PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008 / 2
Continua la rassegna stampa (accumulo disinibito e disorganico di materiali e opinioni) su come cambia non l'America ma il modo di fare campagna elettorale in America (perfida differenza) e sul vero protagonista mediatico delle presidenziali, Barack Obama. Dalle chiese storiche, spostiamo l'obiettivo verso i bloggers e i tanti pellegrini della rete con l'articolo che segue, scritto all'inizio della campagna elettorale ma non perciò meno interessante ai nostri fini. Il pezzo è a firma dell'acutissima commentatrice Antonella Napolitano (visitate il blog http://svaroschi.blogspot.com) ed è tratto da www.apogeonline.com, dinamico web-zine d'informazione nella e sulla rete.

La lezione di Obama
Carisma e uso intelligente della Rete: il neo candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha scommesso su un network di attivisti che lo ha sostenuto in modo creativo in ogni possibile canale. E a suon di folle e finanziamenti record, l'outsider ha conquistato la scena anche sui mass media. Inevitabile. Era la parola che fin dal 2007 veniva usata per definire la nomination di Hillary Clinton. Tempo di arrivare alla primavera del 2008 e lo stesso giudizio era più spesso utilizzato a favore del suo principale avversario, Barack Obama. Ora che il senatore afroamericano ha in mano la nomination democratica per le elezioni americane di novembre, è tempo di ragionare su quanto Internet sia un fattore del suo successo inaspettato.
I candidati non hanno più il controllo esclusivo dei messaggi che inviano al pubblico di potenziali elettori: con la diffusione della Rete, chiunque può produrre e diffondere contenuti, erodendo l’esclusiva delle fonti tradizionali. Questo passaggio epocale per la comunicazione politica era in qualche modo dato per acquisito nel messaggio cardine della campagna elettorale di Obama: il cambiamento passa per la possibilità di ciascuno di agire e avere un impatto, confidando nella collaborazione tra le persone. David Plouffe, responsabile della campagna elettorale, ha saputo tradurre questo concetto in una efficace gestione della presenza online del candidato, il cui network permetteva a chiunque di creare un profilo personale, gestire un blog, organizzare attività di sostegno alla campagna e promuovere la raccolta di fondi nella propria rete sociale. Lo staff di Obama ha presidiato tutti i social network più popolari, ma soprattutto ha favorito l’uso degli stessi da parte dei suoi sostenitori. Nel raccontare le primarie, i mass media hanno dato particolare risalto alla straordinaria quantità di donazioni raccolte online da Barack Obama e alla scelta di puntare molto sulla raccolta di offerte di piccola entità. Piuttosto che organizzare pochi appuntamenti con sostenitori molto facoltosi, lo staff di Obama ha puntato su una miriade di eventi e occasioni di incontro in grado di motivare e dare spazio ai tanti piccoli finanziatori disposti a credere nel candidato outsider. L’ampliamento della base ha portato risultati che sono sotto gli occhi di tutti: 270 milioni di dollari raccolti, una cifra senza precedenti.
I sostenitori diventano la notizia
Grassroots, l’azione collettiva che parte dal basso, è una parola che ha una storia importante negli Stati Uniti. Risale alla fine del diciannovesimo secolo, ben prima della nascita di Internet, e ha una connotazione di autenticità, che lo distingue dalle dinamiche gerarchiche istituzionali e di partito. Presuppone un rapporto diverso tra il candidato e il suo sostenitore: il primo è in qualche modo espressione del secondo e vi fa appello per la sua partecipazione attiva in favore della campagna. «La parola grassroots esprime una speranza e pone una domanda. Ritaglia uno spazio per parlare delle persone come attori politici in una comunità, anche se non spiega esattamente come ciò debba accadere», scrive Zephyr Teachout, già consulente per la campagna di Howard Dean, nel 2004. Questo elemento di potenziale indeterminatezza diventa un fattore chiave di successo in un contesto in cui la Rete mette a disposizione la possibilità di miscelare, reinventare, adattare dati e informazioni. Il materiale è nelle mani del singolo individuo, che può utilizzarlo nel modo in cui crede producendo output originali e spesso imprevedibili. Che si tratti di un manifesto o di un video in cui si fa remix tra un discorso di Obama e alcuni spezzoni di un film di Bollywood, la strategia di lasciare libera iniziativa ai sostenitori del candidato è stata un fattore chiave per far circolare la figura di Obama e il suo messaggio, rendendoli popolari.
