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giovedì, 05 giugno 2008

proposte decrescenti

Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

descrescita3

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito

per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure decrescitacomplete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".descrescita3

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categorie: politica, comunismo, globalizzazione, sinistra, apocalisse, modernità, mondezza
sabato, 26 aprile 2008

EX VOTO cono nord

Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it

leviatano1Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.

«Non ditemi che non sapevate che gli operai votano Lega. Molti ragazzi qui sono leghisti da sempre, sono alle macchine con il cappellino leghista. Altri votano Berlusconi, ma chissà quanti questa volta hanno preferito Bossi. La sinistra ha un concezione mitica degli operai: noi siamo anche bestie, ignoranti, c'è chi lavora come un matto per mantenere la famiglia e se la prende con lo stato o con il sindacato al posto che con il padrone. C'è chi, giovane e precario, vive in famiglia fino a tardi, usa lo stipendio come se fosse la paghetta e della politica non gli interessa nulla». Il suo collega Giuseppe, 40 anni, padre di famiglia, è leghista doc. «La politica fa schifo a tutti - spiega - e la Lega è contro i politicanti romani». Poco importa se anche i leghisti sono a Roma e anche loro hanno le poltrone. Per Giuseppe la Lega è casa, fabbrica, paese, la Lega sono loro. Razzisti? «Sì gli immigrati, rompono le balle, ma qui ce n'è che lavorano con noi, al massimo li prendiamo un po' in giro». Abderrahim ride: «Se ero italiano votavo Lega anch'io».

Lontano dal nord la Lega fa paura, il leghista razzista, xenofobo, incolto, spaventa. Ma nel varesotto la Lega è il popolo. A Buguggiate, 5 chilometri da Varese, le notizie sulla Lega si raccolgono da Tommaso, il fruttivendolo. C'è anche Giuseppe, operaio in pensione della Bassani Ticino, dialetto duro, da dieci anni vota Lega, da quando è rimasto vedovo cura i bambini nella scuola del suo comune grazie all'amministrazione dei leghisti, amici di suo figlio. Mimmo fa l'imbianchino, è calabrese, un tipo socievole e semplice. Lui va a ballare con i leghisti. Fa coppia con la Nani, sessant'anni, commerciante, cantano Funiculì funiculà, Ma mì ma mì e Jannacci. Per loro la Lega è una festa di paese. La Nani ha due soli veri interessi: che non rubino in negozio e pagare poche tasse. Per il resto è confusa. «La Lega o il Berlusca è quasi uguale» (il Pdl a Varese è caduto dal 37 al 33%, tutti voti per Bossi). E' rimasta impressionata quando a Varese è venuto Veltroni «c'era la piazza piena » (il Pd, a sorpresa, è il primo partito della città con il 27% e ci sono piddini che vogliono fare il Pd del nord alleato alla Lega). Però la Nani è tornata a ballare e a votare Bossi. La Lega a Varese è salita dal 14% al 22%, alle provinciali è arrivata al 28%, in alcuni paesi ha superato il 40%. Alla festa dopo la vittoria, in piazza del Garibaldino, prima storica sede del Carroccio (quando si dice le contraddizioni), non c'era tanta gente. Non ce n'era bisogno. Essere radicati sul territorio vuol dire altro. E non basta a spiegare il successo neppure il mito della buona amministrazione locale. A Varese l'ex sindaco Fumagalli è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: aveva fatto avere il permesso di soggiorno sottobanco a una ragazza rumena. La vicenda ha provocato infiniti pettegolezzi. Il sindaco si è dovuto dimettere, il comune è stato commissariato. Risultato: il nuovo sindaco leghista ha stravinto con il 70%. E allora? Al centro e al sud non si spiegano come si possa continuare a votare l'orrido Borghezio? La risposta, quella sì, è radicata nel territorio. La Lega da queste parti è di tutti, è un po' tutti, anche di chi non la vota o non la sopporta. Spiega Armando, napoletano, operaio in un'industria che fa pezzi di treni che prima la Lega la odiava ma adesso la vota: «Un po' come un napoletano odia i rifiuti ma quando dicono che i napoletani sono sporchi si arrabbia, così uno che vive a Varese può odiare i leghisti ma quando danno ai varesotti dei razzisti si arrabbia».

