... per proseguire l'affascinante ma del tutto irrealistica ipotesi del calamandrei cui ho dato spazio (ma per puro divertimento, sia chiaro) nel post precedente, metto il caso che l'attuale presidente del consiglio italiano sia un conclamato fascista. cosa significhi essere tale è sempre difficile da capire, e tanto più in questo caso perchè nel pantheon berlusconiano figurano, nell'ordine: jahwé (non inganni la minuscola: mi riferisco all'essere supremo) da cui si vanta di essere stato unto, e poi alcide de gasperi (democristiano antifascista per l'appunto), bettino craxi (socialista per diritto di tessera), mike buongiorno (conduttore bi e tripartisan, indenne alla spartizione politica delle reti), george bush (presidente della più grande democrazia del mondo, a suo dire) mentre all'inferno bruciano stalin, lenin, togliatti e d'alema, tutti grandissimi dittatori. gente senza scrupoli che ha soffocato nel sangue popoli dissidenti (ma non quello iracheno) e dissidenti politici (ma non a genova). del resto, il suo è il partito delle libertà, dacché la casa è presto divenuta vittima delle attuali politiche edilizie. "delle" libertà (non "della"), perché tante sono quanti gli individui che le esprimono, oppure perché usare il plurale, per un commerciante, è sempre conveniente: paghi uno prendi tre, la quantità prima di tutto. tutto è quantità, dai bigliettoni verdi depositati sui conti esteri ai manifestanti nelle scuole e nelle università. appunto. forse quelle non sono libertà, ma quantomeno dovrebbero essere un buon affare: fai una sola riforma e prendi centinia di migliaia di fischi, equamente ripartiti a livello generazionale e territoriale. e qui scopriamo quanto vale il nostro presidente, che tutti abbiamo sempre ingiustamente tacciato di essere un mercante di tappeti, un imprenditore del genere calcolatrice ambulante: rinuncia al guadagno e lo dimezza. fisicamente, credo, stando alle dichiarazioni, tanto per non dare il destro alle malelingue: più onesto di così! come jahwé con l'ebreo datan, però, mica come stalin. oppure, se si preferisce, come i tanti democristiani (antifascisti) negli anni sessanta, come mike buongiorno con il cervello di milioni di casalinghe, come bush con circa una dozzina di popolazioni sulla faccia della terra. c'è differenza. numerica, certo, ma abbiamo detto che non è importante. la differenza è che lui ha ragione, come dio, come bush, come andreotti e cossiga, mentre stalin e i suoi sodali torto. perchè lui difende le libertà, gli altri le opprimevano, c.v.d. l'ipotesi è dunque questa: è fascista.
Mentre correvano quei meravigliosi anni Cinquanta sotto il cui sorriso l'Italia conosceva la contraddittoria ebrietà dell'ascesa economica - tempi in cui la crisi era alle spalle, non davanti agli occhi come oggi - un brillante Pietro Calamandrei ironizzava su una remotissima e quasi fantascientifica dittatura larvata che avrebbe cominciato la propria opera di pulizia cerebrale dei sottoposti mettendo mano alla scuola. Mi riprometto di indagare in un futuro post quello che definirei "teorema Jules Verne" (sulla capacità del reale di aderire alle previsioni o sulla capacità delle previsioni di condizionare il reale) e per ora lascio la parola al profetico Calamandrei:
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'Aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori - si dice - di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico".
Nel 2003, alcuni terroristi vennero messi a morte dal governo cubano. Chi scrive difese allora le ragioni di Cuba, in contrasto con una pletora di no-global umanisti, umanitari e anche un poco coglioni. Sostenevano che non si poteva difendere uno Stato sotto assedio perché tentava di difendersi. Prima il principio, universalmente e astrattamente posto. Poi la realtà, la carne ed il sangue. Non so quanti di loro avrebbero usato gli stessi accenti di disprezzo per un Bush che avesse condannato a morte i dirottatori delle Torri Gemelle. In questo porco mondo solo ad alcuni è permesso difendersi. Ho rinvenuto solo oggi, per caso (sul blog http://perunsogno.splider.com, che ringrazio), questa lettera scritta da una intellettuale cubana proprio in quei giorni e su quei fatti. La leggano i lorsignori schiavi del no logo, frequentatori di locali alla moda e di aule parlamentari. Ci sono persone a cui puoi togliere tutto, ma non la dignità. Passa un'enorme differenza.
Sono un’intellettuale cubana, però prima di tutto maestra di molti giovani cubani limpidi e sognatori e madre di due figli sani e belli. Con la scusa del vecchio proverbio “Chi tace acconsente” mi sono decisa a scrivere. Oggi vediamo intellettuali non solo rispettati ma quasi venerati a Cuba, a poche ore dalla caduta dell’Iraq, in maniera inconcepibile ripudiare provvedimenti presi a Cuba che sembrano loro inspiegabili. Vediamo anche come altri, fra i quali il saggio Heinz Dietrich, ragionino esattamente né più né meno come gli Stati Uniti. Sembra rimanga poco da aggiungere. Però questa umile madre e maestra ha bisogno per la sua pace spirituale di lanciare la propria verità al mondo. Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire vivere in un blocco? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente essere un paese del terzo mondo economicamente collassato e in più sotto embargo, cioè duramente castigato per anni e anni?
Voglio parlare alla maniera delle piccole storie stile Foucault. Un giorno d’estate del 1995 nel pieno della disperazione mi sono seduta e ho scritto questa nota: “Oggi in casa non abbiamo niente da mangiare, né lenzuola, né asciugamani (i panni si sono rovinati dopo essere stati lavati ripetutamente col sale), né sapone, né detergente, né dentifricio, né carta igenica, né lampadine, né fili, né aghi, né matite, né carta, né penne, né cotone, nessun tipo di medicinale, né tè, né alcool, né combustibile, assolutamente niente. Che fare?”