«Le campagne di successo provocano molto rumore da parte dei sostenitori che parlano del candidato. Questa diventa “la storia” per i mass media», sostiene Patrick Ruffini, consulente repubblicano. Spesso infatti è stata la folla che circondava Obama, negli eventi dal vivo ma anche in Rete, a diventare la notizia per le grandi testate giornalistiche che hanno seguito e raccontato le primarie, più ancora dei suoi contenuti. Una differenza importante, se si considera che il programma di Obama e quello della senatrice Clinton non erano poi molto diversi tra loro.
Il ruolo di YouTube
Da un paio d'anni esiste una categoria di gaffe di politici che prende il nome di macaca moment. Trae spunto da un episodio che vide protagonista George Allen nel 2006: il candidato repubblicano al Senato per lo stato della Virginia definì macaco un videomaker indiano che stava riprendendo un comizio per conto del suo avversario. Il video, inserito su YouTube, scatenò molte proteste per l'appellativo implicitamente razzista. Allen si scusò e affermò di non conoscere il significato della parola, ma l'episodio gli costò tutta la credibilità acquisita come ex governatore dello stato e gli fece perdere un'elezione per cui sembrava il favorito. La sovraesposizione mediatica dei candidati e la possibilità di immortalare momenti potenzialmente imbarazzanti e condividerli in Rete è un pericolo a cui gli staff dei candidati sono molto attenti, specie in competizioni di questa rilevanza.
Ma al di là della capacità di denuncia di episodi sgradevoli, di strumenti come YouTube si trascura spesso il ruolo positivo, ovvero la possibilità di fornire un punto di vista che l’informazione mainstream non è in grado di passare per peculiarità del formato, per mancanza di tempo o per valutazioni legate alla notiziabilità. Un esempio interessante viene da un discorso tenuto da Obama in una sinagoga della Florida: l’incontro ebbe una modesta copertura mediatica e dal racconto che ne fece il New York Times emergeva l’impressione di un’accoglienza tiepida. Un’impressione confutata in breve dai video pubblicati dai sostenitori presenti all’incontro, che testimoniavano di un intervento attento e rilassato, sostenuto da applausi fragorosi, come racconta Micah Sifry, consulente politico e attento osservatore della campagna elettorale 2008, sul blog TechPresident. Quello che ieri non si poteva fare, pubblicare contributi importanti pur nel disinteresse dei mass media, oggi si fa e diventa un elemento di forza non banale nel corso di una campagna intensa e frenetica com'è stata quella per aggiudicarsi la nomination democratica.
Un altro esempio: in marzo Obama ha tenuto un importante discorso sulla razza, intitolato A more perfect union. I 37 minuti del video integrale sono stati pubblicati su YouTube e visti più di un milione e mezzo di volte nel corso del solo primo giorno di presenza online. Spiega il giornalista Paolo Ferrandi: «Una volta di più l’innegabile maestria retorica di Obama è stata amplificata dalla distribuzione asincrona della Rete. Senza l’aiuto di YouTube i discorsi di Obama sarebbero ridotti a sound bites e, visto che sono dannatamente complessi, perderebbero buona parte della loro potenza persuasiva». È un’altra testimonianza della innovativa gestione della presenza online del senatore dell’Illinois: i suoi interventi sono pubblicati in versione integrale e sono consultati centinaia di migliaia di volte, un fenomeno in controtendenza se si considera che la stessa Clinton ha inserito video piuttosto brevi, non oltre i tre minuti. Questo diverso atteggiamento di Obama ha avuto un effetto traino molto positivo: «Oggettivamente impressionante l’ondata di reazioni: in termini di estensione, diversificazione e creatività dei contenuti prodotti - quando un tema intercetta il giusto e spesso bizzarro mood della Rete interconnessa è come una valanga che travolge tutto ciò che incontra, inclusiva e apparentemente irresistibile», racconta Antonio Sofi su SpinDoc.