Paolo è un ragazzo di trent'anni, ingegnere. Al Liceo era nella Fgci, poi nei Pds, nei Ds, stava per passare al Pd, ma poi ha pensato. «Quasi quasi voto Lega. Qui la Lega è come un fiume carsico , l leghismo sale e scende, diminuisce ma poi ritorna. E' troppo radicato e lo spauracchio del becero leghista non fa paura a nessuno. Anche questo successo elettorale non stupisce, ma non va esagerato. Solo due anni fa tutti davano la Lega per finita. Adesso c'erano tutti i presupposti perché andasse così: certo, la sicurezza. Tutti i media ne parlano, anche Veltroni e allora perché non votare Lega?». A pochi passi dalla stazione «il Pera» è nella sua edicola. Le vecchiette hanno paura degli stranieri che stanno sulle panchine, anche se non fanno niente. 35 anni, è impegnato con Beppe Grillo, che da queste parti, a proposito di «anti-politica», ha successo. «La Lega qui è l'antipolitica di destra. E' nata con Tangentopoli, è andata giù quando si è alleata con Berlusconi e a quel punto ha spinto sull'odio verso gli stranieri. Adesso che la casta non piace è tornata ad attaccare Roma ed è risalita. Pesca a destra e a sinistra perché rappresenta le varie anime del nord: lavoratore (operai, padroncini o commercianti poco importa), indipendente da tutto e da tutti con la voglia di fare da sé. Io prima e dopo le elezioni vendo sempre le stesse copie della Padania. Non è cambiato niente, mi stupisce che adesso tutti tornino a parlare del fenomeno Lega, non sarà mica una novità!». Francesco fa l'avvocato, 40 anni, viene dalla destra più destra e da anni vota Lega, non dà mai una moneta agli stranieri che vendono fiori. «Devono capire che rompono i coglioni», taglia corto. Ma il suo essere leghista ha anche un'altra valenza. «Mi faccio il miele con le mie api, vado alle fiere delle sementi. Sono autarchico. Mi piace la mia terra». Un po' fascista e un po' no global, ma padano. E in effetti basta vederli, nei giovani padani c'è di tutto, il tipo in giacca e cravatta e il metallaro col mito celtico, quello che sembra un naziskin e quello che legge Malcolm X «perché anche lui era un indipendentista, voleva fare la Nazione dell'Islam». D'altronde, il manifesto più riuscito della campagna elettorale leghista, quello che ha spopolato sui muri del nord, si è schierato dalla parte degli indiani «Hanno subito l'immigrazione e ora sono nelle riserve». Capolavoro.

Oltre al variegato mondo simbolico ci sono i problemi concreti. Malpensa. «Un enorme regalo di Prodi - dice Fabio Tonazzo, ex coordinatore dei Giovani Padani e presidente del consiglio comunale di Tradate - la manifestazione a Malpensa è stata la più partecipata, tanti lavoratori e sindacalisti sono d'accordo con noi. Difesa del territorio vuol dire difesa dei posti di lavoro. La gente non guarda alle ideologie, ma ai propri interessi che non sono né di destra né di sinistra. I nostri lavoratori dicono "dal padrone ci prendiamo i soldi con la Lega li difendiamo dallo Stato e dai politici"». E i rifiuti. «Tanta gente di sinistra - continua Tonazzo - guarda le inchieste di Report sul sud e mi dice che abbiamo ragione: il governo e tutta la sinistra sono romanocentrici, anche chi non vota Lega lo percepisce». E infine l'organizzazione. «Parlano di radicamento sul territorio ma non sanno cosa vuol dire. Facciamo iniziative, dai banchetti a Miss Padania, siamo un partito vero e moderno. Per i Giovani padani è fondamentale il sito internet e la politica nelle scuole, molti hanno cominciato come rappresentanti d'istituto». Ecco una ex cosa di sinistra. Giulio Moroni, consigliere comunale della Lega a Varese, viene dalla sinistra degli anni '70, si batte per l'acqua pubblica con il Prc. «Quando siamo stati al governo abbiamo pagato, come adesso paga la sinistra. E invece questa volta è stato un successo. E' un ritorno alle origini. La Lega è un fenomeno consolidato che si gonfia e si sgonfia a seconda delle circostanze, ma c'è sempre».