E domando: “ Quelli che ci criticano hanno vissuto un solo giorno delle loro vite un giorno come questo?”
Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire assistere un anziano moribondo di 92 anni con un cancro e non avere niente da dargli da mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere una intellettuale prestigiosa e dover uscire fuori per il quartiere a chiedere un bicchiere di latte per “mio padre che sta morendo”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente dovere andare nei campi a cercar legna per cucinare un poco di brodo per lo stesso moribondo mentre si tengono d’occhio le nuvole perché “se piove, oggi non si mangia”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire appartenere a un équipe medica un 31 dicembre (1997), in un turno di guardia dell’ospedale, con solo sei duralgine per tutta la notte e dover decidere a chi si potranno alleviare le sofferenze e a chi no? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire avere una madre di 84 anni (la mia stessa madre) e non avere niente da darle da mangiare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire dar da mangiare un giorno delle loro vite a otto persone con solo quattro once di fagioli vecchi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire vivere sotto black-out per dodici e più ore ogni giorno in pieno mese di agosto nei Tropici? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non aver niente da dare da mangiare al proprio figlio che è stato malato con un serio rischio di morire (il mio stesso figlio) e riuscire appena a mettere insieme riso e banane per tre mesi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere un'intellettuale e, per lavorare, avere appena un lapis e un poco di carta “riciclata”? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire dare lezioni per dieci anni con lo stesso libro che viene fotocopiato di anno in anno? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire veder morire una persona cara di cancro senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire veder morire un’anziana di dissenteria senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non poter arrivare ai funerali di una persona cara perché non c’era il mezzo di trasporto per arrivare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire avere una persona cara con la febbre a quaranta e nessuna medicina per abbassargliela? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire togliersi il boccone di bocca per darlo al figlio e rimanere senza mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire dover decidere chi può mangiare una coscia di pollo in una famiglia di otto persone dove ci sono bambini e anziani malati? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire non mangiare mai burro, né formaggio, né mele, né pere, né pane buono, né dolci, né bibite, né latte, né yogurt ecc. ecc. per anni? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire doversi togliere le scarpe quando piove perché se ti si rompono non ce ne sono più e domani non puoi andare a lavoro? Sanno quelli che ci criticano con quale consapevole paura noi cubani abbiamo osservato le atrocità perpetrate contro il popolo iracheno? Credono non ci siano familiari? Credono che noi non ne sappiamo abbastanza di ciò?
E ancora, sanno quelli che ci criticano per quale ragione una buona parte del popolo cubano si ostina a sopportare atrocità simili e simili torture psicologiche? Non se lo sono mai chiesto? O qualcuno pensa che i cubani siano masochisti? Allora voglio rispondergli. Fra di noi oggi circola un proverbio che si dice sia arabo: “Beati quelli che possiedono il petrolio perché saranno invasi”. Mi piacerebbe proporgli anche questo: “Beati gli originali, i creativi, i ribelli, i matti, gli innamorati, i disobbedienti, i sognatori, perché anche loro saranno castigati.” E che genere di castigo!
Però continuiamo ad essere matti, innamorati, sognatori, disobbedienti e ribelli perché semplicemente paga. E’ il gran senso della nostra vita. L’unica cosa che ci manca è che ci condannino a morte. Ci hanno fatto così tanto pensare a questo che la morte stessa è arrivata a perdere al sua misteriosa e altissima trascendenza.
In quegli anni terribili qualche alunno mi domandava: “ Non se ne va via professoressa?” No. Non me n’andai perché volevo condividere al tragedia col mio popolo, con i miei figli, con la gente del quartiere, con i miei alunni famelici, con i conoscenti e tutti gli altri. Non me n’andai per una semplice ragione: non volli e non voglio. Per questo bisogna avere un coraggio enorme. Per vivere questo “castigo imperiale” che è Cuba, bisogna essere dei tipi duri e incazzati (mi perdonino, però non c’è altro vocabolo). E’ la pura verità.
Adesso ci raccomandano democrazia e pluripartitismo. Quale democrazia e quale pluripartitismo se si può sapere? Salvador? Venezuela? Che credono, quelli che ci criticano, riguardo ai poveri che oggi possiedono la terra in Venezuela? Che se la lascino sottrarre così? Questo sarà da vedere! Brasile? E che cosa, durante pochi anni di mandato, con le migliori intenzioni, si “potrà” fare con il dramma brasiliano? Daranno il permesso per molte originalità a questa grande economia mondiale? Guatemala? Honduras? Costa Rica? Colombia? Paraguay? Cile? Messico? Uruguay? Argentina? La democrazia ed il pluripartitismo della Spagna? O dell’Europa, della Yugoslavia e del “nuovo Iraq"? Perché, a tutte queste, in stile democratico e pluripartitico europeo, noi, poveri paesi del Caribe, con la nostra storia di piantagioni, di sottosviluppo e di miseria secolare, non ci sogneremmo mai di arrivare, questo è chiaro.