Che cosa resta delle primarie
Barack Obama è stato finora il candidato che ha raccolto meglio e in modo più genuino l'eredità della campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, la prima in cui Internet aveva mostrato il suo potenziale facendo diventare uno sconosciuto il più accreditato candidato alla nomination. Dean non riuscì nel suo intento, ma la capacità di capire le dinamiche della Rete e di organizzare coerentemente la sua campagna– il suo slogan, You have the power, ne era il simbolo – hanno tracciato una strada per consulenti politici e attivisti. Obama ha saputo stimolare i suoi sostenitori a mettersi in gioco in prima persona e a fare rete tra loro: non è stata Internet a rendere la campagna innovativa, ma la creatività dei sostenitori nell’adottare e nell’esprimersi con naturalezza utilizzando tutti gli strumenti forniti dalla Rete. Il carisma e il maggior spessore di Obama hanno permesso che la sua figura non venisse etichettata come quella del candidato di Internet, come successe a Dean quattro anni fa. Ora comincia la campagna elettorale, quella vera. Ci sarà tempo di qui a novembre per capire se Barack Obama potrà diventare il primo presidente degli Stati Uniti portato alla ribalta dalla Rete. Sarebbe, per dirla col suo slogan, un vero cambiamento.
... per proseguire l'affascinante ma del tutto irrealistica ipotesi del calamandrei cui ho dato spazio (ma per puro divertimento, sia chiaro) nel post precedente, metto il caso che l'attuale presidente del consiglio italiano sia un conclamato fascista. cosa significhi essere tale è sempre difficile da capire, e tanto più in questo caso perchè nel pantheon berlusconiano figurano, nell'ordine: jahwé (non inganni la minuscola: mi riferisco all'essere supremo) da cui si vanta di essere stato unto, e poi alcide de gasperi (democristiano antifascista per l'appunto), bettino craxi (socialista per diritto di tessera), mike buongiorno (conduttore bi e tripartisan, indenne alla spartizione politica delle reti), george bush (presidente della più grande democrazia del mondo, a suo dire) mentre all'inferno bruciano stalin, lenin, togliatti e d'alema, tutti grandissimi dittatori. gente senza scrupoli che ha soffocato nel sangue popoli dissidenti (ma non quello iracheno) e dissidenti politici (ma non a genova). del resto, il suo è il partito delle libertà, dacché la casa è presto divenuta vittima delle attuali politiche edilizie. "delle" libertà (non "della"), perché tante sono quanti gli individui che le esprimono, oppure perché usare il plurale, per un commerciante, è sempre conveniente: paghi uno prendi tre, la quantità prima di tutto. tutto è quantità, dai bigliettoni verdi depositati sui conti esteri ai manifestanti nelle scuole e nelle università. appunto. forse quelle non sono libertà, ma quantomeno dovrebbero essere un buon affare: fai una sola riforma e prendi centinia di migliaia di fischi, equamente ripartiti a livello generazionale e territoriale. e qui scopriamo quanto vale il nostro presidente, che tutti abbiamo sempre ingiustamente tacciato di essere un mercante di tappeti, un imprenditore del genere calcolatrice ambulante: rinuncia al guadagno e lo dimezza. fisicamente, credo, stando alle dichiarazioni, tanto per non dare il destro alle malelingue: più onesto di così! come jahwé con l'ebreo datan, però, mica come stalin. oppure, se si preferisce, come i tanti democristiani (antifascisti) negli anni sessanta, come mike buongiorno con il cervello di milioni di casalinghe, come bush con circa una dozzina di popolazioni sulla faccia della terra. c'è differenza. numerica, certo, ma abbiamo detto che non è importante. la differenza è che lui ha ragione, come dio, come bush, come andreotti e cossiga, mentre stalin e i suoi sodali torto. perchè lui difende le libertà, gli altri le opprimevano, c.v.d. l'ipotesi è dunque questa: è fascista.
Firma l'appello contro la costruzione delle basi "NO RADAR" e aiutaci a raccogliere 500.000 firme, sul sito http://petice.nenasili.cz/index.php?lang=it
Nel mezzo di questa rovente (ma solo sottotraccia) campagna elettorale, guizzo di nuovo all’interno del dibattito riportando l’editoriale del n. 49 del mensile “Le nuove ragioni del socialismo” diretto dal compagno Emanuele Macaluso, e una mia personale risposta alle tesi che il compagno vi porta avanti e che io non condivido affatto…
“Le nuove ragioni del socialismo” n. 49 - Ai compagni della Cosa rossa.