Angelo Zappoli, consigliere comunale del Prc, lo sa bene. «Non mi aspettavo un tale boom, invece anche qualcuno dei nostri ha votato il Carroccio. Non è un fatto nuovo. Quando la Lega nacque a Varese, venti anni fa, molti venivano dalla sinistra, da Maroni con l'eschimo in giù. Il primo successo lo ebbe nel quartiere operaio e delle concerie di San Fermo. Da sempre la Lega evoca la paura:degli stranieri, della perdita del lavoro, delle tasse, e poi offre le risposte. Contro la globalizzazione promette difesa del territorio. E' l'opposto di Marx. Si batte per la difesa dello stato di cose esistenti». Non la pensa così Nereo Chiaretto, partigiano, ex-delegato della Cgil Scuola, per 50 anni ha votato Pci, per la prima volta ha votato Lega. Per lui i bergamaschi che vengono giù dai monti con il fucile ricordano la Resistenza. «Vado sempre su da solo a San Martino (luogo di culto dei partigiani varesotti, ndr) per non essere disturbato. Con dolore ho lasciato la tessera del Prc, ma quelli che si dicono di sinistra non lo sono più, litigano e cercano il potere, tradiscono la mia storia e la Resistenza, non hanno portato a casa nulla. Chi poteva rappresentare la mia protesta? Astenersi non mi bastava. Il nemico del mio nemico è mio amico, e la Lega è nemica di questa sinistra disastrosa. La prime riunioni la Lega le faceva al circolo comunista intestato a mio padre, Bossi va in giro con le scarpe risuolate, Maroni va ancora in bici, è gente del popolo, altro che Bertinotti con il cachemire e la campanella da presidente della Camera». Nereo ne è convinto.


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categorie: politica, comunismo, sinistra, europa, apocalisse, mondezza, linea gotica
lunedì, 14 gennaio 2008

TERMOVALORIZZIAMOCI

da http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap19VIIIa.htm#eufemismi

termovalorizziamoci"Il vocabolario B consisteva di parole create deliberatamente per scopi politici, vale a dire parole che non solo avevano sempre un significato politico, ma erano precisamente intese a imporre un atteggiamento mentale, in una direzione desiderata, nella persona che ne faceva uso […] Le parole B erano sempre parole composte. Consistevano in due o più parole, ovvero porzioni di parole, combinate assieme in una forma che fosse di semplice pronuncia. L’amalgama che ne risultava era sempre un sostantivo+verbo, e si coniugava secondo le regole ordinarie […] Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte erano eufemismi. Parole, ad esempio, come svagocampo (campo per i lavori forzati) o Minipax (Ministero della Pace, e cioè Ministero della Guerra) significavano quasi puntualmente l’opposto di quel che sembravano in un primo momento."
- "I principi della neolingua", Appendice a 1984 di George Orwell