Credono, quelli che ci criticano, che noi - questi pazzi, sognatori, ribelli e disobbedienti - siamo stati terribilmente castigati e ci siamo sforzati e sacrificati tantissimo e che adesso lasciamo “armare” una controrivoluzione interna che metta in estremo pericolo la nostra infanzia e la nostra gioventù così? C’è qualcosa che il mondo deve ricordare: noi madri cubane siamo state punite dall’impero fino all’infinito, e fino all’impossibile, noi madri cubane abbiamo dato e anche sacrificato il meglio di noi per una semplice ragione: non vogliamo bambini ignoranti, né mendicanti, né drogati, né trafficanti, né analfabeti, né abbandonati, né assassinati. Non vogliamo bambini senza futuro, senza sorrisi e senza amore. Questo lo capiscono? Cè qualcosa che gli si deve ricordare in questo momento, e per favore non lo scordino mai: la pace, la sicurezza e la felicità attuale dell’infanzia e della gioventù cubana non sono negoziabili. E in nessun modo!
Per caso, dopo tanti e tanti sacrifici e privazioni permettiamo a ottanta individui, che solo Dio sa semmai si sono preoccupati per qualcuno e qualcosa, di attentare alla sicurezza dei nostri figli? Chi e che cosa gli ha dato un diritto simile, si può sapere? Per attentare a ciò, qui devono fare i conti non solo con il Consiglio di Stato, con le forze armate, con gli avvocati e i giudici di Cuba. Devono fare anche i conti (non se lo scordino mai) con le madri e i padri di questo paese.
Tanta ingenuità (di questo pensiamo si tratti) ci ha lasciato sconcertati. Sì, francamente sconcertati. Non hanno visto per caso il mondo intero marciare, gridare, vociferare e sgolarsi contro la guerra: qualcuno li ha considerati per caso? Abbiamo guardato da qui spaventati (terribilmente spaventati) come questo nuovo e fiammante fascismo si è preso gioco dell’umanità intera. Si è preso gioco del Papa e della sacrosanta Chiesa Cattolica. Si è burlato di tutta l’umanità degradandola. Che pensano di questi dettagli quelli che oggi ci criticano? Postmodernismo, fine della storia. Medio Evo? Chi sono quelli che verranno qui a “togliere le castagne dal fuoco” insieme a noi nell’ora delle bombe e delle macchine “intelligenti”?
Riguardo alla dissidenza noi cubani potremmo scrivere un trattato. Qui ce n’è di tutti i tipi. C’è la “dissidenza felice” messa in pratica dai neo-laureati che con l’inchiostro ancora fresco del titolo universitario corrono negli USA (per poi, molte volte, ritrovarsi a caricare sacchi in un magazzino). Ci sono “dissidenti eleganti”, maestri di gran prestigio che tornano a Cuba in inverno a dare lezioni magistrali. Ti salutano con aria da “primo mondo”, trascorrono qualche giorno qui e poi ciao (e i loro alunni abbandonati? poveracci, che ne facciamo di loro?). I “vergognosi”, nascosti dentro le Chiese (pensando agli USA 24 ore al giorno) che però quando il Papa annuncia che non appoggia la guerra abbassano gli occhi perché...questo sarebbe troppo. I “narco dissidenti” che hanno persino prodotto caramelline con droga per i bambini per “abituarli già da ora” (per fortuna già incarcerati). Ci sono i “subdoli”, cioè gli opportunisti dei quali già siamo super annoiati. Le eleganti (chirurgia plastica gratuita). Gli “onorabili” con figli (è chiaro) all’università, che reclamano i migliori medici senza dire mai: “Guarda che non mi devi trattare come gli altri perché sono dissidente”, ma se hanno bisogno di una operazione, fosse anche quella al cuore, nessuno domanda e gliela fanno qui. Questa è però una dissidenza “rispettabile”. Non fa il gioco dell’impero. Non si mettono al SINA per chiedere soldi. Non si lasciano manipolare. Non sono stupidi, perché non vogliono negoziare la tranquillità dei loro figli. E’ una dissidenza che vuol essere “indipendente”, costruire la propria vita, e così costoro hanno fatto. Nessuno poi certamente la nasconde. Ma neanche è utile all’impero, così nessuno parla di loro. Ho imparato a rispettarli perché a molti, in momenti terribili, devo il bicchiere di yogurt per mio padre malato.
Ci sono altri dissidenti dei quali nessuno non parla mai. I “dissidenti di tutti i giorni”. Siamo noi, quelli che abbiamo criticato (in stile brechtiano) fino allo sfinimento, cioè quelli delle “gravi controversie”. Quelli che (come dicono a Cuba) “non capiscono”, i matti, fottuti e poco umili (sì, poco umili) ai quali, abituati a cercare le macchie al sole tutti i giorni, non è mai sembrata sufficiente la bellezza. Quelli che lavorano dal sorgere al tramonto del sole come bestie da soma, quelli che rischiano idee nuove che non sono state o sono state possibili, quelli che rischiano l’ottimismo e finanche la fede in sè stessi. Abbiamo lottato fino all’impossibile (e continuiamo a lottare) per salvare Cuba (la nostra Cuba) dal collasso degli anni Novanta, abbiamo sacrificato tanto lasciando indietro sogni e illusioni per impedire che questi yanquee di merda vengano ad insudiciare la nostra terra e assassinino i nostri figli. Quegli stivali sporchi li abbiamo già conosciuti da bambini, e molto bene. Molto bene.
La penultima ed elementare questione. A noi, gli stessi yanqee, durante tutta la nostra vita,
hanno insegnato una tragica lezione: al più piccolo errore, alla più piccola distrazione, a qualsiasi ingenuità, può essere compromessa la vita di qualunque nostro alunno o qualunque nostro figlio. Abbiamo capito la lezione. Però quelli che ci criticano non lo sanno molto bene, perché, per fortuna, non hanno dovuto sopportare il “castigo”.