Questo editoriale vogliamo dedicarlo alla cosiddetta “sinistra radicale” e più particolarmente al nostro compagno e amico Fausto Bertinotti che ha avviato una riflessione sul comunismo, sul socialismo, sul ruolo stesso del suo partito, senza tuttavia essere ancora arrivato a una conclusione convincente. Cominciamo con il ricordare a noi stessi che nel 1944, quando Togliatti sbarcò a Napoli e mise le prime pietre miliari del partito nuovo, disse che il Pci non avrebbe fatto come la Russia. Lo disse chi, con Bordiga, Gramsci Terracini, Tasca e altri, aveva fatto la scissione di Livorno con la parola d’ordine «faremo come la Russia»: cioè la rottura rivoluzionaria attraverso il partito leninista. Nel dopoguerra, invece, Togliatti non solo non fece alcuna rivoluzione o insurrezione, ma volle il partito di massa, «presente in tutti i gangli della società», nelle istituzioni e nel Parlamento. Non mise da parte la cultura leninista ma, nei fatti e negli effetti prodotti nella storia del Paese, quel partito, addestrato alle lotte di massa e parlamentari per attuare la Costituzione democratica e le riforme, operò col gradualismo tipico dei partiti riformisti europei. La doppiezza togliattiana, su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, non fu quella di giocare la carta della democrazia e delle riforme preparando l’insurrezione e la rivoluzione. Queste sono sciocchezze. La doppiezza risiedeva nel rapporto con l’Urss, dove la catena del capitalismo si era spezzata dando così forza – si diceva – anche a chi voleva arrivare al socialismo con la democrazia. Questa strategia restò sostanzialmente immutata con Longo e Berlinguer, anche quando le critiche all’Urss assunsero il carattere dello strappo. La storia però ha dato una sentenza: quella strategia era sbagliata e ha provocato anche guasti seri. Il sistema del socialismo reale è crollato e il comunismo oggi si incarna nel capitalismo selvaggio della Cina e nella dittatura castrista a Cuba. I partiti socialisti che, con posizioni e politiche diverse, hanno condizionato e contribuito a riformare il capitalismo, dal governo e dall’opposizione, hanno vinto il grande duello del secolo scorso. Anche nei confronti del Pci, che per molti versi fu un partito “diverso”, riformista e gradualista. La polemica di questi ultimi anni, da parte di chi ha dato vita a questa rivista, è stata rivolta nei confronti di chi voleva rifondare il comunismo (come hai fatto tu, caro Fausto) e di chi voleva andare “oltre” il socialismo e oggi è approdato in un Partito democratico senza riferimenti al socialismo e alla sinistra. Ci chiediamo, e chiediamo a te Fausto, dal momento che non è più in discussione la rivoluzione, che la violenza comunque usata è, come dici tu, un disvalore e va bandita, che la via democratica è considerata strategica e senza alternative da tutta la sinistra, la quale è, in questa fase, tutta al governo, quali sono le ragioni per cui questa stessa sinistra non è unita e parte della famiglia socialista radunata nel Pse? Nel socialismo europeo convivono partiti che hanno storie e politiche diverse, ma stanno insieme perché hanno scelto la democrazia come terreno di lotta per affermare diritti che tendono a dare a tutti pari opportunità e uguaglianza, e perché mirano a costituire una forza alternativa alla conservazione. Le ricette possono essere diverse, da Blair (o Brown) a Zapatero ma i loro partiti delineano alternative di governo e non alternative di società, il cui futuro è legato alla dialettica politica e sociale. Il socialismo del XXI secolo sarà soggetto e frutto di questa dialettica. L’idea della Cosa rossa avrebbe senso se si ponesse come alternativa rivoluzionaria al capitalismo e anche al riformismo. Se questa alternativa si concretizza nelle manifestazioni di Diliberto con gli ambasciatori di Cuba, della Bolivia e del Venezuela, nel fatto che in ogni momento difficile per il nostro contingente in Afghanistan – dove opera come parte della Comunità internazionale e dell’Onu – si pretende di abbandonare il campo, nel chiedere sempre “più uno” nelle rivendicazioni sociali, francamente non si tratta di una strategia rivoluzionaria ma di una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale. Ci sono momenti, nella storia di un partito in cui occorre il coraggio di mettere in discussione se stessi. Mussi e i suoi compagni, rifiutando giustamente di confluire nel Pd l’hanno fatto separandosi da compagni con cui in passato hanno condiviso tutto. Ma poi si sono collocati in un limbo, in attesa di tempi migliori. E quei tempi sembra che ormai siano scanditi solo dalla formazione della Cosa rossa. Rifondazione riflette ma non tira le conclusioni che dovrebbe perché teme qualche rottura. E intanto in Europa si collega politicamente e organizzativamente ai partiti comunisti piccoli e ininfluenti e al gruppo di Lafontaine, che con la sua scissione ha solo indebolito la Spd senza costruire una alternativa credibile. In Italia la sinistra che non si identifica nel Pd se non sarà socialista, se non troverà nel Pse la sua collocazione europea è destinata o all’emarginazione (il Pd avrà alleanze variabili) o a essere forza complementare al Pd. La competizione con questo partito per la guida dei processi politici si può giocare solo dalla frontiera del socialismo democratico. Cari compagni, riflettete.
