenienza.

b) Proprio la nozione di egemonia, più volte citata, strizzata e torturata dalla penna del nostro senatore, mostrerebbe delle "falle evidenti" e sarebbe la più "desueta" dell'armamentario teorico gramsciano. Infatti, è proprio questa sorta di colabrodo che i destri avrebbero utilizzato per rafforzare il potere borghese sulla società: prima negli Stati Uniti durante gli anni del New Deal, poi in Francia con la Nouvelle Droite di Alain de Benoist, ed infine in Italia con Berlusconi (nientemeno).

Proviamo ancora una volta a puntualizzare giusto qualche concetto. Che l'opera gramsciana sia fondamentalmente un'incompiuta è pur vero: se il grande rivoluzionario avesse avuto tempo e modo, le note dei suoi Quaderni sarebbero state aggiornate, in qualche caso rivedute o riscritte, poi magari sistemate in un'opera compiutamente organica. Non c'è dubbio che le condizioni precarie in cui il grosso delle riflessioni gramsciane fu messo su carta abbia influenzato non poco la trasmissione del suo pensiero. Punto, però. Qui ci si ferma, caro senatore. Perché se da qui si vuole arrivare a dire che Gramsci si è limitato a comunicare intuizioni che brillano ciascuna di luce propria, spezzettate e comprensibili anche l'una senza l'altra, che ci abbia fornito insomma di un self service in cui ciascuno sia chiamato a servirsi secondo il proprio gusto e le proprie arbitrarie fantasie, si compie (ora sì) un'opera di mistificazione aberrante. E si dimostra di non avere compreso (né forse letto) assolutamente nulla di ciò che Gramsci volle lasciarci. Mi richiamerò ancora una volta, con buona pace dei nostri combattenti senza macchia e senza paura, all'Amendola che dice: "I tentativi di una presentazione di comodo di Gramsci sono fa­voriti da quella "frammentarietà" formale, che è stata oggetto di rilievi critici e che è aggravata dal" genere" stesso degli scritti,che sono, infatti, o articoli, prima dell'arresto, ed appunti, o note,poi, nel periodo del carcere. Ma il "genere" letterario non può trar­re in inganno. Laddove vi sono trattati e manuali, come quello del Bucharin, contro cui Gramsci esercitò la sua polemica, che, mal­grado le pretese di sistematicità mancano d'intrinseca organicità, v'è nell'opera di Gramsci, al di sotto della frammentarietà' episodica e forzata, quell'unità e sistematicità che, ricordava Gramsci, consistono «non in una esterna struttura architettonica, ma nell'intima coerenza e feconda comprensione di ogni soluzione particolare". E per dimostrare che Gramsci, nel tempo della sua più grande sofferenza, partoriva considerazioni consequenzialmente derivate l'una dall'altra ed incomprensibili se non nel loro insieme, come sguardo complessivo ad una realtà pur riflessa in ogni singola manifestazione, ma da cogliersi nel suo spirito più profondo (ciò che distingue un genio da un banale commentatore), potrei richiamare il gotha del gramscismo mondiale. Ma non è necessario: basta ritornare a ciò che dice Bulgarelli. Cosa hanno prodotto queste geniali letture non "sistemiche" di Gramsci, queste brillanti estrapolazioni ed eroiche contaminazioni che la sinistra "tradizionale" (sic!) non è stata in grado di fare? Hanno prodotto il "gramscismo di destra", definizione che, se non fosse una vistosa contraddizione in termini, sarebbe perfino comica.  Perchè leggere Gramsci in quest'ottica significa darne una lettura di destra. Cioè, contrariamente a quanto sostiene Bulgarelli, una lettura grottesca, ridicola: altro che "contesto giusto"! 