Gli eufemismi ammazzano la gente, ammazzano tua madre, annientano tuo figlio, divorano adulti e bambini. Gli eufemismi raschiano l'interno di esofago e polmoni. Gli eufemismi sono cancro, buttano metastasi come ragnatele, catturano le parole, strangolano l'intelligenza finché non ti fanno morire. Letteralmente, morire.
Endlösung, "soluzione finale", fu il capolavoro tra gli eufemismi. Col tempo ha perso l'intonaco di pudicizia e ipocrisia, e si è fuso alla realtà abietta che intendeva mascherare. Gli eufemismi funzionano sul breve-medio periodo, poi cessano di essere tali. A distanza di pochi anni, nessuno usa più l'espressione "guerra umanitaria", nessuno vanta più "bombardamenti chirurgici" a colpi di "bombe intelligenti", anche "danni collaterali" è caduto in disuso. Quelle espressioni hanno ormai l'accezione negativa che erano nate per evitare.
"Termovalorizzatore" al posto di "inceneritore". Coniando il nuovo termine, si è spostato l'accento da quello che certamente rimane (residuo tossico: 1/5 di scorie, senza contare i fumi prodotti dalla combustione) a quello che presuntamente si produce (un valore, energia, vantaggio economico). Chi dice "No al termovalorizzatore!" ha già perso, perché ha accettato l'eufemismo, il frame. Discute sul terreno dell'avversario, e in apparenza si oppone a un valore, a qualcosa di "buono".
"I termovalorizzatori sono la soluzione": lo ripetono, lo cantano in coro, martellano, rintronano, tutti d'accordo erigono la grande muraglia del conformismo sul tema dei rifiuti. Tutte concordi, le voci ufficiali. Chissà perché, al dunque, le popolazioni non ascoltano, non obbediscono.
Inceneritori. Processo fondato su un principio obsoleto, di quando c'erano i miniassegni e Bill Gates era povero. Tecnologia vecchia come i neuroni di questa nazione, vecchia ma col muso impiastricciato di cerone, come i grugni della casta e dell'orribile classe intellettuale italiana.
Tecnologia vecchia fa buon brodo. E allergie, malattie respiratorie, tumori. Costi sociali. Spese sanitarie che schizzano alle stelle. Macchina energivora, ruota del karma di circoli viziosi, che deve funzionare sempre, senza sosta, ed esistendo incentiva a produrre rifiuti. La spazzatura diviene il mezzo, l'inceneritore il fine.
Esistono alternative. Concrete. Praticabili. Praticate (altrove). Pochi ne parlano [
*].
Nemmeno queste, tuttavia, sono la endlösung del problema-pattume.
La "soluzione finale" sarebbe, semplicemente, produrre meno rifiuti. Produrre meno stronzate usa-e-getta. Produrre meno, usare di più. Lo abbiamo già scritto: link
non c'è un modo "giusto" di produrre oggetti inutili.
Il problema siamo noi, non i rifiuti. Il problema siamo noi, non la camorra. O meglio: la camorra siamo noi. I discorsi sulle ecomafie sono veri e necessari, ma possono trasformarsi in diversivo. Tutti noi siamo "ecomafiosi", chi più chi meno. E' il nostro stile di vita a essere "ecomafioso", è il consumo fine a se stesso ad essere ecomafiogeno. Non c'è camorra che possa smaltire o sversare illegalmente rifiuti che non vengono prodotti, ma noi li produciamo, li produciamo eccome, e sempre di più. In Italia, +20% di rifiuti urbani per abitante dal 2003 al 2005.
E così ci ritroviamo con più packaging e pacchetti, ci ritroviamo con più sacchetti, con più imballaggio, più scatolame e barattolame e bidoname e fustiname, più flaconeria, sifoneria, tubetteria, più gadget insensati, più telefonini, videofonini, tivù-fonini da cambiare ogni sei mesi, più instant-libri di comici che invecchiano dopo un mese e non facevano ridere nemmeno da attuali, più kleenex tovagliolini salviettine fazzolettini (usa il fazzoletto di cotone, porcozzìo!), più buchette della posta intasate da decine di dépliants giganteschi di ipermercati, più bottiglie e bottiglioni d'acqua minerale anche dove l'acquedotto fa i miracoli e i rubinetti colano oro, "Sì, ma quella che compro è iposodica!", già, e mezz'ora dopo bevi il ghètoreid, o l'ènergheid, o il pàuereid, perché sei un mèntecheit!
Tutto torna, quel che semini raccogli. Consuma, sperpera, spreca, logora, getta via. La tua merda polimerica brucerà (o meglio: sarà "termovalorizzata"), i tuoi cari (o i cari di qualcuno) inaleranno, metastasi, metastasi, metastasi, tumore.
Termovalorizziamoci, giochiamo con le parole, questa è la strada, la via del futuro che abbiamo alle spalle.
Oppure c'è un altro modo: termovalorizzare chi ci governa, ci ipnotizza, ci sfrutta, ci compra e ci rivende, ci consuma.