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Gavino Piga, militante comunista, a “Le nuove ragioni del socialismo”, ma anche ai Compagni della Cosa Rossa e a tutti coloro che adorano gli orologi e non conoscono il tempo.
Sì, per un attimo solo, riportiamole davvero indietro le lancette di quell’orologio. Ma non per sapere come sarebbe andata se Togliatti si fosse armato di un mitra anziché di penna e calamaio: quella sarebbe l’ennesima bieca riproposizione di un alibi dietrologico, strumento buono per chi ama elevare il senno di poi a giudice supremo di ciò che oramai giace sepolto sotto le macerie della storia e di cui tutto si può dire perché nulla può sentire. Proviamo a fare invece un’operazione più rischiosa, anche più sporca se si vuole, che ci filtri l’oggi nascosto nell’allora attraverso l’analisi delle ragioni, prima che delle conseguenze (le quali sono anch’esse, in ultima istanza, ragioni di conseguenze successive).
Il Migliore, sbarcato a Napoli dopo la gloriosa epopea della Resistenza, disse che i comunisti italiani non avrebbero fatto come in Russia: questa, che per il compagno Macaluso è memoria, per noi tutti è Storia, e nessuno la può mettere fra parentesi. Non si trattò semplicemente di una necessità imposta da circostanze che pure esistevano, ed erano ben più grandi di quello che in progresso di tempo sarebbe divenuto il più grande partito rivoluzionario dell’Occidente: fu piuttosto un’autonoma scelta strategica che affondava le proprie radici sulla meditata constatazione che la rivoluzione è un processo. E che, come tutti i processi, può essere guidato in maniere differenti e può anche non consumarsi tutto nel rantolo affannato dell’evento, dell’oggi o mai più, dell’ora x a cui legare le ragioni e le sorti di un’esistenza intera. Ma non per questo l’idea della trasformazione radicale – rivoluzione – dell’esistente cessa di esistere: anzi, essa viene così tolta a quel remoto orizzonte dove il sol dell’avvenire è molto più cristiano che non materialista. Smette di essere il mitico luogo del desiderio, la fatidica parusia millenaria che prima o dopo gli eventi ci consegneranno quale premio per le nostre fatiche, dove il redentore verrà a prendere i suoi per condurli in un altrove fatto di gioia eterna mentre coloro che non sono stati costanti nell’attesa, magari cedendo alle tentazioni carnali del compromesso con il presente secolo, verranno sospinti nel regno del pianto e dello stridor dei denti. La rivoluzione, nella misura in cui viene percepita come percorso, cioè appunto nella sua processualità, esonda dai confini dell’ora che nessuno sa, dilata indefinitamente i tempi e gli spazi dell’agire collettivo, esce dal futuro per cominciare nel presente, si toglie l’orologio dal polso per abbracciare la vastità vertiginosa del tempo. La rivoluzione diviene un continuo oggi, e tutti coloro che lo vogliono possono trovare le modalità e le forme per farne parte, non per vocazione ma, in certo senso, per missione. Ecco, forse se questo concetto, allora, non fosse rimasto appannaggio delle dirigenze politiche ma fosse stato trasmesso integralmente all’immaginario composito dei milioni di militanti (che ancora per un pezzo avrebbero continuato a tenere il carro armato nel garage in attesa del giorno del Signore), forse si sarebbe potuto produrre quel mutamento culturale capace di superare l’antropologia già callosa – come giustamente la definisce Bettizza – dell’homo bolscevicus. E di adattare il mito alle dimensioni tutte umane della realtà. Ma qui torniamo nella trappola dietrologica. Resta il fatto che così non fu e, poiché sull’Olimpo le nascite sono ben più frequenti delle morti, dal mito del “uno-due-cento-palazzi-d’inverno”, così caro ai compagni dei campi e delle officine, se ne genera un altro, quello della doppiezza. Perché se non riesci a spiegare ai tuoi che si trapassa da un sistema nell’altro non per forza in un determinato giorno da