Ma poi, è proprio vero che le borghesie nazionali dell'Occidente novecentesco hanno applicato Gramsci per perfezionare i loro sistemi di controllo del consenso e di formazione delle soggettività? Io credo proprio di no. Credo che abbiano risposto ad un attacco molto forte del movimento operaio (che, per esempio in Italia, qualcosa di Gramsci avrà pur compreso se è divenuto tanto temibile) approfondendo, arricchendo e perfezionando le armi che già avevano consentito loro di prendere il potere, e sapendole adattare alla nuova fase. Gramsci non ha inventato, bensì osservato ciò che gli accadeva intorno. Ha osservato che la classe borghese poteva essere dominante solo in quanto (e finché) godeva di una egemonia sulla società, egemonia prodotta e riprodotta attraverso un sistema più complesso di quello che poteva esistere in Stati non industrializzati come la Russia zarista. E ha capito, dall'osservazione di ciò che già concretamente esisteva, che su quel piano i comunisti avrebbero dovuto lottare con i loro avversari e contendere loro il potere. Che le altre modalità sarebbero state perdenti. La "strategia egemonica" già esisteva, e già la borghesia aveva saputo sfruttarla al meglio per fondare il proprio dominio. Quando il nostro Gramsci parla degli intellettuali, si riferisce al ruolo che essi occupano nella società borghese (vedi Croce) e che occupavano in quella aristocratica; quando parla di egemonia, guarda a ciò che ha saputo fare la Chiesa, a come i sistemi filosofici precedenti si sono insinuati nel sentire comune, a come il potere li ha usati; quando parla di unità fra azione e pensiero, si rivolge a Lenin, e vede per quale motivo i compagni russi hanno potuto prendere il Palazzo d'Inverno - contro il Capitale - e per quale motivo i compagni italiani non possono farlo. La verà novità, esplosiva e rivoluzionaria, è che dal secondo dopoguerra in poi il movimento operaio occidentale, anche sulla scorta di Gramsci e di chi tentò di applicarne il pensiero, e forte di una situazione internazionale favorevole, ha per la prima volta fronteggiato i suoi nemici sul terreno che apparteneva loro, provocando una crisi della loro egemonia ch'essi poi hanno fatto di tutto per recuperare e rinsaldare. Recuperare in Italia, per esempio, quando la svolta di Berlinguer, privilegiando la governabilità, smette di affrontare la lezione gramsciana come lezione sistemica, appunto, per darne una lettura parziale ("di comodo" come denunciava quel destro di Amendola!). Il potere fronteggerà gli assalti operai sofisticando le armi che erano già in suo possesso. Che poi Gramsci quelle armi le abbia individuate e descritte, e che qualche teorico borghese abbia trovato calzanti le sue descrizioni, non è gramscismo. E non è applicazione del suo pensiero, bensì semmai inveramento di quelle previsioni. Il che infine dimostra che quella categoria non era poi così "desueta". Strano: Bulgarelli parte col dire che se non fosse stato per la destra, noi avremmo messo in soffitta i punti forti del pensiero di Gramsci - egemonia e cultura popolare - e poi va a finire che in soffitta ce li mette proprio lui. Però, purtroppo, tutto converge lì: senza l'egemonia, l'intero discorso di Gramsci perde il proprio senso: l'analisi del ruolo degli intellettuali, l'analisi dello Stato capitalistico moderno, l'analisi del Partito, del blocco storico, del folklore, del risorgimento, dell'ottobre... C'è qualcos'altro? O magari qualcuno vuole provarsi a dimostrare e non solo a sentenziare che questi non siano i nodi di un ragionamento profondamente unitario? E contesto che la grandiosa complessità di queste riflessioni  sia soltanto "una strategia rivoluzionaria che deve necessariamente rispondere ad una domanda antifascista". Troppo intelligente ed acuto era Gramsci per fermarsi lì, ed il suo pensiero abbraccia e scruta la modernità ben oltre ed al di là del temporaneo nemico fascista. Perché il fascismo si fosse imposto in Italia, chi lo sostenesse e per quali fini, e quali interessi difesi provvisoriamente dal regime sarebbero stati tutelati secondo forme più subdole - quelle delle democrazie occidentali - lui l'aveva capito perfettamente. Che poi la strategia da lui elaborata rappresenti una rottura con il leninismo, come Bulgarelli afferma, è un'enormità talmente grande e così abbondantemente confutata che non mette conto neppure discuterne.

Francamente non mi meraviglia che il pensiero di Gramsci sia stato frainteso e stirato perché ciascuno ne potesse avere un lembo. Ma si guardino un attimo le miserie di quella destra "gramsciana" cui ci si riferisce: la Nouvelle Droite francese nasce con l'obiettivo di portare avanti una azione metapolitica, rinunciando al mito dell'azione politica diretta. Santo Dio, ma è gramsciano questo? E' l'applicazione del pensiero di Gramsci o addirittura "una riappropriazione a livello più profondo" di idee che furono tutte e sempre elaborate in vista dell'azione politica diretta? O non saranno piuttosto pietose farneticazioni di un movimento che vuole a tutti i costi togliersi di dosso l'etichetta (e solo quella) fascista scimmiottando malamente e superficialmente i modelli altrui? Gramsci non ha elaborato una strategia utilizzabile all'occorrenza da tutti, ma una risposta proletaria al dominio borghese. E solo questo è il "contesto giusto": il resto sono strategie di potere - da sempre - che si beffano del nostro infangandone per l'ennesima volta la memoria. E distorcendone grossolanamente il pensiero. Se non fosse che queste distorsioni possono essere talvolta perfino utili a questi compagni "non tradizionali". Per fini di una pochezza intellettuale davvero raccapricciante. E spiace che anche il senatore Bulgarelli, certamente in buona fede, non si capaciti di dare loro una mano.

Perché infine, qual è il nocciolo duro che di Gramsci rimane una volta smantellato il resto? In sostanza un esempio di edificante coerenza e moralità, un'icona ancora spendibile in certi ambienti, forse una lezione di metodo. Nulla più. Perché in questo mondo sovrastato dall'Impero, in cui lo Stato Nazione non svolge più una funzione politica, in cui al posto degli operai ci sono le moltitudini... EccoGramsci_SansBorder dove ci porta il ragionamento del senatore. Sempre e comunque a Negri. Cioè ad una serie interminabile di piroette, giravolte, giochi di prestigio e contorsionismi praticati al fine di far coincidere la realtà con le proprie idee. Bella filosofia della prassi, bel gramscismo pure questo! Troppo ho scritto e detto - e così tanti compagni con me - per svelare l'assurdità delle tesi negriane. Non ci ritorno qui, anche perché ormai il loro stesso padre le ha confutate, rimodulate, sconfessate tante e tante volte. Però mi resta un sospetto: che l'unico ad avere qualche imbarazzo nel collocare Gramsci nel proprio albero geneaogico sia proprio il senatore Bulgarelli. E che l'unico paradosso sia questo: che Gramsci viene esaltato come icona in ambienti che lo hanno sempre snobbato, e dove ancora, mentre si finge di mostrarne la perdurante attualità, se ne svuota subdolamente il pensiero. Per poi rimproverare a Togliatti di averlo fatto.