ALCUNI LINK (TRA I TANTI POSSIBILI)

link(*) Greenpeace UK, "Gestione a freddo dei rifiuti. Lo stato dell'arte delle alternative all'incenerimento per la parte residua dei rifiuti municipali", 2003, traduzione italiana del 2005. PDF, 716k.
link
Greenpeace e la gestione dei rifiuti urbani. Dossier sulla situazione italiana, luglio 2007. PDF, 101k.
link
Medicina Democratica et al., Relazione tecnica contro l'inceneritore a Ferrara, luglio 2007. PDF, 293k.
link
Fabio Matteo, Dialettica dei rifiuti, nazioneindiana.com, 6 gennaio 2008
link
www.inceneritori.org (c'è anche una devastante confutazione di Veronesi e Foà)

postato da oeildecarafa alle ore 18:22 | link | commenti (2)
categorie: politica, globalizzazione, sinistra, comunicazione, apocalisse, mondezza, regime prodi
venerdì, 11 gennaio 2008

SENSI UNICI

sinistra obbligatoriaIl codice della strada prevede - giustamente - pene severe per chi guida contromano, e così pure - assai meno giustamente - ne prevede il codice non scritto dell'arroganza istituzionale. In questo villaggio (se sia globale non saprei, ma certamente i villici in giro sono parecchi ad onta dei doppi petti a buon mercato) i flussi di danaro, di merci, d'immondizia e d'altre prese per il deretano non possono essere fermati né rallentati purché si muovano nella giusta direzione che, guardacaso, è anche quella obbligatoria appunto. Nel caso dell'immondizia, per esempio, dal salotto di casa al cassonetto. E a decidere dove stiano l'uno e l'altro è un manipolo di noti che di tanto in tanto si degnano di guardare con un certo sprezzo ciò che avviene a chi sta sotto il loro fondoschiena. Ora, il fatto di cui siamo ahinoi solo attoniti spettatori in Sardegna, che ieri ha accolto tonnellate di spazzatura campana, è l'ennesima dimostrazione di come il tanto invocato senso di solidarietà nazionale sia, per l'appunto, l'ennesimo clamoroso senso vietato. Per chi, come noi, è destinato sempre a dare e mai a ricevere (semmai a prenderla, il che non è proprio lo stesso). Che i Sardi abbiano un vincolo di connazionalità con i popoli della penisola è un fatto solo istituzionale, non culturale né morale, perché italiani noi non lo siamo mai stati neanche quando hanno deciso che dovessimo esserlo, e chi non lo sa faccia la cortesia di colmare le proprie lacune. Ma in verità non è necessario imbarcarsi in questi discorsi, complessi e profondi, per potersi indignare dell'ennesima beffa ai danni nostri e della terra che un tempo fu nostra. Perchè, anche se ammettessimo che questo vincolo di solidarietà che viene reclamato a gran voce di là dal mare fosse moralmente legittimo, qualcuno mi potrebbe spiegare in cosa esso dovrebbe consistere? Nel permettere che le nostre migliori spiagge vengano privatizzate ad uso e consumo di quattro miliardari, che le nostre risorse vengano depredate per esserci poi rivendute al doppio, che i nostri territori ospitino servitù militari la cui estensione raggiunge da sola il doppio di tutte quelle italiane messe insieme, che la nostra economia si polverizzi sotto il miraggio di un'industrializzazione fallita sul nascere, che le multinazionali sfruttino e terra e uomini ed energie per lasciarci soli in mezzo a disastri ambientali inauditi, che i nomi dei nostri candidati vengano scelti e imposti dalle centrali romane, che le nostre valli e i nostri monti diventino un cumulo di pale eoliche, tubi e condotti per il trasporto energetico mentre siamo quelli che in Italia pagano la bolletta più alta. E che quando qualche politico napoletano è costretto a prendere atto che i suoi concittadini non si trovano proprio a loro agio con la mondezza sopra i capelli, possa salvarsi visto che tanto la solidarietà nazionale c'impone d'aprire bene la bocca e mandare giù. In cambio? Siamo una delle regioni più ricche di risorse naturali, più belle e meno popolate, eppure la crisi non finisce mai. E l'Italia ride, alla faccia della solidarietà, perché i sensi vietati vanno pur sempre rispettati, e mica si può andare contromano. Se ne ricordassero anche i destri che ieri hanno manifestato contro la spazzatura prodiana ma ieri l'altro spingevano perché accettassimo di accogliere le scorie nucleari berlusconiane. E soprattutto se ne ricordi la sinistra. Anche quella dovrebbe ormai essere una direzione obbligatoria.

G.P. 

postato da oeildecarafa alle ore 13:46 | link | commenti (7)
categorie: politica, globalizzazione, sardegna, mondezza, regime prodi, ragli dasino

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