Per ultima cosa dico grazie a tutti gli amici del mondo. Prima di tutto agli umili, ma anche a quelli che hanno sempre rispettato questi matti sognatori, ribelli, disobbedienti e “castigati”. A quelli che ancora “si, capiscono”. A quelli che non se ne vanno. A quelli che ci infondono coraggio. A quelli che oltre inviarci panni, scarpe, matite, saponi, libri, trasporti, computer, dollari e medicine ci hanno inviato molto di più: amore, comprensione e un decisivo appoggio reale nelle ore più difficili, come sembrano essere quelle di quest’estate 2003 e tutte quelle che si presume vengano. Per tutti voi siamo ancora qui oggi e continueremo ad esserci.
Prof. Marìa Còrdova, Istituto superiore d’arte, La Avana. Aprile 2003
Comunicazione svolta alla prima Conferenza d'Organizzazione del Sindacadu de Sa Natzione Sarda riguardo agli intenti ed ai principi ispiratori dell'Ufficio Studi del Sindacato
Care compagne e compagni,
anch’io voglio in primo luogo esprimere la mia soddisfazione per l’occasione di dibattito che oggi ci viene data. Ogni svolta positiva nelle lotte dei lavoratori e degli oppressi è una sfida che deve essere accolta con responsabilità ed entusiasmo se apre, come credo sia nel nostro caso, una strada di progresso nella conquista di nuovi e più saldi diritti, un avanzamento delle rivendicazioni di giustizia sociale e identitaria del nostro popolo. La Sardegna – la patria – che oggi si stende davanti ai nostri occhi, geme per le contraddizioni proprie e, di più, per quelle che le sono state imposte dall’esterno o, per dir così, dall’alto, in un crescendo di arroganti e devastanti scelte compiute per noi e sulle nostre teste, in nome di interessi diversi ed opposti rispetto ai nostri, di catene sempre più pesanti e difficili da spezzare. E che pure devono finalmente essere spezzate: è questo l’arduo obiettivo che oggi si pone, fra gli altri, anche il nostro Sindacato, nel giorno in cui si presenta ai Sardi quale strumento per la loro emancipazione nazionale e sociale, ed è un fatto importante che, nel prefiggersi questo alto fine, esso voglia investire una parte consistente delle proprie energie nell’attività di studio e di ricerca, nella diffusione delle idee e nell’apertura di un dibattito culturale ampio come quello che intendiamo portare avanti attraverso il nostro Ufficio Studi.
E’ importante perché indica la precisa volontà di non confinare il nostro lavoro ad un groviglio di vertenze singole e isolate, fondamentali, certo, ma sempre e comunque parziali: se fosse questo il solo campo nel quale mirassimo a muoverci, finiremmo con l’essere una delle tante sigle che si ammantano delle parole d’ordine del lavoro e dell’equità per nascondere i consueti opportunismi, saremmo l’ennesima rotella nell’ingranaggio perverso dello sfruttamento. Noi invece miriamo a radicare fra i lavoratori sardi un intero nuovo modo di guardare al mondo, un progetto di società innervato di idee forti che contribuiscano a fare di noi il soggetto attivo e operante della nostra storia. Di noi come popolo che lavora, che pensa e che desidera. Noi non concepiamo il lavoratore come un semplice anello della catena produttiva, ma come persona capace di trovare in sé stessa le ragioni profonde della propria liberazione dalla schiavitù del profitto, né guardiamo alla nazione sarda come ad un mero contenitore di risorse da sfruttare, bensì come ad una terra che tutta ci appartiene, che ha determinato e determina i nostri destini di popolo e sulla quale costruire un sistema di convivenza del tutto nuovo. Partendo dai problemi immediati che ci si pongono davanti, ma con lo sguardo sempre fisso ad un orizzonte di radicale, complessivo cambiamento: per questo la battaglia delle idee non è slegata da quella per il singolo posto di lavoro, ed anzi ne è parte integrante e fondante. E per questo l’attività dell’Ufficio Studi non sarà separata da quella del Sindacato, né collaterale o autonoma, ma ne costituirà una parte a tutti gli effetti, andrà a collocarsi nel vivo e nel cuore del nostro impegno di lotta, poiché non conosciamo altro modo di essere sindacato che non sia quello che mira alla liberazione integrale dell’essere umano, del nostro popolo, che passa attraverso la comprensione globale e profonda, che ogni lavoratore deve acquisire, dei nostri problemi e dei nostri progetti, perché per noi il movimento dei lavoratori ha senso solo se diventa una comunità progettante, oltre gli steccati degli interessi immediati o particolari.
Abbiamo scelto di dedicare l’Ufficio Studi a Nino Gramsci, autentico esempio di rigore di analisi e di passione militante, perché così amiamo ricordarlo, con il diminutivo con cui lo conoscevano quelli di casa, nella sua e nostra Sardegna, perché anche noi lo sentiamo ancora, a settant’anni dalla sua drammatica scomparsa, come uno dei nostri, in quanto sardo, è ovvio, e in quanto capo della classe operaia, indefesso combattente sul fronte dei lavoratori. E non si tratta di una menzione puramente celebrativa: Gramsci, più di ogni altro, ci ha insegnato con le parole e con l’esempio, che non dobbiamo essere individui che vedono i grandi rivolgimenti della storia come meccanismi trascendenti azionati da chissà quale forza metafisica o provvidenziale, che non ce ne dobbiamo stare assiepati nel gran loggione del mondo a fischiare o applaudire una rappresentazione che si trascina avanti secondo logiche sue proprie, chiuse e sondabili soltanto a conti fatti, quando il sipario è ormai calato e ciascuno se ne torna a casa. Più di ogni altro, Gramsci ci ha insegnato che è possibile entrarci, in quella scena, per cambiarne le regole e le storture, che la storia non si muove per l’influsso dei corpi celesti, ma grazie alla forza delle nostre braccia e del nostro ingegno. Che quando capiremo che la peggiore maledizione è proprio quella di volere e sapere essere soltanto spettatori, allora sì che avremo compiuto un grande balzo in avanti.