Gavino Piga

 

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categorie: politica, comunismo, filosofia, sinistra, gramsci, modernità
venerdì, 04 gennaio 2008

GRAMSCI SUR LA RIVE GAUCHE / 2

Perciò, la favola di un Gramsci lasciato orfano da una sinistra che lo ha dovuto subire e s'è premurata di annacquarne la lezione per potersi abbandonare ai propri meschini giochetti, davvero non regge. Né è corretto dire che "successivamente, a reclamare le ceneri di Gramsci è stata la destra interna, da Amendola a Napolitano, che hanno marcato l'accento sul cosiddetto idealismo gramsciano per dare dignità alla loro presa di distanza dal marxismo". In primis, perché accomunare Giorgio Amendola a Napolitano è l'ennesimo luogo comune, vista la distanza delle loro posizioni su una quantità di temi di fondamentale importanza: basti pensare che mentre Napolitano è passato alla storia per le sue bordate antisovietiche, Amendola negli ultimi anni di vita diede alle stampe una sorta di testamento politico - "La pace nel mondo" pubblicato su Rinascita - che è tutto un'accorata difesa dell'Urss. E mentre l'attuale Presidente della Repubblica costeggiò realmente la linea trasformista dell'era berlingueriana, mai e poi mai si potrà dire che Amendola prese le distanze dal marxismo o che utilizzò Gramsci per giustificare una sua personale svolta ideologica. Anzi, sarebbe utile riprendersi in mano il suo scritto "Rileggendo Gramsci". Qui la questione dei rapporti  fra Gramsci e Togliatti viene esaminata con tale dovizia di particolari e scrupolo di ricerca da essere ancora oggi più che attuale: se è vero che Togliatti, per ragioni anche contingenti, fu l'unico interprete dell'opera gramsciana negli anni della resistenza e della guerra, è anche vero che la sua lettura dei Quaderni non mutò assolutamente negli anni in cui questi vennero resi pubblici ed il loro contenuto poté passare al vaglio di tutti gli studiosi, marxisti e non, a riprova del fatto che alcun imbarazzo venne creato al Pci dalla divulgazione degli scritti carcerari. E quindi basta con queste leggende metropolitane già confutate quarant'anni fa! E invece, a proposito del fatto che Amendola avrebbe usato Gramsci - trasformandolo in un idealista - per giustificare il proprio presunto tradimento, perché non facciamo parlare il diretto interessato? Sempre in "Rileggendo Gramsci" egli ebbe ad affermare del grande pensatore rivoluzionario:

"La sua coerenza non sta nelle singole posizioni, ma nel metodo, che è il metodo rivoluzionario marxista e nella sua conti­nua coerenza, nella volontà rivoluzionaria che lo ispirava, e che era una volontà di lotta per la vittoria del socialismo. Solamente così si può comprendere il significato della polemica filosofica e della pole­mica letteraria condotte da Gramsci nei Quaderni dal carcere. Chi voglia ricercare in queste attività filosofiche e letterarie la prova di un crescente distacco di Gramsci dalla politica, il segno di un pro­gressivo suo disinteresse dai problemi dell'azione politica, mostra di non comprendere il reale significato della sua opera, la linea generale del suo lavoro, che è sempre una linea di lotta politica... Il fatto è che la ragione prima degli interessi filosofici e letterari di Gramsci è sempre essenzialmente una ragione politica. Se l'identità di storia e filosofia è immanente nel materialismo storico, bisogna giungere, dice Gramsci alla «identità di politica e di filosofia".

gramsci9Guardacaso, sembra proprio che Amendola fosse il primo a scagliarsi contro chi voleva fare di Gramsci un ritrovato e redento idealista! Fa piacere che anche Bulgarelli, quarant'anni dopo, dia ragione ad Amendola (proprio a quel destro). E gli da ragione anche su un altro punto, essenziale: che il miglior contributo dato da Gramsci alla tradizione comunista sia proprio la scoperta dell'unità fra azione e pensiero, fra storia e filosofia, fra teoria e prassi. Proprio il nodo che anche il vecchio destro individua come centrale. E per la verità, questo punto è messo in pieno risalto nel primo dei volumi dei Quaderni pubblicato da Togliatti e Platone, alla faccia della mistificazione opportunistica. Quel volume, "Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce", dato alle stampe già nel 1948 - quando i comunisti subivano le prime sconfitte e Togliatti con forza poneva il problema della via italiana dinanzi ad un Cominform più che ostile - è dedicato per intero a questo tema. Dunque non hanno nascosto poi tutto i famigerati dirigenti comunisti...

Insomma, sgomenti arriviamo alla resa dei conti nel ragionamento bulgarelliano dove si dice: "Se la destra non avesse tentato di riappropriarsi di alcuni concetti forti del pensiero gramsciano, in primo luogo quelli di egemonia e di cultura popolare, l'importanza di tali concetti si sarebbe probabilmente dispersa tra i cimeli che la sinistra storica italiana è solita lasciare ammuffire in soffitta, salvo riesumarli in occasione di qualche anniversario". Caspita (mi stava per sfuggire un'esclamazione meno educata)! Quando i dirigenti e gli intellettuali del Pci hanno richianato "ossessivamente" il concetto di egemonia "sostenendo che fosse la chiave di volta del pensiero gramsciano" hanno fatto opera di mistificazione... Meno male che è arrivata la destra a metterlo in risalto! Insomma, proprio non mi riesce di capire per quale assurda ragione alla tradizione nostra - comunista - che ha tanti demeriti, non lo nego, debbano essere per forza negati anche i meriti: per quasi un cinquantennio la teoria gramsciana dell'egemonia è stata divulgata e studiata in tutte le salse da noi, e poi per qualche strana ragione dobbiamo ringraziare i nostri nemici se non è finita in soffitta. Su quei concetti il Pci ha cercato di imbastire, bene o male, tutta la propria azione politica nel dopoguerra almeno fino agli anni di Berlinguer, e anche (io direi soprattutto) a quello sforzo enorme noi dobbiamo il fatto che ancora gli sparuti gruppi di comunisti che sopravvivono in Italia e altrove possono trovare in quegli strumenti teorici le armi per non arrendersi - cosa che purtroppo molti altri hanno fatto, ma questi sono altri discorsi. Altro che ringraziare gli eredi di Giolitti o di Mussolini!