segnare sul calendario e trasformare in anniversario, però si può comunque arrivare dove si vuole, allora devi far credere loro che la tua strategia è in realtà solo una tattica, un modo per fregare gli avversari, e finisci con il diventare un Papa, riverito ed obbedito finché si tiene i segreti di Fatima ben chiusi nel cassetto. E quando i fedeli se ne accorgono, transitano senza soluzione di continuità dalla militanza all’opportunismo e, del resto, cosa ci si aspetta che facciano? Se un compagno, per quanto sincero esso sia, è abituato a percepire la rottura rivoluzionaria nei termini semplici dell’assalto al Parlamento o della guerriglia sui monti, e si rende conto che per quell’opzione non c’è spazio, senza tuttavia rendersi conto che di spazi se ne possono schiudere altri, le alternative restano in buona sostanza due: o strappa la tessera del Partito da cui si sente preso in giro per iscriversi magari alle Brigate Rosse, oppure se la tiene in tasca e si adatta, ma sempre nella maniera semplice e distorta in cui può farlo, alle nuove logiche. Che interpreta come logiche di pura e mera gestione dell’esistente, fors’anche improntate a principi più nobili di quelli democristiani, ma di certo non più orientate all’alternativa di società. Semmai ad alternative di governo, come voi dite. Ma se l’alternativa di società deve essere frutto della dialettica politico-sociale, come ancora dite voi, qual è il ruolo del politico in questa dialettica? Può essere che esso si riduca soltanto al temporeggiare finché, ancora una volta miracolisticamente, il socialismo del XXI secolo non emerga quale Venere dall’acque del greco mar? Già una volta fu così che le riforme di struttura divennero riforme e basta. Ecco il gradualismo, il riformismo, anche se talvolta il sostantivo non è perfetto sinonimo di sostanza. Le conseguenze nascono anche da un mancato accesso alle ragioni, soprattutto se la ragione regredisce costantemente a mitologia, appunto. O, nel migliore dei casi, a religione, ed anche in fatto di adesione solo formale alla parrocchia del quartiere gli italiani sono campioni insuperabili.
Dobbiamo commettere anche oggi il medesimo errore? Perché anche nelle righe del vostro editoriale, compagni, io leggo l’estenuata contrapposizione fra rivoluzione anticapitalistica e partecipazione ai processi di governo e amministrazione dell’esistente, ed ancora la trovo netta come se non esistesse nulla in mezzo. Neppure una possibilità di interrogarsi, di progettare strategie di alternativa dal respiro un po’ più lungo, di compiere un percorso che può avere caratteri rivoluzionari anche nel necessitato ripiegamento su altrettanto necessitati minimalismi. Troppo facile e poco vero è l’affidarsi ancora alla divina provvidenza per camminare domandando senza sapere se e in quale luogo s’andrà ad approdare. E se la tragedia dell’est ci ha insegnato qualcosa, è che la tattica non deve mai prendere il posto della strategia: questo dovrebbero ricordarlo coloro che si accingono ad aprire il vaso di Pandora della cosa rossa – o arcobaleno che dir si voglia – ma anche quanti giustamente li accusano di portare avanti una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale, e poi però cercano nell’adesione al socialismo europeo il rifugio in cui attendere qualche lieto evento. Per questo io credo non fosse assurdo, all’indomani della Bolognina, rilanciare in Italia un progetto comunista: perché quelle ragioni, criptate nei decenni attraverso una ritualità che oggi appare perfino grottesca ma che non era affatto casuale, non solo restano a scapito delle conseguenze (crollo dell’Unione Sovietica compreso), ma sono forse perfino attuali. E da rilanciare per l’ennesima volta, anche sotto le insegne, per molti di noi un po’ desuete, dell’arcobaleno. Perché anche la coscienza rivoluzionaria, passando attraverso il crogiuolo degli eventi, ha imparato a declinarsi attraverso molte e molte sfumature.