Riguardo alla battaglia culturale del movimento dei lavoratori, egli scriveva: “Male sarebbe se il movimento operaio diventasse campo di preda per la sufficienza di male accorti pedagoghi, se esso perdesse il suo carattere di appassionata milizia per assumere quelli di studio oggettivo e di cultura disinteressata. Siamo una organizzazione di lotta, e nelle nostre file si studia per accrescere, per affinare le capacità di lotta dei singoli e di tutta la organizzazione, per comprendere meglio quali sono le posizioni del nemico e le nostre, per poter meglio adeguare ad esse la nostra azione di ogni giorno. Studio e cultura non sono per noi altro che coscienza teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come potremo riuscire a tradurli in atto”. Io credo che queste parole possano essere assunte oggi, da noi e dal nostro Ufficio Studi, come vero manifesto d’ideali e d’intenti. Lo studio e la cultura debbono creare la lotta, perfezionarla e sostenerla, e nella lotta soltanto può emergere una cultura nuova.
L’obiettivo che più volte ci siamo proposti – quello di risardizzare la cultura e la vita della Sardegna – è molto complicato, dobbiamo ammetterlo, perché le fonti del sapere e dell’immaginario dei Sardi sono state, purtroppo efficacemente, omologate a quelle di una perversa modernità che per noi, più che per altri, si traduce in dominio e in colonizzazione, dove essere colonizzati significa essere espropriati dei nostri saperi, prima ancora che delle nostre risorse. E a questa, che è la più infame delle rapine, si sono prestati la più parte dei nostri intellettuali, che hanno riprodotto per noi una gabbia mentale e culturale per la quale abbiamo perduto la capacità di pensarci con i nostri pensieri e di chiamarci con le nostre parole. L’avere relegato la lingua sarda ai margini della capacità di comunicazione e di relazione dei Sardi ha comportato la perdita di un immenso patrimonio che forse non avremo mai indietro in tutta la sua ricchezza, ha stravolto la nostra autonoma capacità di pensarci nel mondo, ha disorientato il nostro originale modo di vivere, perché ogni idea passa attraverso le parole, e non tutte le parole possono essere tradotte da una lingua in un’altra. Anzi, è proprio quel margine intraducibile, che determina l’essere sardo e non una qualunque altra cosa, che è stato fatto diventare una presenza latente, avvertita dall’istinto ma non mai pienamente conosciuta dalla ragione. Queste sono le prime sbarre da abbattere, e tuttavia, anche la questione della lingua, su cui l’Ufficio Studi si propone prioritariamente di dibattere ed elaborare, non può essere affrontata nella maniera in cui la affrontano oggi le massime istituzioni sarde ed europee. Non basta che la lingua sarda venga riconosciuta come minorità da tutelare o come strumento burocratico, che la sua codificazione passi attraverso l’arbitrio di esperti, talvolta illuminati e talvolta no, se essa non diviene il mezzo del quotidiano, se non si adatta alle nuove frontiere della comunicazione, se non si stabilisce su un processo storico che la renda ancora viva ed efficace nel sentire collettivo, ciò che in nessun laboratorio linguistico potrà mai avvenire.
E così, lo stesso discorso valga per la nostra storia e per ogni altro aspetto della nostra vita materiale, morale, intellettuale. Troppo spesso, nel cercare l’identità di cui siamo stati in gran parte espropriati, abbiamo la tentazione di volgerci verso il mito più che alla realtà, di inseguire un perduto Eden, un’età dell’oro che spesso è prodotto più d’immaginazione che d’altro. Certo, anche questa è una parte importante della nostra ricerca, ed è un sintomo che molto di vivo arde ancora sotto le ceneri, ma non è e non può essere l’unico orizzonte, né la prima fonte della riappropriazione di noi stessi. Le radici servono a far germogliare qualcosa di vivo e di nuovo, altrimenti sono destinate a marcire. La Sardegna deve smettere di essere solo un luogo dell’immaginario, deve liberarsi dello stereotipo entro cui la mantengono ancora scrittori e studiosi, i quali confezionano una terra che non esiste né è mai esistita, ad uso e consumo delle schiere di utenti italiani ed europei, così come loro vogliono che gliela si presenti, dove pare che l’unica nostra cifra sia quella di essere fieramente arretrati, orgogliosamente tagliati fuori dal mondo e dalla storia. Deve uscire dal mito per divenire il luogo della realtà, del conflitto, della contraddizione reale e della sua reale soluzione: solo in questo modo ogni nuova acquisizione, anche storica, linguistica o letteraria potrà divenire una base su cui fondarsi per legittimarsi come popolo davanti a sé e agli altri, se si mantiene non come reperto, ma viva e presente nella materialità dei fatti e delle sfide che l’essere parte del mondo c’impone.