E qui si entra in una questione più complessa, alla quale il senatore Bulgarelli dedica la restante parte del suo intervento: come la destra, europea e non, ha utilizzato Gramsci per i propri fini reazionari. Ed anche questo è un tema più generale e risponde ad una vasta letteratura - di cui quell'articolo è solo una testimonianza - che merita di essere affrontato in termini più ampi e di essere confutato nei suoi assunti di fondo. Io credo che sia molto pericoloso dire che la destra ha utilizzato con profitto Gramsci: se così fosse, s'avrebbe pienamente ragione a menzionarlo fra i padri spirituali di Alleanza Nazionale o di formazioni simili, ed allora sarebbe proprio vero che Gramsci è un pensatore buono per tutte le stagioni...

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giovedì, 03 gennaio 2008

GRAMSCI SUR LA RIVE GAUCHE / 1

gramsci 1Con l’addio al 2007 si chiudono anche le celebrazioni per il settantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci, luminoso esempio di combattente rivoluzionario, comunista fino all’ultimo dei suoi giorni e fin nelle sofferenze atroci del carcere fascista, geniale indagatore della società moderna e teorico di primissimo piano nella storia del movimento operaio. Celebrazioni fitte, estenuanti che hanno percorso le pagine dei quotidiani e i luoghi ufficiali della politica, riportando alla luce opportunismi, revisionismi, armi polemiche oramai più che spuntate sul piano del dibattito ma pur sempre efficaci nel riflesso populistico che si portano dietro, tentativi biechi di strumentalizzazione e quasi mai di seria interpretazione e, soprattutto, un mare di vergognosa ignoranza. Di ciò che Gramsci fu, in primo luogo, e di ciò che pensò e scrisse e che, come ciò che tocca profondità inviolate, non è alla portata di tutti. Forse di nessuno, ancora, ma certamente non della pletora di esegeti a buon mercato di cui pullulano le università e le librerie, triste propaggine di un più triste declino. Ciascuno a gareggiare per dipingere più in fretta e meglio degli altri un Gramsci eroe nazionale, gloria trasversale di cui anche l’Italia berlusconiana e/o prodiana può in fondo fregiarsi perché i grandi pensatori non hanno colore, e non se ne dovrà immiserire la grandezza facendone simboli di una parte sola e scippando l’altra metà dell’opinione pubblica del loro prestigio. E’ in realtà un lavoro di lungo corso quello che ha prodotto un’immagine del fondatore del Partito Comunista buona per tutte le bocche e per tutte le stagioni, martire di un imprecisato feticcio libertario: e naturalmente dispiace che a questo colossale falso storico prendano parte il fior fiore degli intellettuali un tempo organici (anche oggi in verità, ma a qualcos'altro) nonché le figure più autorevoli del mondo istituzionale, Presidenti della Repubblica e della Camera compresi. Ma è in verità un'operazione a cui hanno contribuito in tanti, anche fra i cosiddetti non pentiti dell'era postideologica, anche fra quelli che usano ancora indossare qualche straccetto rosso durante le manifestazioni. Perché, accanto al fronte anticomunista, che ha tentato prima di ignorare la figura di questo pensatore, poi di ridicolizzarla e infine di distorcerla, non ha tardato a palesarsi un'altra tendenza, più sottile e pericolosa, che in nome dell'opposizione da sinistra alle politiche del Partito Comunista Italiano, ha lavorato per staccare Gramsci dalla tradizione che quel Partito rappresentava, indicando in Togliatti e nei suoi epigoni i veri traditori - talvolta perfino i veri assassini - di quello che avrebbe dovuto essere il loro principale punto di riferimento. E giù a dire, allora, che l'immane opera gramsciana non ha sortito gli effetti di cui sarebbe stata capace perché abbandonata proprio da chi ne avrebbe dovuto raccogliere i preziosi insegnamenti, e che in fondo è colpa dei comunisti se poi altri se ne sono indebitamente appropriati. Anche queste voci non hanno mancato di blaterare i loro piagnistei  durante le recenti celebrazioni, sempre e rigorosamente dal palco più a sinistra di tutto e di tutti, quantomeno a parole.