PERCHE' NON POSSIAMO DIRCI RIVOLUZIONARI
Secondo alcuni perché non esiste più l'Unione Sovietica, secondo altri perché esistono (in televisione ma pare anche nel mondo reale) i coniugi Costanzo. Effetti collaterali. In realtà, capiremmo forse qualcosa di più se provassimo a partire da noi, individui che vedono i grandi rivolgimenti della storia come meccanismi trascendenti azionati da chissà quale forza metafisico/provvidenziale e da cui è sempre meglio tirarsi fuori, assiepati in un loggione a fischiare o applaudire una rappresentazione che si trascina avanti secondo logiche sue proprie, chiuse e sondabili soltanto a conti fatti, quando il sipario è ormai calato e ciascuno se ne torna a casa. La nostra maledizione è proprio quella di volere e sapere essere soltanto spettatori, davanti ai drammi di questo mondo così come davanti allo schermo televisivo. Ci chiamano - e perciò ci chiamiamo - cittadini, perlopiù senza sapere cosa significhi questa parola. I Greci usavano il termine "polites" per indicare l'uomo della "polis": colui che appartiene alla città e, nel medesimo tempo, la città gli appartiene. Colui che accetta di legare il proprio destino a quello di una collettività organizzata di cui si sente intimamente parte perché non riesce a vedere un altrove in cui poter essere ciò che è. L'essere cittadino - l'essere animale politico - è un aspetto non divisibile, non alienabile dal suo essere uomo, e la polis non dilaga, non esonda, si tiene entro uno spazio che è e deve essere limitato: a misura d'uomo, appunto. Ma noi non siamo figli del polites greco, e il nostro essere cittadini è tutto declinato alla romana: è quello del "civis" di un impero che non è più fondato su una comunanza intrinseca, su una ragione identitaria irrinunciabile che coinvolge il fondamento stesso dello stare al mondo e nel mondo di ognuno.
Scriveva Cicerone che lo Stato è ciò che appartiene al popolo, ma non qualunque aggregato di persone è popolo, bensì soltanto quello in cui i singoli accettano le stesse leggi e riconoscono di avere interessi comuni: un pragmatismo che urterà la nostra sensibilità così evoluta, ma solo perché in fondo è portatore di una verità che fa coriandoli di certe maschere con cui amiamo ornarci il viso. Ci si domanderà perché genti sanguinosamente ridotte alla sottomissione politica ed economica, annesse talvolta brutalmente al variopinto mosaico di conquiste della grande potenza assetata di espandersi oltre il giusto e la misura, chiedessero a gran voce la cittadinanza romana. Domanda un poco ingenua cui andrà data una risposta semplice: il concetto di cittadinanza non è qui più gravato dal fardello della responsabilità nei confronti del proprio mondo politico, non è un invito a decidere della storia propria, ma semplicemente l'elargizione unilaterale di un sistema di garanzie. Essere cittadino è un beneficio, non un dovere. E' un dono da subire e da sfruttare, non una responsabilità che chiama alla partecipazione e all'azione. Ancora oggi questo è l'unico modo di essere cittadini che conosciamo, o che vogliamo conoscere: essere parte di un sistema, al di là della retorica patriottarda che in Italia è ancora recente tanto da essere vissuta in maniera macchiettistica ed episodica, è annessione ad un altrui di cui non possiamo riconoscere le profonde radici, ma questo non importa purché siano ben visibili le contingenti convenienze. Convenienze reali per pochi e illusorie per i più, ma anche questo è un nodo che sa farsi marginale dove il dominio dell'immaginario si avvale di strumenti sofisticati. Siamo cittadini in virtù di un malcelato "do ut des" in cui finiamo col perderci, ma evidentemente ancora non abbastanza, e la deresponsabilizzazione su cui si erige il nostro trovarsi in (più che essere in) un'entità nazionale è l'ennesima catena posta ai piedi dello spettatore che se ne sta seduto e zitto di fronte ad una scena in cui altri agiscono per lui. Ahimè, ben felice che lo facciano, finché gli passeranno negli intervalli quel tanto di sbobba carceraria che gli serve per non crepare.
Nell'immagine: "Polis n.1" di F. Varlotta, da www.francescovarlotta.com/monografia