Per questo, l’attività dell’Ufficio Studi acquisisce come priorità di elaborazione e d’intervento l’analisi dei rapporti di produzione e di lavoro nell’Isola, i saperi della terra e del lavoro negli scenari globalizzati, le fonti e le strutture della trasmissione culturale a partire dalla Scuola e dalle Università, i meccanismi attraverso cui si perpetra l’egemonia di culture altre, le possibili prospettive di sviluppo autonomo e autodeterminato nel rispetto delle comunità e del territorio. Io credo che su questioni simili oggi si giochi non soltanto la partita del nostro sviluppo materiale, ma anche quella della nostra emancipazione culturale, della rinnovata scoperta di un’identità forte che ci consente di agire da sardi e da protagonisti. Partiamo, certo, da quello che eravamo, ma per giungere a ciò che possiamo e dobbiamo essere nel duro, spietato giro di boa del nuovo millennio, nelle concrete e determinate situazioni storiche che non si ripetono mai eguali a sé stesse. La nostra identità, la nostra cultura, togliamole fuori dai musei, sui cui scaffali rischiano d’impolverarsi, e passiamole alla prova del nostro presente, ingrato, certo, ma non ancora definitivo.
Pietro Citati: RADDOPPIAMO LO STIPENDIO AI PROFESSORI (www.repubblica.it)
Sono così vecchio, che i professori della mia giovinezza avevano studiato ai tempi della Riforma Gentile. Non vorrei sopravvalutarla. Né vorrei sopravvalutare l'insegnamento dei miei professori di ginnasio e di liceo: conoscevano male le letterature straniere, e avevano la pessima abitudine di discutere interminabilmente le opinioni di Benedetto Croce su Dante o Leopardi o Ariosto. Ma ce n'erano alcuni straordinari. In primo luogo, meravigliosa conoscenza del greco e del latino, tanto che Giorgio Pasquali sosteneva che i migliori filologi classici provenivano dalle cattedre dei licei.
Poi alcuni avevano un modo d'insegnamento che, in parte, si è perduto. Oggi la letteratura è studiata soprattutto come storia della cultura. Allora, i professori più intelligenti parlavano di Dante o Petrarca o Ariosto o Leopardi come se fossero una parte essenziale della vita quotidiana di ogni ragazzo. Vivevamo in loro e per loro. Uno dei miei professori discorreva di Machiavelli e di Guicciardini con tale passione e divertimento, che noi ne discutevamo tornando a casa e poi ne parlavamo a pranzo con nostro padre e nostra madre, come se tutti i problemi della vita moderna fossero illuminati dal Principe e dai Ricordi.
Molti maestri, e soprattutto maestre, erano meravigliosi: molto più bravi di quelli ai quali De Amicis innalzò un monumento nel Cuore. Appena aprivano bocca, tutto diventava chiaro, limpido, luminoso: i numeri si addizionavano, moltiplicavano e dividevano per conto loro: i verbi irregolari non avevano più misteri; la storia diventava un romanzo d'avventure. Avevano un grande dono comunicativo: uno spirito materno maggiore, probabilmente, di quello che esprimevano a casa; e le violente o pacate tirate d'orecchie, e i rapidi colpi di bacchetta sulle mani, venivano accettati senza ribellione.
Nei piccoli paesi, ogni maestra insegnava a due o tre classi, districandosi non si sa come in quel fantastico garbuglio. Ciascuna aveva un linguaggio e un timbro: tanto che si poteva ritrovare nelle voci dei bambini la voce delle insegnanti. E poi, la bellezza delle calligrafie (io scrivo orribilmente): tondi perfetti, linee slanciate, filettature, eleganze neogotiche. Credo che la perdita della bella calligrafia e dello studio delle poesie a memoria sia stata, come diceva Italo Calvino, una delle principali sconfitte dell'età moderna.
Tutti sapevano che gli stipendi delle maestre e dei professori non erano alti. Ma, in generale, era una cosa dimenticata. Nemmeno i più altezzosi borghesi o aristocratici di Torino ricordavano che gli educatori dei loro figli erano pagati meno dei loro autisti, e che le professoresse non frequentavano le grandi sarte. Esisteva l'inconscia convinzione che i professori non appartenessero a nessuna classe sociale: ma ad uno strano regno, dove né danari né vestiti né vacanze costose avevano importanza.
Sulla condizione dell'insegnamento nei licei, non posso che rinviare ad un libro preciso e piacevole di Paola Mastrocola, che possiede un'esperienza molto più diretta della mia. Ci furono periodi relativamente decorosi. Quello, per esempio, nel quale l'insegnamento nelle medie e nei licei fu assunto, quasi esclusivamente, dalle donne: lo stipendio era basso, ma integrava quello del marito; e poi rimaneva tutto il pomeriggio libero da dedicare ai figli. Ma questo interludio non fu lungo. Presto il Ministero elaborò una quantità mostruosa di materiale burocratico o semiburocratico e paraburocratico - riunioni, commissioni, moduli, discussioni, aggiornamenti, delirii - che distrussero i bei pomeriggi liberi, nei quali passeggiare o giocare con i figli.
Per il resto, la storia della scuola elementare, delle medie e dei licei negli ultimi trent'anni è quella di un rapido disastro. Le cause furono innumerevoli: le conseguenze del voto politico negli anni dopo il 1968; la riforma della scuola elementare, che vide la dissennata suddivisione tra i maestri (come se un solo maestro non fosse capace di insegnare sia aritmetica sia italiano); l'immissione, per motivi politici, di moltissimi pessimi insegnanti; la conseguente mancanza di posti per i giovani laureati; la confusione del Ministero; la stolidità dei programmi e dei non programmi di studio. A un ragazzo di quindici anni bisogna far leggere Delitto e Castigo, che lo sconvolge e travolge, non la per lui incomprensibile Coscienza di Zeno. A questo si aggiunse l'influenza rovinosa di alcuni libri di testo, compilati da professori universitari di tendenza strutturaliste: i quali imposero ai ragazzi di imparare a memoria gli attanti e la diegesi di Gérard Genette, invece di invitarli a comprendere la bellezza e il significato della letteratura.