Non voglio prendere però in considerazione i tanti critici dell'ultima ora, già sufficientemente grotteschi, e mi piace invece trarre spunto da un breve saggio, disctibile finché si vuole ma privo di velleità strumentali e perciò degno di essere discusso, firmato dal senatore Mauro Bulgarelli ("Gramsci sulla rive droit") pubblicato, insieme ad interventi in verità acuti e pregevoli, su un numero speciale della rivista Camineras (http://camineras.blogspot.com). L'autore, che è certamente un raro esempio di politico dotto e brillante, inspiegabilmente qui s'impantana in una serie interminabile di luoghi comuni fino a cadere nella vecchia trappola degli ultrasinistri di professione che ho fin qui descritto. Bulgarelli esordisce dicendo: "E' un destino singolare quello di Gramsci, se si pensa che a sinistra, nel corso degli anni, ha sempre suscitato un certo imbarazzo rivendicarne l'eredità politica e intellettuale. Persino il Pci ha faticato non poco a dargli una collocazione adeguata nel proprio albero genealogico". Sarà perfino tedioso dover sfatare luoghi comuni oramai inveterati, ma l'articolo in questione mostra che i celeberrimi puntini ogni tanto debbono essere rimessi sulle dovute vocali: se mai esisté in Italia un organismo politico che ebbe il merito di diffondere il pensiero di colui che fino a dopo la guerra era ancora per molti un oscuro militante fatto fuori dal regime come tanti altri, questo fu il Partito Comunista di Togliatti. Questi scrisse un articolo commemorativo intitolato "Antonio Gramsci un capo della classe operaia" (a proposito di collocazioni ed albi genealogici) nientemeno che nel 1937, e negli anni quaranta e cinquanta tenne numerosi discorsi, conferenze, scrisse saggi ed articoli specificamente dedicati a Gramsci, pubblicati sulle riviste di maggior diffusione e poi raccolte in un volume più volte ristampato, in cui il grande dirigente comunista viene indicato quale punto di riferimento imprescindibile per la classe operaia, le sue esperienze di vita e di lotta vengono puntigliosamente ripercorse e già appare, limpido, il legame intimo che lega la sua riflessione teorica a quella dei grandi rivoluzionari, Lenin in testa. In quei discorsi, fra l'altro, si legge: "La storia del nostro partito è ancora da scrivere. Chi la scriverà e saprà cogliere, al di sopra delle particolari vicende politiche e organizzative, la grande linea della formazione storica di esso come avanguardia della classe operaia, dovrà dare a Gramsci il posto d'onore". I Quaderni vennero pubblicati a cura di Togliatti nel dopoguerra (e così pure gli scritti giovanili e l'epistolario del carcere) e l'intero apparato propagandistico del Partito, fruendo degli editori che lo costeggiavano fra cui Einaudi ed Editori Riuniti, si impegnò a diffondere i preziosi documenti attraverso un'attività di studio e divulgazione che mobilitò tutte le risorse intellettuali di cui il comunismo italiano disponeva. Non esiste intellettuale legato al Partito che non si sia profuso con ogni energia negli studi gramsciani: Gruppi, Prestipino, Spriano, Gerratana, Luporini (per non citare che i più noti) finché il pensiero gramsciano non divenne un nodo imprescindibile per il dibattito culturale italiano ed europeo, come chiunque abbia la pazienza di sfogliare qualche rivista di quegli anni può verificare. O anche se costui non avesse voglia di leggere gli indici e si fermasse soltanto ad osservare qualche illustrazione, potrebbe scoprire in quante manifestazioni comuniste l'effige di Gramsci fosse presente fra le bandiere e gli striscioni assieme a quella di Lenin o di Togliatti. Per un Partito imbarazzato e restio a riconoscerne il ruolo, non c'è male!

A questo punto, l'obiezione più logica sarebbe: Togliatti, che ha senz'altro il merito di avere dato massima diffusione al pensiero di Gramsci, lo ha tuttavia proposto in un'ottica non innocente, cioè non lo ha divulgato con l'atteggiamento freddo del filologo e dell'accademico ma con un intento politico, volendo trovare in quegli scritti un punto d'appoggio alle proprie scelte di dirigente di partito. E, in verità, visto che Togliatti altri non era che un dirigente di partito, la cosa non mi pare così straordinaria. E' verissimo che l'edizione dei Quaderni che lui curò insieme a Platone non si preoccupa di valorizzare tutte le infinite sfumature delle riflessioni carcerarie, che avrebbero potuto trovare piena luce soltanto in un'edizione critica. Ma è pur vero che i cardini di quella riflessione - quelli maggiormente destinati ad influenzare le masse non perché Togliatti lo voleva ma perché erano obiettivamente i punti forti della teorizzazione gramsciana - anche da quella edizione emergevano in tutta la loro potenza rivoluzionaria: sfogliando quelle pagine, pur rozzamente assemblate, si trova il Gramsci teorico dell'egemonia e dell'intellettuale collettivo, critico del materialismo volgare, fine indagatore della storia risorgimentale e della cultura popolare, strenuo estimatore di Lenin e dell'Ottobre, discepolo di Labriola e fautore della "guerra di posizione" nella lotta contro il capitalismo. Il tutto accessibile alle masse e non ad un ristretto gruppo di studiosi. E frutto di considerazioni politiche, certo, che nascono dal tentativo di interpretare Gramsci alla luce delle mutate condizioni storiche del dopo-Yalta, di far vivere in quelle condizioni quanto del suo pensiero si riteneva utile (ed era tanto), esattamente come ogni gruppo politico ha fatto e fa nei confronti dei propri padri fondatori. Naturalmente ogni interpretazione risente del punto di vista di chi interpreta, ma questo è un fatto fisiologico: si può contestare che Togliatti abbia visto giusto fra le pagine dei Quaderni, non che abbia cercato di vederci qualcosa. Del resto, l'osservazione al microscopio di ogni lettera la si può praticare in un laboratorio, luogo in cui il Migliore non si sarebbe trovato proprio a suo agio, lo ammetto, ma neppure Gramsci se è per questo. E da qui a dire che il Comitato Centrale del Partito abbia profuso ogni energia nell'arginare la caria esplosiva di Gramsci filtrandola attraverso il moderatismo togliattiano (cioè che, non potendo fare a meno, non si sa perché, di diffonderne il pensiero, abbiano alla fine trovato il modo di mortificarlo) di acqua sotto i ponti ne corre. Piaccia o meno, è storia che i comunisti italiani scelsero a ragion veduta di dare il massimo risalto al fondatore del loro partito in quanto ritenevano che le loro scelte successive fossero coerenti con il suo pensiero, e che anzi nei suoi scritti se ne potessero rintracciare le ragioni.

Bulgarelli invece continua insistendo che "il partito comunista, finché è esistito, ha preferito comunicare la propria immagine attraverso la figura, molto più conformista, di Palmiro Togliatti, al quale è stato anche affidato il compito di leggere Gramsci in maniera ortodossa, quasi rassicurante, espungendo dal suo pensiero tutti quegli aspetti che potessero collidere col nuovo corso del partito riformista". Ed ecco che, avanti di questo passo, nelle parole del nostro senatore, tutti i più grandi studiosi dell'opera gramsciana - Luporini, Spinella, perfino il Gerratana che soppiantò l'edizione Togliatti-Platone dei Quaderni dandone alle stampe un'edizione critica pressoché inoppugnabile sotto il profilo filologico - diventano una povera congrega di cortigiani (dotti, per carità!) alle dipendenze del politburo di Botteghe Oscure: tutti impegnati a citare Gramsci solo attraverso le citazioni, e quindi l'imprimatur, di Togliatti, "quasi che" - sentenzia ancora Bulgarelli - "non fosse opportuno estrapolare passi che avrebbero potuto risultare scomodi al futuro partito di lotta e di governo". Sì, certo, può far piacere credere che la questione sia così semplice, proprio come è bello credere che fra pochi giorni un'anziana signora scenderà dal camino per portare doni ai bimbi. In verità (ci si vada a leggere la monumentale raccolta documentaria diretta da Orazio Pugliese), il dibattito, anche all'interno del Pci, sia pure nelle forme e fra i riti del centralismo democratico, fu sempre vivo, né gli intellettuali avevano la funzione subalterna che alcuni ancora si ostinano a ravvisare. Che la linea di un Partito abbisogni di un punto di sintesi, e che questo venga elaborato dal segretario del Partito, ufficialmente chiamato a portarla all'esterno, è cosa sempre giustamente avvenuta ovunque. Nel caso dei comunisti italiani, naturalmente, anche un fatto normale e logico diviene asservimento all'ortodossia (?) e mistificazione propagandistica! Anche perché il corollario che ne deriva è che tutti i più grandi gramscisti abbiano collaborato ad un inaudito imbroglio ai danni del caro estinto, e che il punto forte di questo imbroglio fosse il seguente (ancora parole di Bulgarelli): "L'unico concetto sul quale si ritornava con enfasi quasi ossessiva era quello di egemonia, che i dirigenti del Pci sostenevano essere la chiave per comprendere il pensiero gramsciano: niente più scontro frontale per la presa del potere ma opera di persuasione di lungo periodo per arrivarvi pacificamente". Ora, non ho remore a dire che i Quaderni (non quelli filtrati dal conformista Togliatti, ma quelli di Gerratana e finanche i manoscritti originali, se possibile) testimoniano senza dubbio che non i dirigenti comunisti, ma Gramsci in persona riteneva che il concetto di egemonia fosse la chiave, o ci si provi a dimostrare il contrario non con i luoghi comuni ma con l'analisi dei testi, per cortesia! Labriola prima (che immagino Bulgarelli abbia riposto nella soffitta dei rinnegati) e Gramsci poi hanno sempre strenuamente affermato che l'ipotesi della rivoluzione come presa del Palazzo d'Inverno non era sostenibile in Italia (Gramsci sosteneva che quell'occasione fosse stata bruciata negli anni Venti per colpa di un Partito Socialista inadeguato a coglierla): si tolga dai Quaderni l'analisi del risorgimento come rivoluzione passiva, che ha portato ad un processo subito e non agito dalle masse, della società capitalistica come cittadella difesa da una schiera fitta di casematte, del rapporto fra Stato e Società Civile, del Partito come intellettuale collettivo e cioè, infine, della conquista dell'egemonia... Si tolga tutto questo, dicevo, dai Quaderni, e ne rimarrà soltanto la copertina: forse lì qualcuno scoprirà qualche verità che gli impostori al soldo di Togliatti ci hanno voluto nascondere. Dalla mia modestissima posizione di lettore gramsciano (non da oggi però), non sono mai riuscito a trovare in quelle pagine dense - e problematiche, è vero - alcuna altra risposta al problema della transizione in Occidente che non fosse quella della democrazia progressiva e dell'egemonia. Se questa era in sostanza l'indicazione operativa più chiara, dove dovevano andarla a cercare i dirigenti comunisti questa benedetta chiave? E se così non era perché mai, morto Togliatti e dato alle stampe il Gramsci integrale dell'edizione critica, i movimenti non riformisti e non calabraghe, cioè i più fieri detrattori del Pci, non sono andati a ricercare in Gramsci quelle indicazioni ben altrimenti rivoluzionarie che i critici "ortodossi" avevano celato per dare spazio soltanto al concetto di egemonia? Perché nessun altro filone della ricerca marxista "rivoluzionaria" in Italia ha riesumato un Gramsci non riveduto, visto che pare ce ne fosse uno, ed invece se ne sono quasi tutti ben tenuti alla larga? Anche Bulgarelli onestamente lo ammette: "Va sottolineata la presa di distanza del neoperaismo italiano"... E poi cerca di spiegarci che però, in quel caso, fu positiva (non avevo dubbi).