Tutto questo ha portato alla degradazione della classe degli insegnanti. Cinquant'anni fa, era una non-classe, rispettata anche se non temuta. Oggi, gli stipendi miserabili hanno prodotto una sotto-classe, una specie di sottoproletariato, che possiede a malapena il danaro per vestirsi e nutrirsi, ma non per comprare un libro, sia pure in edicola. Ricordo con strazio la visione di una classe di professori, qualche anno fa: quei golfini spelacchiati, quei vestiti lisissimi. So di dire una cosa banalissima: oggi, quando la sorte della civiltà occidentale è affidata alla specializzazione, un buon liceo e una buona università sono assolutamente necessari. Invece, l'Italia ha perduto la precisione della sua vecchia cultura agricola, quando si sapeva potare un olivo e innestare una vigna. Quasi tutti lavorano in modo confuso ed approssimativo, come se la sorte del mondo non dipendesse dal dono di piantare un chiodo nel punto giusto.
Non è più possibile continuare a pagare i professori delle medie e dei licei, che devono tornare ad essere un'élite, con gli stipendi di oggi. Gli stipendi vanno almeno raddoppiati, e via via aumentati nel corso del tempo. Gli economisti mi risponderanno che i soldi non ci sono: questa proposta porterebbe a una spaventosa catastrofe, a una disastrosa inflazione. Ma so ugualmente bene che, in Italia, quando bisogna sprecarli, i soldi ci sono sempre. Se risparmiassimo sulla rasatura delle guance dei senatori, i profumi e i dopobarba dei deputati, le tinture dei capelli ahimè biancastri delle senatrici, le bare degli assessori veneti, i cuochi e i camerieri del Parlamento, i gelati dell'onorevole Buttiglione, gli stipendi delle stenografe siciliane, i premi letterari (in gran parte finanziati dalle Regioni), la politica estera del presidente Formigoni, potremmo accumulare una ricchezza immensa.
(3 luglio 2007)
Che gli studenti italiani fossero i più ignoranti d'Europa lo sapevamo da tempo. E lo sapevamo tutti. Ciò non ostante, ogni anno le statistiche ci pongono di fronte ad un ritratto della società e della scuola che sembra assolvere il proprio compito con lo sgomentarci per un periodo di tempo piuttosto limitato finché poi lo sdegno non diviene un tranquillizzante luogo comune. Entra nell'immaginario collettivo e lì si deposita non come problema ma come dato di fatto. E tutti proseguono a vivere felici e contenti, fuorché coloro che nelle aule scolastiche debbono tornare anche il giorno dopo, a fare i conti con una realtà che non si esaurisce nei numeri e che diviene sempre più dura. Per una certa fascia di studenti - sempre minoritaria purtroppo - che nell'istituzione e in chi la gestisce e la governa aveva riposto aspettative precise, e così anche per una certa fascia di docenti, per i quali ormai la speranza s'è mutata in illusione. Perché sanno che, il giorno dopo e tutti i giorni a venire, non vi sarà la volontà di porre rimedio da parte di chi potrebbe e dovrebbe. 
Ho già avuto modo di soffermarmi su questi temi, parlando di certa carta stampata con pretese letterarie che ormai è entrata con una certa irruenza nella formazione dei giovani, e che risponde perfettamente al vuoto educativo su cui la scuola s'è adagiata da tempo. Ma le colonne dei quotidiani reclamano, a quanto sembra, che sull'argomento si ritorni, sempre finché la notizia è calda, prima che venga ingoiata per l'ennesima volta dall'indifferenza generale. Anche stavolta, infatti, i diagrammi che ci parlano di una scuola italiana ai minimi storici per qualità ed efficacia non si traducono in un mea culpa generale, recitato a gran voce da una società che ha messo la sordina agli imperativi dell'istruzione e della cultura, che ha subordinato le esigenze della formazione a quelle ben più vili e meschine della fabbrica del consenso, con i risultati che vediamo. Niente di tutto questo bensì, al limite, parvenze grottesche di una caccia alle streghe che dura, come ho detto, lo spazio di un mattino, il tanto che serve a trovare un facile capro espiatorio, di solito gli insegnanti (che, per carità, hanno la loro non piccola parte di responsabilità, anzi: di colpa, sia detto a voce alta!) e poi punto. Si conclude così, miseramente, il tentativo liberista - e trasversale - di riformare la scuola. Finiscono sepolte sotto un mucchio di fogli cerchiati di rosso le brillanti teorie della pedagogia moderna, assieme alla retorica di molti dirigenti, alle pretese della più parte dei genitori, al paradigma educativo che ha fatto della semplificazione una sorta di panacea universale. Ma di tutte queste evidenze pare che, nel breve e nel lungo periodo, nessuno abbia il coraggio di prendere atto.
Le riforme hanno ridefinito il curricolo modificando ruoli e programmi, aggravando disparità, rivisitando obiettivi e competenze come fosse questo il vero nodo del problema. Il saper fare conta più del sapere nella scuola dell'autonomia targata Berlinguer e Moratti, anche se poi chiedersi cosa i nostri studenti sappiano fare sarebbe grottesco se non fosse perfino ridicolo. E' possibile saper scrivere un articolo di giornale senza conoscere le regole della grammatica italiana? E' possibile svolgere un'equazione senza essere in grado di fare un semplice calcolo se non si ha la calcolatrice alla mano? Saremo davvero in grado di operare un malato o di progettare un palazzo se ci è sempre stato dimostrato che la distrazione o la negligenza si possono sempre recuperare alla fine del quadrimestre dando un'occhiatina al libro di testo? E in fondo è possibile che un sistema funzioni quando vive su due linee perfettamente parallele (e dunque destinate a non incontrarsi mai, secondo il nostro Euclide), ovvero quella della carta e quella della esperienza quotidiana? Ma qui è meglio (per tutti, ancora una volta) che la teoria prevalga sulla pratica.
Poi ci si lamenta che tutto non funziona perché i docenti non sono preparati o non hanno granché voglia di lavorare. Vero, in molti casi (non in tutti, sia chiaro, ma le generalizzazioni aiutano ad adottare soluzioni indiscriminate e di comodo). Chiunque lavori con un minimo di coscienza nell'istituzione scolastica avrà aneddoti a iosa da raccontare sugli strafalcioni dei propri colleghi. Il mio primo incarico da insegnante lo ebbi in un piccolo Liceo di periferia, dove ero stato chiamato a sostituire una collega appena diventata mamma: una persona simpaticissima che incontrai nei locali della segreteria dell'Istituto mentre compilava la domanda di congedo effettivo. Mi chiese a questo proposito se "effettivo" si scrivesse con due f e due t, millantando il fatto che la nostra pronuncia delle consonanti, sarda e marcata, crea problemi nel riconoscimento delle doppie. Stranamente io - e per fortuna molti altri - sardo dalla nascita non ho mai avuto problemi del genere. Mi corre l'obbligo di ribadire che la collega in questione insegna, o insegnerebbe lettere, e che quello fu solo il primo di una lunghissima serie di incontri analoghi. Com'è possibile dunque che tali individui siano stati chiamati a sedere dietro una cattedra? La risposta è molto semplice, e deve essere cercata non soltanto in quella catena di cui la scuola secondaria è solo un anello (smettiamo di pretendere d'isolare un segmento evitando di riconoscere un nodo sistemico, per cortesia, e faremo un favore innanzitutto a noi stessi), ma anche nei sistemi di reclutamento inventati in questi anni dalle geniali menti dei funzionari e dei ministri. Nell'uno e nell'altro caso è venuta meno completamente l'idea della selezione. Che non è un'idea necessariamente totalitaria o classista: lo dimostra il fatto che nello scadimento generale di tutto una prerogativa sola è rimasta nelle nostre aule scolastiche e universitarie, ed è proprio la discriminazione di classe! Smettiamola di raccontarci la favola per cui una scuola più povera di contenuti e meno esigente - meno selettiva appunto - sia una scuola più democratica e aperta, perchè questa demagogia triviale è un insulto a quanti il ben dell'intelletto ancora lo conservano. Questa scuola, progettata apposta per sfornare allegri somari, proprio nell'essere diventata ciò che è diventata contiene sacche di discriminazione ancor più estese, e anche questo tutti quanti lo vediamo e lo sappiamo. Ecco dunque che, quando dai banchi s'intende compiere l'epico balzo in avanti verso la cattedra, i meccanismi non possono che riprodursi: i concorsi ordinari - che pure non venivano svolti all'insegna della più grave serietà - sono stati presto soppiantati dai cosiddetti riservati, che hanno immesso in graduatoria, insieme a docenti preparati, ma la cui preparazione non è stata certo verificata in quella sede, un ammasso di cani e porci meritevoli solo di avere frequentato un corso semestrale, autentica ed unica conditio sine qua non per passare. Farse all'italiana, tanto per cambiare. Poi, in tempi più recenti l'idea stessa del concorso sarebbe stata di fatto eliminata dall'orizzonte degli aspiranti docenti, per fare largo alla Scuola di Specializzazione. Altra abnorme presa per il deretano: qui di verifica delle competenze neppure più si parla. Basta superare una preselezione (cultura generale declinata in crocette, non sia mai che si presenti anche qualche analfabeta, e quesiti d'indirizzo in numero di tre per un massimo di diei righe di risposta cadauno, esattamente il calco della terza prova di maturità), e poi via a tagliare e incollare unità didattiche messe gentilmente a disposizione dai motori di ricerca internet e a leggere magari qualche librino per sapere più o meno cosa dire durante la tranquilla conversazione che funge da "esame".
Ci si meraviglia che gli insegnanti, se non particolarmente vocati alla passione per il sapere da impulsi personali (e facoltativi), si riducono ad essere una mandria di ignoranti, con effetti analoghi su chi dei loro ammaestramenti si dovrebbe pascere? Ma il problema è ancora una volta al fondo: eliminare la selezione per l'accesso ad una professione significa di fatto deresponsabilizzare quella categoria di lavoratori. Che infatti percepiscono se stessi e vengono percepiti dagli altri come puri e semplici impiegati. Burocrati senza responsabilità, appunto. E perchè dovrebbero sentire il peso e la dignità di un ruolo che non è costato loro alcuna fatica?
Tanto vale che la catena si rimetta in funzione e riproduca se stessa in eterno, all'insegna della mediocrità. A proposito: vorrei fare presente che nel Piano dell'Offerta Formativa della scuola in cui ho la (s)ventura di insegnare, il celeberrimo 5 non è considerato un voto insufficiente, bensì una valutazione mediocre: pertanto, il ragazzo che riporta 5 in una materia non dovrà considerarsi insufficiente in quella materia, e quel voto non potrà assolutamente essere preso in considerazione quando si configuri il pericolo di una bocciatura. A riprova di qanto si diceva: nella nostra scuola la mediocrità è un valore, specialmente quando sta in cattedra.
G.P.