(1/segue) 

 

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sabato, 29 dicembre 2007

frontiere della letteratura

INFINITI COLORI DEL NERO / DOCUMENTI

Tra le stagnanti pagine di cultura contemporanea di tanto in tanto s'intravede qualche fermento nuovo, e vivo. E' il caso del "movimento" neo-noir/new noir/cyber punk, di cui riporto qui una sorta di "ritratto" (ma già avverto l'inadeguatezza del consueto gergo critico: bisogna lasciar passare del tempo perché le parole s'adeguino alle cose). Partire da qui per cercare di studiare le tendenze della letteratura nostrana contemporanea potrà apparire discutibile, forse, come in fondo lo è la scelta di qualunque punto di partenza. E forse nell'articolo che qui riporto come una sorta di introduzione al neo-noir nella versione italica si potrà orma rintracciare una sorta di archeologia del fenomeno. Che dovrebbe essere corredata da materiali più aggiornati (e m'impegno a cercarne e trovarne). Ma intanto ben vengano queste riflessioni. Un tentativo di radicalizzare alcune tendenze della letteratura di genere - finalmente avanguardia e non sclerotica riproposizione di oggetti di veloce consumo - e di operare contaminazioni, ibridazioni, sperimentazioni intorno ad un contemporaneo riconosciuto nella propria disarmante complessità.

mescolanza

Neo-Noir: il movimento che non c'è...

Il Neo-Noir può essere paradossalmente definito un movimento che non c'è. Nell'area di persone che dall'estate del 1993 si incontrano periodicamente a Roma autodefinendosi "neo-noir", ben poco ricorda i movimenti tradizionali, sia letterari sia politici. Almeno, i movimenti del passato. L'area neo-noir è stata eterogenea fin dall'inizio, con pochi minimi denominatori comuni. Pochi, ma sostanziosi, visto che dal primo incontro in una birreria di Trastevere, con la "nera" benedizione di Dario Argento, l'area romana che ha fatto propria la definizione di "neo-noir" si è sviluppata ed estesa, a partire da una prima antologia di racconti [NeoNoir. 16 storie e un sogno, Il Minotauro, Milano 1994]. Già allora, essa ebbe il rilievo di un lungo articolo di Marisa Rusconi su "L'Espresso". In seguito, ha realizzato seminari, convegni, spettacoli ed altri esperimenti narrativi proiettati nell'attualità o nel prossimo futuro. La stessa parola "neo-noir", tratta non a caso da un libro su Dario Argento dell'americana Maitland McDonagh, si è mostrata talmente idonea ad indicare i nuovi sentieri del "nero" italiano, da servire da marchio alla pubblicazione di più antologie di racconti, senza tener qui conto delle produzioni individuali dei singoli autori. Ma è ovvio che il Neo-Noir non è un marchio commerciale; non nasce come espediente pubblicitario per vendere una merce: anche una merce "nobile", come può essere a tutt'oggi un libro.

Il dato più singolare è stato che una serie di persone dalle provenienze più diverse abbia trovato piacevole, gratificante e utile vedersi ogni settimana per scambiare idee, progettare iniziative. Si è consolidata una esperienza collettiva abbastanza anomala, in un periodo in cui gli scrittori e gli artisti che operano nelle varie forme della comunicazione segnalano il loro marcato individualismo, la indisponibilità a farsi inquadrare come parte di un gruppo, e tanto meno di un movimento. Tuttavia, Neo-noir è una parola che indica una tendenza profonda nella cultura della nostra epoca. Non può essere ridotta a una scuola, né estesa a un vero e proprio movimento. Gli stessi racconti che appaiono nelle prime antologie non nascono da un percorso "di movimento", ma in buona parte sono stati scritti da autori che hanno partecipato all'iniziativa della "Banca degli inediti", senza nessun collegamento con gli incontri neo-noir di Roma. Del resto, l'area neo-noir non si è nemmeno dotata di un manifesto, nonostante che qualche giornale ne abbia annunciato l'esistenza (era inevitabile che il movimento che non c'è avesse il suo manifesto-fantasma). Non si può nemmeno dire che "neo-noir" indichi un nuovo genere (o sottogenere) letterario, cinematografico, artistico. E' invece una contaminazione tra generi, tra stili e tra media. Forse è un mostro, che si è sviluppato non a caso fra le atmosfere barocche e gli intrighi politici della capitale. Era altrettanto inevitabile che del movimento Neo-Noir, il movimento che non c'è, si occupasse Foreste sommerse, la rivista che non c'è. Per la verità non c'è più, perché ha pubblicato sei numeri monografici tra il 1987 e il 1991, nel 1992 ha curato il volume Sesso nomade (edito a Roma da DataNews); poi si è volatilizzata, almeno come rivista concreta, da sfogliare. Tuttavia ha continuato ad esistere il gruppo che promuoveva la rivista; è nato il progetto "Banca degli inediti", e possiamo dire che lo stesso Neo-Noir è in parte una filiazione di quell'esperienza. Del resto, è da riviste come questa o come TempOrali a Bologna che si è avuto un contributo al rinnovamento della nostra narrativa "di genere" nei primi anni Novanta.

Ma, se adesso è chiaro ciò che il Neo-Noir non è, quali sono i denominatori comuni, nell'arcipelago eterogeneo che definiamo ad oltranza neo-noir?

1) Generalmente, per le narrazioni neo-noir l'assassino è la figura centrale. In questo senso, uno dei riferimenti principali può essere individuato in alcuni aspetti del cinema di Dario Argento. Il Neo-Noir guarda il mondo "dal punto di vista di Caino".

2) Il Neo-Noir "riscrive" i generi: il giallo, il noir, la spy story, l'horror e infine il cyber. E usa a questo fine un approccio multimediale, che intreccia letteratura, cinema, fumetto, ipertestualità, ecc.

3) Il Neo-Noir si installa nella sovrapposizione tra cronaca nera e immaginario. Il punto di partenza, quindi, è nel reale, ma per oltrepassarlo con le armi della fantasia. In effetti, qui si tratta di un'interzona che è stata altrove definita "transrealista".

4) Il Neo-Noir privilegia le situazioni estreme, sapendo che queste possono presentarsi anche nella normalità quotidiana dei rapporti interpersonali segnati dalla violenza odierna. Non è mai rassicurante, e perciò rifugge dal "perbenismo" che certi giallisti di successo perorano a spada tratta.

Bastano quattro denominatori comuni a descrivere un movimento che non c'è? Forse sono insufficienti, ma indicano l'avvio di un percorso. E' una ricerca destinata a precisarsi col tempo, e a marcare a poco a poco la sua distanza dal "nero" tradizionale. Gli eroi del poliziesco portavano l'avventura e l'azione della tradizione epica precedente tra le strade e i palazzi della città. La foresta, il bosco, dei vecchi eroi, si tramutava nella giungla d'asfalto. I draghi e le creature fantastiche diventavano i criminali iperreali delle metropoli. Come ha scritto Francis Lacassin in Mythologie du roman policier [Bourgois, Mesnil-sur-l'Estrée 1993], il motore dell'azione non era più la ricerca di un ideale, come il Sacro Graal per i cavalieri della Tavola Rotonda, ma il ristabilimento dell'ordine violato dal crimine. L'inchiesta sostituiva i viaggi erranti per ritrovare tesori e verità. Invece del Male si combatteva il Crimine. L'eroe del poliziesco non protegge le fanciulle (diventate a loro volta insidiose e pericolose), ma reprime i delinquenti. La folla che interessa al Neo-Noir, viceversa, è il mare dove nuotano insospettabili assassini, imperscrutabili e del tutto simili in apparenza ai concittadini senza delitti sulla coscienza. Questa folla ormai non ha più sostanziali differenze nel piccolo centro o nella grande metropoli. Chi può dire cosa succede tra le mura impenetrabili di una casa di provincia? Cosa passa nella mente di un individuo seduto davanti alla televisione, in cui osserva uno spettacolo continuo di morte (tanto attraverso i telegiornali, quanto nella "fiction"): uno spettacolo, trasmesso identico in quasi ogni parte del mondo?

La metropoli è stata il luogo di incontro di numerosi generi narrativi di nascita recente: il Cyberpunk, con le sue città degradate del prossimo futuro; lo Splatterpunk, con i suoi mostri metropolitani nascosti nei sotterranei o nei grattacieli; così pure il Neo-Noir, con le sue violente storie d'azione o - perché no? - di morbosa introspezione -, che movimentano e inquietano questa nostra vita quotidiana di fine-millennio. Sia che lo scenario sia davvero la grande città (come nelle storie di scrittori come Bret Easton Ellis), sia che si tratti della provincia italiana solo apparentemente tranquilla (come in tanti romanzi e racconti neo-noir), i temi e i conflitti evidenziati sono drammaticamente analoghi: la violenza e la brutalità dei rapporti interpersonali, l'alienazione finale prodotta da esistenze omologate, indipendentemente dal contesto territoriale.

Lacassin, nel libro che ho prima citato, sostiene un'opinione che non condivido. Scrive l'esperto francese di immaginario (ha scritto libri su Tarzan, sui vampiri, sul cinema francese): "Forma moderna dell'epopea, il romanzo poliziesco [ma potremmo aggiungere altri generi popolari n.d.r.] non aiuta l'uomo a evadere, ma a dimorare nella propria prigione" [p.28]. Non è così, o almeno non è più ineluttabilmente così, oggi che anche la metropoli muore e quindi tutto cambia. I romanzi, il cinema, l'intrattenimento cyber, splatter e neo-noir, non servono ad assuefarsi alla prigione. Sono, invece, contemporaneamente un farmaco per sopportare l'esistente e uno strumento formidabile di critica del reale, di possibile ribellione al dato di fatto. Grazie all'intrattenimento che sa produrre, questo immaginario cyber, splatter e neo-noir, ci aiuta a distrarci, ci allieta in una sera di riposo e svago. E però ci diverte senza sottrarci alla realtà concreta, anzi sottopone alla nostra attenzione alcune estremizzazioni del contesto in cui quotidianamente abitiamo, capaci di far vedere ciò che altrimenti resterebbe nascosto. Nessun antidepressivo, nemmeno il commercialissimo Prozac, nessuno psicofarmaco o allucinogeno, nemmeno il mitico LSD, è in grado di far sognare e contemporaneamente far capire. Invece il Neo-Noir, come il Cyber o lo Splatter, tenta questa missione impossibile di orientarsi fra gli incubi contemporanei. Essere droga e grimaldello allo stesso tempo!

Fabio Giovannini (http://www.geocities.com/Area51/Shadowlands/1981)

L'immagine è tratta da un'opera di Alessandro Cipriano

(www.alessandrocipriano.it)

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